Robert Cormier.
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Dopo La Prima Morte.
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Titolo originale After the First Death. 1979.
1997 Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Compito di MIRO ERA UCCIDERE l'autista. Senza esitare. Appena
il BUS arrivava sul ponte. Tutti dovevano capire alla svelta
che IL SEQUESTRO ERA UNA FACCENDA SERIA
E CHE LA MORTE VIOLENTA ERA UNA CERTEZZA, NON UNA POSSIBILIT.
Quando aveva ricevuto la pistola, GLI ERA SEMBRATA
PARTICOLARMENTE PESANTE PUR AVENDOLA USATA UN'INFINIT DI
VOLTE NELLE ESERCITAZIONI...
MA QUELLO ERA STATO UN BERSAGLIO DI CARTONE. ORA, IL BERSAGLIO
SAREBBE STATO UN ESSERE UMANO.
Una mattina d'agosto, uno scuolabus si ferma su un vecchio
ponte ferroviario in disuso, poco lontano da una sonnolenta
cittadina. Nel bus ci sono sedici bambini, una
giovanissima autista e quattro terroristi senza pi patria n
nome, consumati dagli anni trascorsi fra
l'orrore dei campi-profughi e "scuole" capaci di educare
soltanto al fanatismo. Comincia, cos, una partita spietata
che mette in gioco la vita di creature innocenti, ma anche la
protezione di segreti militari tutt'altro che limpidi:
perch, se i terroristi sono pronti a uccidere se stessi e gli
ostaggi per ottenere ci che vogliono, il loro avversario  un
generale deciso a sacrificare (qualunque cosa e chiunque
- compreso il proprio figlio - pur di vincere. E col passare
delle ore diventa sempre meno chiaro quali sono
i carnefici e le vittime, perch tutti, ormai, sono
caduti nella trappola di un odio - senza scampo...

L'AUTORE.
Robert Cormier  IL PI CELEBRE E IMPORTANTE FRA GLI SCRITTORI AMERICANI
PER GIOVANI ADULTI; I SUOI ROMANZI, POLEMICI E DURISSIMI,
HANNO RIVOLUZIONATO IL PANORAMA DELLA LETTERATURA
GIOVANILE E SI SONO IMPOSTI ANCHE AL PUBBLICO ADULTO.
FA IL GIORNALISTA DA MOLTI ANNI E ATTUALMENTE  EDITORIALISTA
DEL SENTINEL, UN QUOTIDIANO LIBERAL DEL MASSACHUSETTS.
 

Dopo La Prima Morte
Dopo la prima morte, non c' altro.
Dylan Thomas.

Continuo a pensare al tunnel nel mio petto. Il sentiero
scavato dal proiettile attraverso pelle, tendini e
muscoli (anche se non sono Mister Muscolo: sessanta
chili scarsi per uno e ottanta di altezza). Insomma, il
proiettile mi ha attraversato il petto ed  uscito. La ferita
non fa pi male. Le due estremit del tunnel sono
chiuse, ma la pelle intorno  ancora grinzosa e un po'
arrossata. Probabilmente mi dar fastidio anche fra
molti anni, proprio come le vecchie ferite - quelle
della seconda guerra mondiale - danno fastidio a
mio padre quando cambia il tempo.
Alla sua et potr preannunciare anch'io la pioggia,
basandomi sulla sofferenza che attraverser il
tunnel nel mio petto?
Oggi mio padre verr a trovarmi.
La sua prima visita dopo il Bus e il Ponte, l'estate
scorsa.
Sto battendo a macchina nella mia stanza, al Castle,
e, mentre scrivo, vedo i ragazzi che si lanciano palle
di neve in cortile. La prima nevicata della stagione.
La neve  in ritardo, quest'anno. Mancano solo due
settimane a Natale. Il Giorno del Ringraziamento 
stato asciutto e freddo, perfetto per la tradizionale
partita di football fra il Castle e la Rushing Academy.
Ha vinto il Castle e i festeggiamenti sono stati grandiosi,
completi di fuochi d'artificio. Quella sera sono
andato in bagno, ho ingoiato quattordici pillole di
sonnifero e mi sono disteso sul letto ad ascoltare i petardi
che esplodevano e le castagnole che crepitavano
come una mitragliatrice in miniatura; era bello lasciarsi
scivolare via, ma poi ho pensato ai bambini,
sparsi nel bus come giocattoli rotti mentre i fucili infuriavano,
cos mi  venuta la nausea e sono corso in
bagno a vomitare.
Nonostante quello che ho appena scritto, ti prego
di non leggere questi appunti come lo sfogo di un nevrotico
grondante autocompassione, che ha urgente
bisogno di uno psichiatra.
E non devi nemmeno considerarli l'ultimo messaggio
d'un suicida, o una specie di avvertimento.
Quando sar il momento, lo far senza avvertire
nessuno: un pomeriggio percorrer River Road, salir
sul Brimmler's Bridge, scavalcher con calma il
parapetto e mi lascer cadere nel fiume. Ecco tutto.
Ripensando al Bus, ho concluso che questo sarebbe
il modo migliore per sbarazzarsi di un peso mortale.
Giustizia poetica, capisci. Anche il Bus si trovava su
un ponte. Ed  allora che avrei dovuto slanciarmi,
tuffarmi, saltare. Quel Ponte era perfino pi alto del
Brimmler's Bridge. Pensa a quanti guai mi sarei risparmiato,
se l'avessi fatto.
E quanti ne avrei risparmiato a mio padre.
Quante volte si pu morire?
Comunque, stamattina arriveranno i miei. Sul tardi.
Alle undici in punto, per l'esattezza.
Mia madre  venuta diligentemente a farmi visita. La
mamma  gentile, spiritosa e distinta. La tipica moglie
e madre amorosa. Ed  incredibilmente forte, una
forza interiore che non ha nulla a che fare con i muscoli.
Mio padre  forte, ma anche sfuggente. Per via
del suo lavoro, ora me ne rendo conto. Un genere di
lavoro che non solo nasconde l'uomo, ma lo consuma.
E consuma anche la sua famiglia. Perfino mia
madre, con tutta la sua forza.
Quando venne a trovarmi la prima volta, in settembre,
pochi giorni dopo il mio arrivo, mia madre si
comport in modo distaccato e impassibile; esattamente
quello di cui avevo bisogno.
- Hai voglia di parlarne, Mark? - mi chiese.
Io mi chiamo Ben, Mark  il nome di mio padre. Se
si fosse trattato di chiunque altro l'avrei definito un
lapsus freudiano, ma mia madre  troppo franca e diretta
per cose del genere.
Mi chiesi quanto sapesse di quel che era successo
sul Ponte.
- Preferirei di no - risposi. - Ancora no.
- Bene - disse lei in tono pratico, lisciandosi il
vestito sulle ginocchia.
Ha belle gambe ed  molto femminile. Non mette
mai i pantaloni, porta solo gonne o vestiti, perfino
quando sbriga le faccende. Mi chiese della scuola e
dei compagni, e io le risposi meccanicamente, come
se la mia bocca non c'entrasse niente col resto del corpo.
Le parlai del professor Chatham, che  il mio insegnante
di matematica e, data l'et, dev'esserlo stato
anche di mio padre. Quando mi accompagn qui,
l'autunno scorso, mia madre osserv che questo era
uno dei vantaggi di frequentare la stessa scuola di
mio padre: cos, forse, sarei riuscito a capirlo meglio.
Non le dissi che Chatham  un po' rimbambito, il
bersaglio di scherzi e battute non sempre innocenti, e
che non si ricorda affatto dei suoi vecchi allievi.
- Sono Ben Marchand - gli avevo detto. - Mio
padre ha frequentato il Castle prima della seconda
guerra mondiale... se lo ricorda?
- Naturalmente, ragazzo mio - aveva risposto -
naturalmente.
Ma non gli credetti. Aveva gli occhi vitrei e vuoti,
le mani tremanti.
Elliot Martingale, Biff Donateli e altri tipi come loro
si divertono a movimentare gli ultimi giorni del vecchio
Chatham. Grazie a noi, dice Elliot, si mantiene
vispo ed evita di sprofondare nella senilit pi completa.
Un uomo non pu lasciarsi andare, se teme che
da un momento all'altro possa esplodergli un petardo
nei pantaloni.
Cos cominciai a mentire a mia madre su Chatham
e i suoi inesistenti ricordi.
- Dice che pap era un bravo studente. Serio. Un
ragazzo timido, sensibile... - Imitai alla meglio la
voce rugginosa di Chatham: - Un po' magrolino
per la sua altezza, figliolo, per si capiva che un
giorno avrebbe messo su carne e sarebbe diventato
qualcuno.
Dalla sua espressione, capii al volo che lei non mi
credeva. Ha molte buone qualit, mia madre, ma come
attrice  una frana.
- Perch, pap non  un tipo sensibile? E non era
un bravo studente? - domandai. - Dev'esserlo stato
per forza.  diventato generale, no?
- Sai che non gli va d'essere chiamato generale -
replic.
- Gi - annuii, sentendomi scivolare lontano. Mi
capita sempre pi spesso di restare fermo e sentirmi
scivolare via, come se il mondo fosse un'enorme carta
assorbente che mi risucchia piano piano. - Per 
un generale, giusto? - insistei, improvvisamente deciso
a segnare un punto.
Ma quale punto, e contro chi?
Fu allora che mia madre esib la sua forza.
- Ben - disse, la voce come lo schiocco d'un ramo
spezzato.
Mi ricord quei vecchi film in cui qualcuno urla
istericamente e qualcun altro lo schiaffeggia. Io non
urlavo, per ero senz'altro isterico. Si pu esserlo anche
senza urlare o battere la testa contro il muro; si
pu essere quietamente isterici anche standosene seduti a
parlare con la propria madre e guardando il
sole di settembre che filtra nel dormitorio da una persiana
sghemba, e s'inerpica sul muro come su una
scala a pioli. E non  necessario colpire qualcuno, per
dargli uno schiaffo; basta una parola sferzante: Ben, il
tuo stesso nome. Eppure l'aveva fatto con amore. Del
suo amore sono sempre stato sicuro. Ma non potevo
fare a meno di ripetermi: "Per lo , un fottuto generale,
ed  per questo che mi trovo qui."
Continuammo a chiacchierare tranquillamente. Le
lezioni, i compagni: s, mamma, sono a posto. Mi lasciano
in pace, soprattutto perch sono arrivato a semestre
gi iniziato e quindi inserirmi non  facile. Sono
pieni di tatto, ecco, il che mi stupisce. Elliot Martingale
 una tale sagoma, un vero buffone, eppure
l'altro giorno  venuto da me e mi ha detto:
- Marchand, ho dato un'occhiata ai numeri arretrati
dei giornali e... sei davvero in gamba, sai?
Sono stato sul punto di scoppiare in singhiozzi, oppure
in una risata; in un caso o nell'altro, mi avrebbe
preso per matto.
Avrei voluto singhiozzare perch era la prima volta
che qualcuno del Castle si rivolgeva a me, proprio a
me, come per confermare che esisto sul serio, che sono
qui... a dire il vero, ormai cominciavo a dubitarne.
Fino a quel momento si sarebbe detto che fossi invisibile,
o che non ci fossi affatto.
E avrei voluto sghignazzare perch, qualunque cosa
Elliot Martingale avesse letto sui giornali, circa il
mio ruolo nell'incidente del Bus e del Ponte, era milioni
di miglia lontano dalla verit. Perch le informazioni
passate alla stampa erano... non proprio false,
ma fuorvianti: ora troppo vaghe, ora troppo precise.
Profondo Delta ci sa fare, in queste cose.
Ecco, l'ho detto: Profondo Delta.
Ed  come togliere una benda da una piaga putrida.
O un coniglio malato da un cilindro lercio.
Il che, naturalmente, equivale a un tradimento, sia
come figlio, sia come cittadino.
Ma ce l'ho davvero, un padre?
Sono davvero un cittadino? E di quale Paese?
Forse sono solo uno scheletro che scuote le ossa,
uno spaventapasseri inzuppato di sangue.
Ma basta con le scene teatrali.
Il mio nome  Benjamin Marchand, figlio del generale
di brigata Marcus L. Marchand e signora. Anche
se al momento alloggio presso l'Accademia Castleton
a Pompey, New Hampshire, la mia casa  al 1245 Iwo
Jima Avenue, Fort Delta, Massachusetts.
Restate nei paraggi. Da un momento all'altro mi
metter a distribuire foto ricordo.
* * *
Gli asterischi indicano il passare del tempo. Dalle
8,15 - quando ho cominciato a battere a macchina -
fino ad ora: 10,46.
In queste due ore e mezzo mi sono vestito e ho fatto
una corsa fino al Brimmler's Bridge per guardare
la desolazione ghiacciata sotto di esso, ma per qualche
perversa ragione ho deciso di rivedere mio padre,
prima di fare qualcosa di definitivo. Forse sono
un masochista.
Sulla via del ritorno ho incontrato Biff Donateli. Mi
ha chiesto se stasera sarei andato con loro a Pompey,
dove l'ambra degli di sarebbe stata tracannata da un
gruppo scelto di Cavalieri. Cavalieri del Castle, del
Castello, afferrato? Donateli parla esattamente cos - ambra degli di, santo cielo! - bench abbia l'aspetto
di un criminale, un sicario scuro e peloso.
- Forse - ho risposto.
- Questa  la prima frase completa che ti abbia
mai sentito dire - ha commentato prima di allontanarsi a passo
svelto, il cappotto costellato di piccoli
crateri nevosi, ultime tracce della battaglia in cortile.
Gli ho invidiato quelle sue false cicatrici.
E poi mi sono sentito di nuovo invisibile, al punto
da voltarmi per vedere se sulla neve c'erano davvero
le mie impronte.
Ma torniamo a mia madre e soprattutto alle ultime
frasi della nostra conversazione: quasi un poscritto.
- Le parole che hai usato per descrivere tuo padre...
- disse. - Non erano di Chatham, naturalmente.
Ti sei reso conto di aver descritto te stesso?
- Ma anche mio padre, giusto?
- Questo devi deciderlo tu, Ben.
Sulla scrivania accanto alla finestra  posato un annuario
del corso di mio padre. Dentro c' la sua foto,
insieme a quelle di tutti i suoi compagni, ma non l'ho
ancora guardata. Non voglio guardarla. Non ancora.
 dai giorni del Ponte che non lo vedo... che non voglio
farmi vedere da lui. Ho perfino paura d'incontrare
il suo sguardo in una foto di tanti anni fa.
Mi piace l'idea delle foto ricordo. Anche se sono solo
foto "parlate".
La prima: Fort Delta.
Una veduta aerea. Dall'alto, come visto da un satellite:
Fort Delta, quasi al centro del New England.
Pi da vicino: caserme, garitte, abitazioni, ecc. Tutti
gli edifici sono uguali, dal teatro alla mia vecchia
scuola, identici e anonimi come le case e gli alberghi
del Monopoli.
Delta  una vecchia base militare che risale alla
guerra ispano-americana, alla fine del secolo scorso.
Non ho tempo per dilungarmi sulla sua storia, ma 
importante capire Delta, se si vuole capire Profondo
Delta.
Fort Delta ha avuto un ruolo importante durante
tutte le guerre americane: la prima, la seconda, quella
di Corea e del Vietnam. E durante la pace. Come centro
di elaborazione dati o di addestramento per paracadutisti
e altre truppe scelte.
Casa dolce casa... ecco cos'era Delta per me.
Qualche anno fa circol insistentemente la voce
che, per via dei tagli alla spesa pubblica, Fort Delta
sarebbe stato chiuso.
Corsi da mio padre, inorridito.
Fort Delta era la mia casa, il posto dove giocavo a
palla, andavo a scuola, al cinema, in chiesa, dove mio
padre lavorava e mia madre curava il giardino e stendeva
il bucato. Come potevano pensare di cancellare
tutto questo?
- Non preoccuparti, Ben - mi rassicur mio padre.
E aveva ragione. Delta non fu chiuso, i fondi non
vennero tagliati.
- Visto? - disse mio padre, con aria di placido
trionfo.
Adesso so quello che lui sapeva e non poteva dirmi.
Se Fort Delta non era stato chiuso, lo doveva a
Profondo Delta. La sua sopravvivenza non dipendeva
dal Rapporto sui Costi presentato dal Dipartimento
della Difesa, n dal Decreto Presidenziale basato
su quel Rapporto. Non dipendeva dagli articoli sui
giornali o dai discorsi dei congressisti a Washington.
Profondo Delta era la chiave. Profondo Delta era la
coda che faceva muovere il cane... lo sapevano in pochi,
e mio padre era fra loro. Ed  per via di Profondo
Delta che sono finito sul Ponte e un proiettile mi ha
scavato un tunnel nel petto e la notte sogno bambini
che gridano.
Un'altra foto ricordo: mio padre. Un generale che
non vuole essere un generale.
Mio padre, il patriota.
L'ho visto in uniforme solo quella volta (l'unica)
che mi convoc nel suo ufficio. Indossava la divisa
con le stellette e stava dietro la scrivania. Per un
istante non lo riconobbi. Come se mio padre non esistesse
pi e un attore avesse preso il suo posto.
- Siediti, Benjamin - mi disse. Non mi chiamava
mai Benjamin, e quella era la prima volta che entravo
nel suo ufficio.
Del suo lavoro sapevo soltanto che era segreto e
che mia madre e io non dovevamo fare domande. E
sapevo anche che era un lavoro molto speciale, diverso
dal normale trantran di Fort Delta. Come lo avevo
capito? Mezze frasi. Telefonate colte al volo.
In linea di massima sapevo anche di che cosa si occupava:
psicologia, studi comportamentali e roba del
genere. Una volta lessi un suo articolo su una vecchia
rivista universitaria: per me le sue teorie erano pi o
meno incomprensibili, ma l'introduzione diceva che
nel suo campo era un pioniere, qualcuno che forse un
giorno avrebbe meritato il Nobel. Per completare il
quadro, resta da aggiungere solo che mio padre ha
insegnato all'Universit del New England, a Boston,
prima di portare mia madre e me a Fort Delta. Allora
avevo circa tre anni.
Tornando a quel giorno, mi sedetti e lui cominci
non a parlarmi, ma a tenermi una specie di conferenza.
Come se fossi un perfetto estraneo. Fino a quel
momento non avevo collegato la sua convocazione
con gli ostaggi sul ponte e, mentre parlava, sentii una
goccia di sudore rotolarmi dall'ascella come una piccola,
gelida biglia. Ero spaventato, ma incredibilmente
felice perch, d'un tratto, ero entrato a far parte
della vita segreta di mio padre.
Chi sei, tu che mi stai alle spalle e leggi quello che
scrivo? So che mi osservi, che aspetti il momento di
intervenire.
Oppure non esisti, e l fuori non c' nessuno?
Una volta ho letto la storia dell'orrore pi breve del
mondo. Non so chi l'ha scritta.
Era pi o meno cos: "L'ultima persona sulla Terra
stava seduta in una stanza.
Qualcuno buss alla porta."
Chi busser alla mia porta?
Mio padre indosser l'uniforme, quando verr a trovarmi?
Scegli una risposta: S... No... Non so...
Sar capace di guardarlo negli occhi? Scegli una risposta:
S... No... Non so...
Sar capace di guardarmi negli occhi? Scegli una
risposta: No... No... No...
Forse, prima che arrivi, potrei fare un altro viaggio
al Brimmler's Bridge.
E poi tuffarmi nel nulla mentre il vento sibila attraverso
il tunnel nel mio petto.
Compito di Miro era uccidere l'autista.
Senza esitare. Appena il bus sarebbe arrivato sul
ponte. Tutti dovevano capire, e alla svelta, che il sequestro
era una faccenda seria e che la morte violenta
era una certezza, non una possibilit. Quando Artkin
gli aveva dato la pistola, a Miro era sembrata particolarmente
pesante. Eppure l'aveva usata un'infinit di
volte nelle esercitazioni di tiro: ma allora il bersaglio
era di cartone. Miro deglut a fatica, stringendo la
canna. L'odore tipico dell'arma, viscido e oleoso, gli
pizzic le narici, facendolo quasi starnutire.
- Sei pallido - comment Artkin, beffardamente.
Miro incass la battuta senza replicare. Del resto,
anche volendo, non ci sarebbe riuscito: aveva la gola
chiusa.
- Te la caverai - lo rassicur Artkin, improvvisamente
gentile.
Negli ultimi due anni, Miro lo aveva visto far fuori
tre persone a sangue freddo. Ora toccava a lui uccidere.
Artkin sorrise, vagamente sprezzante.
- In fin dei conti hai sedici anni.
Miro strinse le labbra, tentando di nascondere la
collera. Cosa credeva? Che uccidere fosse un problema,
per lui? O si comportava cos per mantenerlo all'erta,
pronto a scattare? Miro era furioso. Non era
pi un bambino, e aspettava quel momento da quattro,
quasi cinque anni.
No, non era l'idea di uccidere a turbarlo, ma il timore
di non comportarsi da professionista.
- Ricapitoliamo - disse Artkin, gelido e preciso,
lo scherno sempre in agguato all'angolo delle labbra.
Come Elvis Presley quando cantava certe canzoni.
Mentre Artkin esponeva il piano per la centesima
volta, Miro permise alle proprie palpebre di socchiudersi
e si lasci inondare la mente dal ricordo di una
vecchia canzone di Presley. Ad Artkin non andava
che i suoi uomini si distraessero: gli piaceva riesaminare
i piani d'azione come ad altri piace giocare a
carte. E non approvava la passione di Miro per la
musica di Elvis Presley. Miro continu a canticchiare
in silenzio dentro di s, mentre Artkin ricapitolava:
impadronirsi del bus, arrivare sul ponte, uccidere
l'autista, aspettare la consegna del primo messaggio.
A un tratto, Miro pens: "Che far l'autista in questo
momento? Chiss se immagina che domani a quest'ora
sar muto, silenzioso, immobile per sempre?"
Artkin tacque, e il silenzio cal nella stanza. Miro
guard la strada che si allungava sonnolenta al di l
della finestra: Main Street, Hallowell, Massachusetts,
Stati Uniti d'America. Cos lontano dalla loro patria.
Noi non abbiamo patria, diceva sempre Artkin, ed
era vero, eppure Miro sent di colpo una fitta di solitudine,
cos intensa da stringergli lo stomaco. Distolse
lo sguardo e desider che nella stanzetta angusta e
puzzolente ci fosse un televisore: un ottimo rimedio
in momenti come quello, quando la nostalgia colpiva
a tradimento.
- Avremo sempre nostalgia della nostra patria -
aveva detto una volta Artkin in un raro momento di
emozione - perch non esiste pi. Gli altri se la sono
presa, l'hanno divorata.
- Come ti chiami?
- Miro.
- No, il tuo vero nome.
- Miro Shantas.
- Ho detto quello vero.
-  cos che mi chiamo: Miro Shantas.
- Senti, sto cercando di metterti alla prova. Dimmi
il tuo vero nome e basta.
Miro scrut Artkin fra le palpebre socchiuse, tentando
di stabilire a che gioco giocasse. Poi il suo
sguardo and verso il jukebox, dove qualcuno stava
scegliendo una canzone. La tavola calda era piccola:
un posto per camionisti, per gente di passaggio. Come
noi, diceva Artkin. Siamo sempre in movimento,
anche quando ci fermiamo. E non dobbiamo mai rilassarci,
mai abbassare la guardia.
Mentre beveva il caff ormai freddo, Miro si augur
che il tizio davanti al jukebox si decidesse a infilare
una moneta e a far partire la musica. Qualcosa
dei Bee Gees, magari. O di Elvis.
- Allora - disse Artkin, paziente. L'uomo pi paziente
del mondo. - Qual  il tuo vero nome?
Per una volta, Miro decise di giocare un gioco tutto
suo.
- Lo sai gi, il mio vero nome.
- Te lo chiederei, se lo sapessi?
- S.
- E perch dovrei chiederti qualcosa che gi so?
- Perch sei tu. Con te tutto  possibile.
Artkin sorrise, ma non con la bocca: era qualcosa
che gli danzava negli occhi, non proprio una risata...
piuttosto un'indefinibile ombra di allegria. Quanti
anni aveva?, si chiese Miro. Trenta? Quaranta?
Certe volte, dopo una notte passata in auto - come
quella volta a Philadelphia, quando non potevano
tornare alla base perch la polizia li aspettava - aveva
la pelle pallida e grigia, occhi simili a fuochi ormai
spenti, e sembrava infinitamente vecchio. Altre volte,
mentre organizzava un piano o aspettava l'inizio di
un'azione, sembrava senza et. Ma erano istanti,
nient'altro. Di solito, Artkin era Artkin e basta: un automa capace di gesti inauditi. Ora, vedendo quel bagliore
danzargli negli occhi, Miro intu che si stava
divertendo. Un momento raro, forse unico.
- Visto che mi conosci cos bene, dovresti sapere
che, se ti chiedo il tuo vero nome,  perch voglio
sentirtelo dire - afferm Artkin, posando sul tavolo
le mani... o meglio quanto ne restava. Le dita centrali
della sinistra erano solo due monconi irregolari, tranciati
da una bomba esplosa troppo presto.
- Meno male che non eri mancino - aveva osservato
una volta Miro, guardandolo maneggiare abilmente
un coltello con la destra.
- Lo ero - aveva replicato Artkin.
"Il mio vero nome" pens Miro. Non ci pensava da
tanto tempo che per trovarlo dovette scavare nella
memoria. Dimenticare non basta, aveva detto l'istruttore,
al campo: dovete seppellire il vostro nome dentro
di voi, in modo che non vi tradisca. Sceglietevene
uno che non somigli minimamente al vostro, n ricordi
il Paese d'origine.
- Il mio nome - scand -  Miro. Miro Shantas.
Il mio vero e unico nome.
La musica esplose dal jukebox, una canzone che
Miro non conosceva, roba da discoteca, molto forte e
ritmata.
Negli occhi di Artkin si affacci qualcosa che somigliava
alla soddisfazione.
- Molto bene, Miro Shantas - disse.
Una lode di Artkin era un onore. Improvvisamente
felice, Miro si lasci trasportare dalla musica.
La mattina seguente erano in attesa dentro il furgone
all'incrocio di Water Street e Vinton Avenue. Il bus
era in ritardo, ma Artkin ormai sapeva che l'orario
variava a seconda del numero e della durata delle
fermate. Ogni bambino veniva prelevato a casa propria:
alcuni uscivano di corsa, mentre altri si gingillavano.
Erano piccoli, tutti sotto i sei anni, e il bus li
portava fino a un campo-giochi vicino a un laghetto,
dove potevano giocare e nuotare. C'erano sedici
bambini, e Artkin era pronto a ucciderne almeno un
paio. Forse di pi, dipendeva da come sarebbero andate
le cose.
Dal retro del furgone, Miro sorvegliava la vita mattutina
di Water Street. Non che ce ne fosse molta. Pass
un ragazzo in bicicletta, una canna da pesca in
equilibrio sul manubrio; un cane annus i cespugli e
alz una zampa. Miro non sapeva di che razza fosse,
n che genere di cespugli erano quelli. Mentre lo
guardava allontanarsi, riflett su tutte le cose che non
sapeva. La sua era stata un'istruzione estremamente
particolare, approfondita ma allo stesso tempo limitata,
che mirava a un unico scopo e non si interessava
certo a fiori e cespugli. Del resto, i cespugli e gli alberi
della sua patria - ma gi!, lui non aveva patria -
erano diversi. La gente era diversa. E il cibo. Anche
se, quanto a questo, Miro si sentiva un traditore: gli
piaceva il cibo americano, hamburger e hot-dog e patatine
fritte, ed era ipnotizzato dalle pubblicit televisive
di McDonald's e Burger King. Non l'aveva confidato
a nessuno, naturalmente. Non che ci fosse qualcuno
a cui confidarsi.
Guard l'orologio: quasi le nove. Aspettavano che
il bus giallo arrivasse e dalla casa uscisse di corsa una
paffuta bambina bionda. L'ultima. Miro era impaziente
di passare all'azione. Aspettava quel momento
da troppo tempo: tutta la sua vita era stata nient'altro
che una lunga prova generale, ma ora la recita avrebbe
avuto inizio.
- Sono sempre in ritardo - disse Artkin. - Coi
bambini bisogna avere pazienza.
Nessuno fece commenti. Artkin era seduto davanti,
sul pavimento del furgone. I sedili erano stati eliminati
per fare posto a loro quattro e all'equipaggiamento.
Stroll, il nero, stava al posto di guida, le mani
rilassate sul volante. Stroll guidava come se dirigesse
una sinfonia: dopo l'esplosione all'ufficio postale,
Miro l'aveva visto filare per le strade di Brooklyn
come se fosse in vacanza, senza un pensiero al mondo.
Di solito era silenzioso e accigliato, sembrava vivo
solo quando doveva guidare. Il quarto, Antibbe,
era un uomo massiccio sulla quarantina: la sua risata
somigliava a un rombo di tuono, il suo passo scatenava
terremoti. Attraversava la vita come un carro
merci senza freni, facendosi strada a spallate; parlava
di rado e, quando lo faceva, le sue parole somigliavano
a grugniti.
Miro avvert il calore della pistola contro il petto,
dentro il giubbotto. Era una calda mattina di agosto.
L le stagioni lo confondevano: troppe in un solo anno,
non come in patria. Una ragazza avanzava nel
sole, le braccia lungo i fianchi, i lucidi capelli neri, la
camicetta d'un bianco abbagliante. Ragazze americane:
non riusciva ad abituarsi alla loro sensualit
sfacciata, ai jeans aderenti, ai maglioni attillati, ai loro
visi che nascondevano cos pochi segreti. Viveva
negli Stati Uniti da quasi tre anni, ma non aveva mai
smesso di sentirsi affascinato e disgustato dal troppo
che vedeva intorno a s. Quello era un mondo
sfrontato, sfrenato, chiassoso, rozzo, volgare. E, a
volte, improvvisamente tenero. Come la musica di
Presley.
Guard la ragazza venire avanti, sempre pi vicina,
immersa nei propri pensieri, ignara dell'effetto
del suo corpo sugli altri.
- Se vuoi posso procurartene una - gli aveva
detto Artkin un anno prima, accorgendosi del suo
imbarazzo.
- Lascia perdere - aveva risposto Miro.
Lui non era come gli uomini che riempiono i locali
dove le donne ballano senza vestiti. Poteva aspettare.
Ma aspettare che cosa? Era probabile che morisse prima
dei vent'anni. Suo fratello era morto a diciassette,
durante l'azione di Detroit.
La ragazza super il furgone e scomparve, e Miro,
rosso in viso, distolse lo sguardo.
- Eccolo - disse Artkin.
Miro sent il lento stridere dei freni mentre il bus si
fermava poco pi su e, allungando il collo, lo vide a
meno d'un centinaio di metri. Guard l'orologio. Se
ne sarebbero impadroniti in sette minuti, subito fuori
citt. Altri quindici, e sarebbero stati sul ponte. Quindici
pi sette, ventidue. Pi tre minuti per eventuali
imprevisti. (Considerate sempre gli imprevisti, diceva
Artkin.) Fra venticinque minuti uccider per la
prima volta. Io uccider un uomo.
Ma non era un uomo.
Quando si impadronirono del bus, scoprirono che
l'autista era una ragazza. Bionda, snella, con una maglietta
d'un giallo abbagliante e lunghi capelli color
paglia... no, non paglia, miele.
Stroll aveva superato il bus per poi frenare bruscamente
davanti ad esso, costringendolo a fermarsi. Gli
altri tre erano saltati gi; poi Antibbe aveva forzato
rapidamente la porta del bus ed era tornato sul furgone,
mentre Artkin e Miro salivano a bordo. Il tutto
era avvenuto in pochi secondi, senza un grido da
parte dei bambini o della ragazza alla guida, che ora
li guardava in un silenzio sgomento, a bocca aperta,
gli occhi spalancati e increduli. Miro le si accucci accanto
per non farsi vedere da eventuali auto di passaggio,
mentre Artkin percorreva il corridoio chiacchierando
coi bambini (- Ciao... Bella giornata,
eh?... Ma che bella bambina ... Ti piacciono i dolci, il
cioccolato?) ma sempre pronto a cogliere il passaggio
di altri veicoli. Era abile nel distrarre i bambini, un attore
superbo. Miro, rannicchiato accanto alla ragazza,
lo invidi.
Quando la ragazza si accorse della pistola che lui
stringeva in mano, il suo viso espresse una profonda
ripugnanza - come se avesse visto qualcosa di osceno
- e poi paura. Anzi no: terrore. Non era la prima volta
che Miro osservava quel succedersi di emozioni:
sgomento, ripugnanza, terrore.
Artkin torn verso il posto del guidatore e raccolse
il sacchetto di carta marrone che aveva lasciato cadere
salendo: dentro c'erano cioccolatini avvolti in carta
stagnola.
- Cioccolato per tutti... Vi piace, no? - annunci
allegramente.
Miro gli tocc un braccio e sent che l'altro si irrigidiva,
una vena pulsante nella gola; era pericoloso toccare
Artkin.
Miro si raddrizz e, in un brusco sussurro, disse:
- Pensavo che l'autista fosse un uomo.
- Nessuno ti ha detto di pensare - replic Artkin,
seccamente, e si allontan lungo il corridoio, deponendo
cioccolatini nelle piccole mani avide.
Al cioccolato era stato aggiunto un narcotico, una
droga abbastanza forte da intontire nel giro di pochi
minuti. Non sarebbe stato possibile, altrimenti, tenere
a bada i bambini. E nel furgone c'erano altri cioccolatini
e leccalecca drogati.
Miro torn ad accucciarsi accanto alla ragazza, rigida,
lo sguardo fisso davanti a s, le mani strette
sul volante con tanta forza da sbiancare le nocche; le
tremava il mento e le spalle fremevano, scosse dai
brividi.
Miro ricord l'unica volta che aveva tremato cos.
Quand'era morto Aniel, suo fratello. Aveva soffocato
le lacrime ma, anche se i suoi occhi erano rimasti
asciutti, il resto del corpo l'aveva tradito e dalla gola
gli era sfuggito un suono bizzarro, che saliva dalle viscere.
Artkin gli aveva calato con forza una mano su
una spalla. Era stato lui a portargli la notizia della
morte di Aniel... istantanea, quasi accidentale: un
proiettile vagante gli si era conficcato in fronte, tra gli
occhi. Miro si era divincolato ed era fuggito dalla
stanza, vergognoso e disperato: vergognoso perch,
dopo anni d'addestramento, il suo corpo l'aveva tradito;
disperato perch adesso non aveva pi nessuno.
A parte Artkin.
Ma Artkin non era carne e sangue suo.
Studi la ragazza, la vide sollevare il braccio appena
appena, scorse il cerchio sudato sotto l'ascella. Anche
il suo corpo la tradiva: ogni corpo, forse,  un traditore.
E Artkin? Sarebbe mai diventato il traditore di
se stesso?
Fra non molto avrebbe dovuto portare la ragazza
fuori dal bus, lontano dai bambini, puntarle la pistola
alla tempia e premere il grilletto. Un solo gesto, gli
aveva raccomandato Artkin, senza esitazioni. Diceva
spesso che dovevano evitare la crudelt inutile. Non
siamo bestie, diceva. Ogni azione deve avere uno scopo.
Miro tese una mano verso la tempia della ragazza,
come per sfiorarla, e subito la ritrasse.
Artkin aveva finito di distribuire i dolci e ora rideva
e scherzava coi bambini. Quando avessero raggiunto
il ponte, il narcotico avrebbe cominciato a fare
effetto. Chiss se lo sparo li avrebbe svegliati.
Vedendo Artkin tornare verso di lei, la ragazza prese
fiato e si volt.
- Che cosa succede? - domand, raccogliendo
tutto il suo coraggio e cercando addirittura di mostrarsi
indignata, senza rendersi conto di essere soltanto
patetica.
- Tu pensa a guidare e basta - disse Artkin con
voce bassa, gentile. - Non preoccuparti.  solo un
piccolo cambiamento di percorso. N tu n i bambini
correte alcun pericolo.
Incredibile come sembra sincero, pens Miro. L'aveva
gi sentito usare quella voce rassicurante, quasi
tenera. La ricordava bene, quella voce, un attimo prima
che Artkin facesse saltare la testa del poliziotto di
Detroit con un colpo di pistola.
- Perch oggi lo guidi tu, il bus? - chiese Miro,
pur sapendo che la domanda avrebbe irritato Artkin.
Meglio evitare le conversazioni inutili, durante le
operazioni.
- Mio zio  malato. Ogni tanto lo sostituisco. Ho
fatto un corso speciale.
Sembrava una scolaretta che recitasse la lezione.
Artkin lanci a Miro uno sguardo infastidito e si rivolse
di nuovo alla ragazza.
- Sono sicuro che guidi benissimo. Meglio cos.
Non vogliamo che succeda qualcosa ai bambini, e
nemmeno che si agitino.
La voce ancora rassicurante, ragionevole.
La ragazza gli sorrise: un sorriso incerto, ma comunque
un sorriso.
Miro guard i bambini: alcuni erano semisdraiati
sui sedili, afflosciati, storditi. Quanto erano forti,
quelle droghe?, si chiese.
- Ancora diciassette minuti - gli disse Artkin,
controllando l'orologio.
Miro annu e guard l'ora anche lui. Entro diciassette,
no, sedici minuti, avrebbe ucciso la ragazza.
Quanti anni aveva?, si chiese. Diciassette? La sua
stessa et?
Il bus si mosse e la ragazza cambi marcia per affrontare
una salita. Miro vide Artkin scrutare i bambini
con aria dubbiosa, la fronte aggrottata. Le droghe
erano troppo forti? O stava semplicemente riflettendo,
decidendo chi sarebbe morto, chi sarebbe
vissuto?
Artkin not il suo sguardo.
- Non preoccuparti di loro - disse, accennando
ai bambini. - Preoccupati di lei. - Indic la ragazza.
- Ti restano meno di quindici minuti.
Sotto il giubbotto, Miro avvert la presenza della
pistola, simile a un tumore in crescita.
Era furiosa con se stessa. Aveva le mutande bagnate,
le dita irrigidite intorno al volante e un'inizio d'emicrania,
una spina conficcata nella fronte sopra il sopracciglio
destro, ma niente di tutto questo aveva importanza.
Quello che importava - e che la rendeva furiosa
- era il modo in cui era rimasta seduta, senza
reagire, mentre quegli uomini s'impadronivano del
bus, di lei, dei bambini. E poi quel gelido umidiccio
in mezzo alle gambe. Aveva sempre avuto la vescica
debole. Bastava uno starnuto o una risata improvvisa,
ed ecco un breve zampillo, seguito dalla vergognosa
consapevolezza d'essersi bagnata di nuovo.
Tenne gli occhi fissi sul furgone davanti al bus, seguendolo
obbediente. Aveva sempre detestato obbedire
agli ordini, sia a casa che a scuola, ma di solito lo
faceva. Un'altra debolezza. E adesso obbediva alle
istruzioni di quegli uomini. Di quell'uomo, cio. Il
pi vecchio. Il capo. Strano... avrebbe dovuto farle
pi paura del ragazzo, e invece era il contrario. Anche
se aveva infilato la pistola nel giubbotto, il pi
giovane emanava un senso di terrore, di minaccia.
Quando l'aveva guardata con quei grandi occhi scuri,
quasi neri, le era sembrato che le prendesse le misure
per la bara. Dio, che idea. Stava drammatizzando, come
al solito. Comunque non era l'uomo a preoccuparla:
sembrava ragionevole, sensato, mentre il ragazzo
aveva qualcosa di animalesco, come un cane
che strattona impaziente il guinzaglio.
Il furgone svolt a sinistra, nella vecchia Vineyard
Road. Ma non c'era niente, da quella parte. Era nata e
cresciuta a Hallowell e la conosceva come il proprio
viso allo specchio, cos tent di capire dove fosse diretto
il furgone. Brook's End? Il vecchio padiglione
dove un tempo si ballava, durante la remota era geologica
di cui parlavano sempre i suoi genitori? Non
c'era altro, laggi, e in quei boschi solitari poteva succedere
di tutto.
Strinse con pi forza il volante per impedirsi di
tremare.
"Piantala" si disse. "Pensa ai bambini."
Lanci un'occhiata nello specchietto retrovisore. Al
contrario del solito, erano quieti e silenziosi. Una
bambina sonnecchiava, il mento sul petto; un ragazzino
era a bocca aperta, la mascella rilassata. Ma si,
certo: i dolci distribuiti dall'uomo pi anziano dovevano
essere imbottiti di tranquillanti. Vide un ragazzino
inclinarsi pigramente fuori dal sedile, come al
rallentatore, e le sfugg un grido. Ma anche l'uomo lo
aveva visto cadere e lo afferr al volo, prima che finisse
a terra; poi, invece di rimetterlo sul sedile, lo
prese in braccio e lo tenne stretto, accarezzandogli la
fronte. Un gesto simile, da un uomo che si era impadronito
del bus con le armi e non aveva esitato a drogare
i bambini...
- Guarda la strada - ordin il ragazzo.
Scandiva ogni parola alla perfezione, ma la sua voce
aveva un leggerissimo accento, come un'eco: l'inglese
non doveva essere la sua lingua madre. Gli lanci
uno sguardo rapido, di sfida, come per dirgli che
non sarebbe sempre scattata ai suoi ordini. Lui aveva
i capelli neri, riccioli fitti che gli coprivano la testa come
un elmetto, e la carnagione scura, ma con una
sfumatura ramata, come se avesse preso molto sole.
Poteva venire da qualsiasi luogo. Da qualunque parte
del mondo.
Doveva concentrarsi sulla guida, perch avevano
imboccato una strada sterrata, accidentata e stretta.
Avanzavano sotto arcate verdi formate dai rami degli
alberi che, a tratti, nascondevano la luce del sole, avvolgendoli
in un'ombra improvvisa. Il bus sobbalz e
il ragazzo le fin contro una spalla: un contatto brevissimo,
ma bast a farla rabbrividire.
L'emicrania le perforava la fronte come acido. Aveva
voglia di piangere, come quando era piccola; allora,
il pianto risolveva ogni problema.
- Dove andiamo? - chiese, per sfuggire ai propri
pensieri.
- Guida e sta' zitta - disse il ragazzo. - Ci siamo
quasi.
Il furgone si inerpic per una ripida salita e il bus
lo segu riluttante. Dovette ricorrere a tutta la sua forza
per ingranare la seconda: era un bus vecchio, quello,
senza cambio automatico, e la frizione grattava
paurosamente.
Ancora una volta, cerc di indovinare la loro meta.
In cima alla collina, la strada si inoltrava nei boschi
attraversando vecchi binari ormai in disuso; sulla destra,
ricord, c'era un malconcio ponte ferroviario. I
treni da Boston non passavano pi di l: i merci seguivano
altri percorsi, e i pendolari si fermavano a
Concord e Lexington, a una trentina di chilometri.
Il vecchio, strettissimo ponte si incurvava alto sul
Moosock River, pi ruscello che fiume, un sottile scarabocchio
d'acqua. A volte i ragazzi si riunivano sul
ponte per bere birra e lanciare le bottiglie nel fiume.
Lei non aveva mai partecipato a quel tipo di riunioni,
ma al liceo di Hallowell erano leggendarie.
Il bus arrancava come un'enorme bestia riluttante.
Lanci un'occhiata all'accensione. Che cosa sarebbe
successo se avesse sfilato la chiave e l'avesse lanciata
fuori dal finestrino, fra i cespugli ai lati della strada?
Sarebbe bastato a mandare a monte i loro piani, o
avrebbe messo ancor pi in pericolo lei e i bambini?
L'uomo sembrava un tipo ragionevole. Doveva dargli
retta e sperare che si trattasse davvero di una piccola
deviazione? Lanci un'altra occhiata nello specchietto
retrovisore: i bambini ciondolavano sui sedili, pi
o meno addormentati.
"Me li hanno affidati" pens. "Meglio non fare
niente, meglio non rischiare."
Avvert accanto a s la presenza del ragazzo, l'odore
del suo giubbotto sintetico. L'emicrania era un pugnale
sopra il suo occhio destro.
- Ci siamo quasi - disse il ragazzo.
Nella sua mano era ricomparsa la pistola. Puntata
contro di lei.
Il furgone era fermo in cima alla collina.
- Il furgone far un'inversione - le disse l'uomo
- e salir sul ponte in retromarcia. Seguilo.
- Devo fare retromarcia anch'io?
Come avrebbe potuto, si chiese preoccupata, eseguire
una simile acrobazia su quella stradina sterrata?
- No, seguilo e basta. Quando si fermer, ti fermerai
anche tu. Fronte a fronte.
- Il ponte ferroviario  pericolante.  sicuro che
regger?
- S. Abbiamo controllato. Va' piano, per. Ci sono
i binari; balleremo parecchio, superando le traversine.
 lungo almeno un centinaio di metri.
Incredibilmente, l'autista del furgone riusc a invertire
la marcia, sia pure lasciandosi dietro una scia
di cespugli spezzati.
- Seguilo - ordin l'uomo. - E poi per te sar
tutto finito.
- Allora potr andarmene? I bambini... che ne sar
di loro?
- Non preoccuparti. - Le tocc gentilmente una
spalla. - Andr tutto bene.
Segu il furgone sul ponte. Fu tutt'altro che facile e,
con un improvviso senso di vertigine, si rese conto di
trovarsi a cinquanta metri buoni sopra il fiume. Fece
avanzare il bus con cautela, sfiorando appena l'acceleratore,
consapevole della struttura malferma, delle
traversine marce, dello spazio sbadigliante sotto di
loro. Almeno le controrotaie avevano un aspetto solido:
ferro nero, che dava un senso di sicurezza.
- Bene - disse l'uomo. - Bene.
Finalmente il furgone si ferm e lei fren. Fiss il
vecchio edificio abbandonato al di l del ponte, appollaiato
sul bordo del burrone, sbilenco come se si
fosse immobilizzato a met di un rollio ubriaco. Sembrava
lontanissimo.
- Spegni il motore - disse l'uomo.
Obbed. L'uomo si protese, sfil la chiave dall'accensione
e se la infil in tasca.
- Sei stata bravissima - disse. Poi si volt. - Miro
- chiam.
Miro non rispose. Aveva sentito la voce di Artkin,
ma come se provenisse da molto lontano. Fissava
uno dei bambini, un maschietto: era disteso sul sedile,
da solo, e sembrava che dormisse; per aveva la
pelle azzurrina, quasi gli avessero iniettato nelle vene
una tintura blu, e il suo petto non si alzava n si
abbassava.
- Artkin - chiam Miro, incapace di staccare gli
occhi dal piccolo.
- S? - replic lui con voce brusca, impaziente.
Miro stacc a fatica gli occhi dal bambino e chiam
Artkin con un cenno. Un guizzo infastidito attravers
il viso dell'uomo.
- Tocca a te - disse, avvicinandosi.
Miro non rispose e indic il bambino.
Artkin imprec sottovoce nella loro lingua, usando
un'antica parola che esprimeva costernazione e disgusto.
Non gliel'aveva mai sentita usare, prima di
allora. Artkin non perse tempo: auscult il cuore,
controll il battito del polso, appoggi l'orecchio alle
labbra bluastre. Il bambino era immobile, rigido.
- Che succede? - chiese ansiosa la ragazza. -
Uno dei bambini sta male?
- Controlla gli altri - disse Artkin a Miro. - Vedi
come stanno. - E alla ragazza: - Un momento.
Miro fece un rapido giro del bus: i bambini erano
intontiti, immersi in un dormiveglia drogato, ma respiravano
regolarmente. Lo rifer a Artkin, che stava
facendo la respirazione bocca a bocca al ragazzino.
Miro lanci un'occhiata alla ragazza, che si era voltata
e li fissava spaventata, e si sent montare dentro
una rabbia furiosa. Senza quel contrattempo, avrebbe
gi portato a termine il suo compito. Diede un'altra
occhiata al bambino e sent irrigidirsi i muscoli dello
stomaco: quanto tempo ci vuole per morire?
Distolse lo sguardo dal corpo troppo immobile,
dalla carne bluastra. Perch quella morte avrebbe dovuto
turbarlo? Aveva visto ben altro. Ricord l'azione
di Detroit, l'uomo che se l'era fatta addosso subito
prima di morire, il puzzo nell'auto.
Artkin aveva messo in conto la morte di alcuni
bambini, se fosse stato necessario, per non amava
gli imprevisti, le complicazioni.
- Miro - disse Artkin - avvicinati.
- Che succede? - chiese ancora la ragazza.
- Qualcuno sta male?
- Un momento, prego - le rispose Artkin. E a Miro,
in un sussurro, lo sguardo fisso sul piccolo corpo
disteso sul sedile: - Il bambino  morto. Per pu
essere un vantaggio. Molto meglio che uccidere la ragazza.
Ci pensi che effetto far, la morte d'un bambino?
Servir a convincerli che non  un bluff, che siamo
assolutamente decisi. - Si raddrizz e fiss Miro.
- Dobbiamo improvvisare. Per il momento risparmiamo
la ragazza, ci sar utile. Le droghe dovevano
essere molto pi forti di quel che credevo, e i bambini
non possono prenderne un'altra dose. Non subito.
Non ci serve un bus pieno di bambini morti, o non
avremo pi merce di scambio. Perci aspetteremo. La
ragazza pu badare a loro, tenerli buoni.
- Ma... - cominci Miro.
Il suo primo incarico importante, la sua iniziazione!
Si era preparato, aveva aspettato quel momento
per anni...
- Avrai la tua occasione, Miro - disse gentilmente
Artkin. - Quando saremo sicuri che possono
prendere un'altra dose, gliela daremo. Forse il bambino
che  morto era allergico, o aveva il cuore debole.
- Lanci un'occhiata alla ragazza, che continuava a
fissarli preoccupata. - Lei morir, Miro. Ci ha visti
senza maschera e deve morire. Ma non adesso. Ci
serve viva, per il momento.
Miro annu, convinto.
- Va' da lei, ora. Raccontale cos' successo. Spiegale
che  stato un incidente. Scopri come si chiama.
Parlale, conquista la sua fiducia. Io avr altro da fare.
Di nuovo, Miro annu.
- E mettiti la maschera, Miro. Ci siamo. Ormai i
messaggi sono stati consegnati: l'azione pu iniziare
da un momento all'altro.
La maschera.
Miro la amava e la odiava allo stesso tempo. In
realt era una specie di passamontagna, ma di stoffa,
foderato con uno di quei materiali sintetici che assorbono
il sudore mantenendo fresca la pelle. La maschera
era fissata con un bottone all'interno del giubbotto
di Miro, quello che indossava sempre durante
le azioni. Marrone scuro, tasche a profusione, di due
taglie pi grande per consentirgli di portare con s
tutto il necessario: il coltello, le pinze, cacciavite di
varie misure. Pi la fondina per la pistola.
Fece per prendere la maschera, ma prima d'infilarla
decise di parlare alla ragazza. Cos sarebbe stato
pi facile. A volte la maschera lo faceva sentire prigioniero,
come se, rinchiuso l dentro, guardasse il
mondo dal di fuori, senza farne realmente parte. Non
gli copriva gli occhi, naturalmente, e nemmeno il naso
o la bocca, e sulle orecchie c'erano due aperture
appena visibili, coperte da un tessuto sottile come
una ragnatela. Per non si sentiva a suo agio, con la
maschera. Anche se in fondo gli piaceva. Guardandosi
allo specchio, la prima volta che l'aveva messa -
doveva avere pi o meno tredici anni - si era reso
conto di non avere pi et. Gli uomini impallidivano
davanti alla maschera, uomini molto pi grandi e pi
grossi e pi forti di lui. La maschera gli dava potere e
autorit.
La prese e la guard: era nera, con una cucitura
rossa intorno agli occhi, le narici e la bocca. Era un
momento esaltante, quello in cui la infilava per la prima
volta durante un'azione: senza la maschera era
Miro Shantas, il ragazzo senza pi un nome. Con la
maschera era Miro Shantas, combattente per la libert.
Spesso si chiedeva quale dei due era realmente.
E va bene. Non avrebbe ceduto al panico. Pochi istanti
prima, mentre li ascoltava parlare, aveva sentito
che il ragazzo si chiamava Miro e l'uomo Artkin e,
per qualche misterioso motivo, sapere che avevano
un nome aveva restituito un minimo di normalit alla
situazione, attenuando il terrore che l'aveva attanagliata
mentre andavano verso il ponte. "Miro,
Artkin" era molto meglio che "il ragazzo, l'uomo". Li
rendeva umani. Eppure, adesso, il ragazzo di nome
Miro le stava raccontando una cosa inumana, una
storia dell'orrore. Il bambino era morto.
- Ammazzato - disse d'istinto.
Una parola di cui mai, fino a quel momento, aveva
davvero compreso il significato.
- No - la corresse il ragazzo. -  stato un incidente.
Ci avevano garantito che i narcotici erano innocui,
ma lui  morto.
- Anche gli altri bambini sono in pericolo?
- No. Abbiamo controllato... sono a posto. Forse
quello aveva il cuore debole. O un'allergia.
Kate si volt a guardare i bambini: sembravano ancora
storditi, anche se alcuni sbadigliavano e si agitavano
inquieti sui sedili.
- Devi aiutarci - prosegu il ragazzo. - Dovrai
occuparti di loro. Non vogliamo spaventarli.
- Fino a quando resteremo qui? - Accenn all'uomo,
che andava da un sedile all'altro accarezzando
fronti e guance, parlando in tono gentile, rassicurante.
- Aveva detto che tutto sarebbe finito, una
volta raggiunto il ponte.
- Abbiamo modificato il piano - improvvis Miro.
- Per via del bambino morto. Resteremo qui pi
a lungo.
- Quanto a lungo? - insist lei, avvertendo la sua
incertezza.
Lui scroll le spalle.
- Non lo so. Qualche ora...
In quel momento, un rumore richiam l'attenzione
della ragazza: una specie di colosso, quello che prima
aveva forzato la portiera con un piede di porco, ne
stava spaccando i vetri con un sasso.
- Che cosa fa? - domand.
L'uomo continu a rompere i vetri con torva intensit,
senza degnare d'uno sguardo la ragazza e Miro.
- Rompe il vetro per passarci una catena con lucchetto.
Cos non si pu aprire la porta azionando la
leva - spieg Miro.
Automaticamente, gli occhi della ragazza andarono
alla porta d'emergenza al centro del bus, e Miro se
ne accorse. Non sorrise, sembrava incapace di sorridere,
ma i suoi occhi s'illuminarono.
- Bloccheremo la porta d'emergenza con un morsetto
- aggiunse. - E i finestrini... li sigilleremo con
nastro adesivo. Nessuna possibilit di fuga.
La ragazza si sent trasparente, come se il ragazzo
potesse leggerle dentro. Voltandosi, vide l'uomo fermo
accanto al sedile dov'era disteso il piccolo cadavere.
Si chiese chi fosse il bambino morto, anche se in
fondo non voleva saperlo. Una morte anonima sembrava
meno terribile. Del resto non conosceva bene i
bambini, bench i loro visi le fossero familiari. Li aveva
sentiti chiamarsi per nome - Tommy, Karen, Monique
- per non riusciva a collegare i nomi alle facce.
- Posso vederlo? - domand.
Si rese conto che in realt non lo desiderava affatto,
per sentiva di doverlo fare, forse per accettare la
realt di quella morte.
Miro esit.
- Come ti chiami? - le chiese.
- Kate. Kate Forrester.
- Miro - si present lui.
Quella, si rese conto d'un tratto, era forse la prima
volta che si presentava a qualcuno. Di solito non diceva
il suo nome. Oppure era Artkin che annunciava:
"Il ragazzo si chiama Miro".
- E il tuo amico come si chiama? - domand Kate,
fingendo di non saperlo.
- Artkin.
Il gigante minaccioso fuori dal bus cominci a sistemare
la catena. A Kate non interessava sapere il
suo nome: sarebbe servito soltanto a renderne ancor
pi reale l'esistenza. Guard verso il furgone e vide il
nero al volante, lo sguardo perso nel vuoto, come immerso
in un sogno tutto suo.
- Per piacere - ripet - posso vedere il bambino?
Miro alz le spalle.
- Resteremo sul bus per un po'. Chiamami Miro, e
io ti chiamer Kate.
Parole difficili da dire, soprattutto a una ragazza, e
per di pi americana, ma Artkin gli aveva detto di
guadagnarsi la sua fiducia.
Lei non replic.
A disagio, Miro si volt e le fece cenno di seguirlo,
poi si diresse verso il centro del bus.
- Vuole vederlo - disse ad Artkin.
Kate prese fiato e abbass lo sguardo sul bambino
immobile: sembrava addormentato, ma il suo pallore
aveva una sfumatura azzurra. Miro la imit, sforzandosi
di vederlo dal punto di vista della ragazza. Aveva
mai visto un morto, prima d'ora? Probabilmente
no; non nel suo ordinato, immacolato mondo americano.
La ragazza rabbrivid.
- Vieni - le disse Miro.
Sembr sollevata di voltare le spalle al bambino.
Almeno non era svenuta. Era pallida, per, e il pallore
faceva risaltare i capelli biondi, rendendoli pi radiosi.
I ragazzi americani, pens, l'avrebbero considerata
bella.
Artkin and con loro verso il posto del guidatore.
- Che succede, ora? - chiese Kate. Avrebbe mai
dimenticato quel bambino bluastro steso sul sedile?
- Dobbiamo solo aspettare - rispose Artkin.
- Questione di ore. Abbiamo mandato un messaggio e
aspettiamo una risposta. Nel frattempo, cerca di tenere
tranquilli i bambini. Stanno per svegliarsi.
Kate chiuse gli occhi. L'emicrania torn all'attacco,
perforandole la fronte. Il viso azzurrognolo del
piccolo morto fluttu nelle tenebre. Non sapeva
neppure come si chiamava. Per sfuggire a quel viso,
riapr gli occhi e guard i due sconosciuti che le stavano
davanti.
- Occupati dei bambini. Nient'altro. Pensa ai
bambini. - disse Artkin con voce gelida. Poi si rivolse
a Miro. - La maschera.
Li vide tirar fuori le maschere dai giubbotti e infilarle.
D'improvviso diventarono grotteschi, mostruosi,
figure fuggite da un incubo. E nelle maschere riconobbe
la propria condanna.
Un'altra foto ricordo dalla raccolta di Benjamin
Marchand: Nettie Halversham.
Ci vuole una foto a colori per rendere giustizia alla
bellezza di Nettie: occhi viola, capelli dello stesso nero
lucido di certe vecchie berline, labbra come una
spremuta di fragole. Ridicolo? Forse. Ma, insomma,
Nettie Halversham era...  bella. E anche il suo cuore
era nero come una vecchia berlina.
E bordiamo la cartolina col senso di colpa che sibila
attraverso il tunnel nel mio petto. Un senso di colpa
di tutti i colori e tutte le sfumature, che mi spinge sul
Brimmler's Bridge mentre dovrei tirare palle di neve
contro Martingale e Donateli.
Il senso di colpa, per, incomincia con Nettie
Halversham.
Perch. Perch, mentre il bus era nelle mani dei sequestratori
e tutti i canali televisivi trasmettevano notiziari
a getto continuo e Fort Delta era in piena emergenza
(a me e a Jackie Brenner e ad altri figli di generali
era stata assegnata una guardia del corpo) per
tutto quel tempo, insomma, io sono riuscito a pensare
soltanto a me stesso e alla mia infelicit, e a fissare il
telefono per ore. A me, perlomeno, sembravano ore.
Una volta feci per sollevare il ricevitore e subito il
soldato di guardia mi chiese:
- Chi vuoi chiamare?
Era un omone grande e grosso e aveva l'aria di un
ex giocatore di football o forse di un pugile, con le
orecchie spiaccicate e il naso storto. M'innervosiva
moltissimo, perch non si limitava a sorvegliare la casa:
non mi lasciava un minuto, mi teneva d'occhio
perfino mentre mangiavo e rifiutava sempre di mangiare
qualcosa anche lui; forse, se si fosse seduto a tavola
insieme a me, mi sarei sentito meno imbarazzato.
Insomma, mi chiese chi volevo chiamare e io
scrollai le spalle e non risposi. Tanto gi lo sapevo,
che telefonare sarebbe stato inutile.
Perch?
Perch volevo chiamare Nettie Halversham.
E allo stesso tempo non volevo.
Una vecchia canzone dice: "Cos' che chiamiamo
amore?" Gi, che cos'? Non avevo mai pensato molto
all'amore, prima d'incontrare Nettie Halversham.
E, se mi era capitato, me lo immaginavo come una
specie di scintilla che scocca contemporaneamente fra
due persone... insomma, se t'innamori di una ragazza,
automaticamente lei s'innamora di te.
Figuriamoci.
Dunque, incontrai Nettie e m'innamorai di lei. Fu
un colpo di fulmine, e il tuono che si sent subito
dopo era il battito del mio cuore... proprio come
nelle canzoni. Capit un sabato mattina che ero andato
al centro commerciale di Hallowell insieme a
Jackie Brenner. A Fort Delta c' tutto, naturalmente,
ma prendere un bus per Hallowell e filarsela dal
campo era un lusso e un sollievo allo stesso tempo.
Fino a pochi anni fa la mia vita si svolgeva interamente
entro i confini di Delta, ma alla fine cominciai
a sentirmi soffocare, anche perch, mentre altri ragazzi
andavano a scuola a Hallowell, io frequentavo
la scuola del campo: classi con pochi allievi, grande
attenzione per ognuno di noi, controlli didattici
ideati da mio padre in persona. Provavo un gran
senso di libert, quando prendevo il bus per Hallowell
e mi lasciavo alle spalle i soliti ragazzi, le solite
strade che portavano il nome di battaglie famose,
le solite vecchie caserme.
Fu cos che, quel sabato dell'agosto scorso, incontrai
Nettie Halversham di fronte al centro commerciale.
Era insieme a un'amica di Jackie, e appena la
guardai mi sentii lo stomaco vuoto come se non mangiassi
da una settimana. Non riuscivo a toglierle gli
occhi di dosso e sapevo di essere innamorato. Irreparabilmente.
E pensavo che anche lei fosse innamorata
di me, che noi due ci fossimo innamorati.
Il bus arriv, lei ci sal insieme alla sua amica e io le
dissi: - Ci vediamo - come se fosse una frase in codice,
e lei mi rivolse un sorriso speciale (o cos credetti)
e poi mi feci dire il suo cognome da Jackie e decisi
che l'avrei chiamata e le avrei chiesto di uscire. Un
appuntamento.
Perfino a Delta si pu fare un po' di vita mondana,
perci avevo gi affrontato i consueti orrori dei balli
scolastici e delle feste di compleanno. Per non avevo
mai avuto un appuntamento e non sapevo minimamente
come ci si comportava, uscendo con una ragazza,
ma non avevo voglia di preoccuparmene. Ero
alle prese col destino, la sorte, il fato. Di colpo, le parole
di migliaia di stupide canzoni d'amore acquistarono
un senso.
Le telefonai, tre sere prima del sequestro del bus.
Mentre facevo il suo numero il cuore mi batteva pi
in fretta, e quando sentii la sua voce manc poco che
mi sciogliessi. Le dissi chi ero.
- Chi? - fece lei. La parola rest sospesa nell'aria
come un rintocco funebre. Ripetei il mio nome, le ricordai
dove ci eravamo incontrati, e lei fece: - Oh,
s... - come se avesse appena ripescato da un archivio
una scheda che confermava la mia esistenza.
Parlammo per un po', e fu come pedalare in salita
perch lei lasci cadere nel microfono qualche "S" o
"Oh" o "Mmm" come monetine in un jukebox, ma
nient'altro. Ero disperato. Uno dopo l'altro, esaurii
tutti gli argomenti e finalmente mi decisi a tacere, ormai
a corto di fiato. Solo alla fine le domandai se le
andava di venire al cinema con me. E lei, dopo una
pausa, rispose:
- No, credo di no.
La sua voce grondava noia. Perch, perch non
aveva mentito, dicendomi magari: "Mi sarebbe piaciuto
ma..." invece di farmi sentire come se non facessi
parte della razza umana?
Riattaccai dopo aver farfugliato un altro po', scusandomi
per averle fatto perdere tempo, e lei non disse
una parola e mi lasci annaspare. Fine. E il peggio
era che non riuscivo a smettere di amarla. Il suo viso
continuava a ossessionarmi e il mondo mi appariva
gelido e solitario come l'altra faccia della luna.
Tre giorni dopo ero ancora a pezzi, non toccavo cibo
e pensavo che la mia agonia sarebbe durata almeno
per i prossimi cinquant'anni.
Quando il telefono squill, quella mattina, mi precipitai
a rispondere con la certezza che fosse Nettie
Halversham, pronta a scusarsi... non mi aveva riconosciuto,
aveva frainteso ...
E invece era mio padre. Strano. Non chiamava mai
dall'ufficio.
- Ben, stai bene? - mi domand.
"Accidenti" pensai "sa di Nettie".
- Bene - risposi, col tono di chi sente il terreno
che gli frana sotto i piedi.
E allora lui mi disse del sequestro del bus. E dei
bambini.
Quale bus? Quali bambini?
E io che c'entravo?
Quel bus: uno scuolabus giallo che trasportava sedici
o diciotto bambini (all'inizio non si sapeva esattamente
quanti fossero) da Hallowell a un campo
estivo alla periferia della citt. Il bus era stato
sequestrato da tre o pi sconosciuti e dirottato su un ponte
ferroviario in disuso della linea Hallowell-Crenshaw.
Sul ponte c'era un furgone, che probabilmente era
coinvolto nel sequestro.
I bambini erano fra i cinque e i sei anni.
Il primo messaggio dei sequestratori arriv quando
un ragazzino port una lettera alla stazione di polizia
di Hallowell. Un uomo gli aveva dato un dollaro
per consegnarla. Secondo il ragazzo, era "vecchio,
sulla quarantina", e tutto scuro: capelli, vestiti, baffi,
occhiali. La lettera era indirizzata al generale di brigata
Rufus L. Briggs, Profondo Delta, Fort Delta,
Massachusetts. Sulla busta c'era scritto a macchina:
DA CONSEGNARE ENTRO UN'ORA:
QUESTIONE DI VITA O DI MORTE.
Questo  il succo di quanto mi raccont mio padre
al telefono, anche se all'epoca non conosceva ancora i
dettagli. E, dato che Fort Delta era coinvolto, era in
ansia per me. Gli dissi che stavo bene e resistetti alla
tentazione di ricordargli che, in fin dei conti, non avevo
cinque anni. Sapevo che le sue intenzioni erano
buone. Gli dissi che dovevo andare a giocare a pallone
con Jackie Brenner, ma lui mi consigli di restare
dov'ero e disse che avrebbe mandato qualcuno a sorvegliare
la casa. Anzi, a sorvegliare me.
- E la mamma? - chiesi, di colpo all'erta.
Quella mattina mia madre era andata a Boston:
compere al mattino e teatro il pomeriggio.
- Mander qualcuno a cercarla - disse mio padre.
- Senti, Ben, forse penserai che esagero, ma non
voglio correre rischi, perch...
Il "perch" fluttu in aria, circondato da un silenzio
che finii per rompere con qualche esitazione, anche
se sapevo cosa veniva dopo il "perch". Perch,
probabilmente, c'era di mezzo anche il lavoro segreto
di mio padre.
- Ma cosa vogliono, pap?
- Ancora non lo sappiamo, Ben. Il messaggio dice
di aspettare istruzioni. Nient'altro. - Mi resi conto
che mai, fino ad allora, mio padre mi aveva parlato
cos. Oh, parlavamo, naturalmente... del fatto che i
Red Sox avrebbero vinto o no il campionato (grandi
speranze in maggio, triste realt a settembre) e dei
miei voti a scuola e cos via, per mai niente che riguardasse
lui, il suo lavoro, che cosa pensava della
vita in generale, come se tutto - a parte il baseball e i
miei voti - fosse collegato ai suoi doveri segreti.
- Resta in casa, Ben. Non  il caso di correre rischi.
- D'accordo - dissi io. E poi mi venne in mente
una cosa. - Ehi, pap - sbottai. - Hai detto che il
messaggio era indirizzato al generale Rufus Briggs.
Non l'ho mai sentito nominare. Chi , questo generale
Briggs?
Lo sentii trattenere il fiato per un attimo. Poi silenzio.
E pensai: "No, non pu essere. E se il generale
Briggs fosse lui, mio padre? Se questo fosse il suo...
come si chiama... pseudonimo?"
- Non posso dirti altro, Ben. Fa' attenzione, d'accordo?
Ti mander qualcuno. E non preoccuparti.
Riattaccai. La cornetta del telefono era bagnata del
mio sudore.
Il bus, i bambini, i sequestratori, e mio padre che
usava uno pseudonimo. E che cosa diavolo era
Profondo Delta?
Mi resi conto che da almeno tre minuti non pensavo
a Nettie Halversham. Un record.
Buffo. Non riesco a ricordarmelo, il viso di Nettie
Halversham.
 passato tanto tempo?
Ma il tempo  strano. Gioca strani scherzi. Come
questa stanza. Mi sembra d'essere qui da sempre, e
invece ci sto solo da settembre, giusto?
Giusto?
Ma a chi lo sto chiedendo? E come se mi aspettassi
di sentirmi rispondere da un fantasma, penetrato qui
mentre io non guardavo.
A proposito di tempo, sono le 11,15 e loro sono in ritardo.
I miei genitori, cio.
Hanno detto che sarebbero arrivati alle undici.
Castle  a tre ore d'auto da Delta. Forse sono partiti
in ritardo. Forse mio padre ha cambiato idea e alla fine
non verr.
Forse spero che non verr.
Perch altrimenti dovr sedermi di fronte a lui e
guardarlo negli occhi. E so che non posso farlo. Non
ora, non ancora.
Da qui, dal mio posto dietro la scrivania, posso spingere
lo sguardo oltre il cortile e fino al vialetto che i
visitatori devono percorrere per raggiungere i dormitori
o i saloni di ricevimento.
Continuo ad alzare lo sguardo, in attesa dei miei.
La battaglia a palle di neve  finita e il cortile  deserto.
A tratti si alza il vento, che strappa alla coltre
nevosa soffici stracci bianchi e poi li fa ricadere sul
terreno.
Batto a macchina lentamente, una parola alla volta,
e fra una parola e l'altra, perfino fra una lettera e
l'altra, alzo gli occhi in attesa che appaiano, che lui
appaia.
Sperando che lo faccia.
Sperando che non lo faccia.
E, chiss come, lo sento gi qui, con me, che osserva
e aspetta.
Mio padre, il fantasma.
* * *
Miro odiava le attese. Nei terminal degli aeroporti,
nelle stazioni degli autobus, in quelle eterne stanze
piene d'aria viziata. O come quel giorno, a Detroit,
quando erano rimasti intrappolati nell'atrio d'un albergo
per nove ore, senza mangiare n bere, pistola
alla mano per tutto il tempo, finch l'arma era diventata
parte di lui, come una scheggia piantata nella
carne.
Nel bus faceva sempre pi caldo, e naturalmente
non si potevano aprire i finestrini. I bambini erano
docili ma inquieti, e la ragazza non riusciva a impedire
che di tanto in tanto scoppiassero a piangere. Poi,
quando si calmavano, tornava a sedersi al posto di
guida, le mani strette sul volante e lo sguardo fisso
nel vuoto.
Miro era lieto di avere ordini da eseguire e doveri
da compiere. Il suo primo compito era stato sigillare
i finestrini e coprirli di nastro adesivo, lasciando
scoperte qua e l soltanto feritoie sottili, in modo da
poter sorvegliare la zona circostante senza esporsi.
Cos avrebbero potuto tener d'occhio l'edificio oltre
il burrone, a quasi trecento metri di distanza, dove,
diceva Artkin, esercito e polizia avrebbero stabilito
il loro quartier generale. E potevano anche controllare
i boschi tutt'intorno, dove si sarebbero appostati
i cecchini.
Pur intralciato dalla presenza dei bambini, aveva
applicato il nastro adesivo con efficienza e rapidit,
scavalcandoli o scostandoli per raggiungere i finestrini.
I bambini lo fissavano, incuriositi e insieme indifferenti,
come se assistessero a una scena in tiv, un
programma che non li riguardava e che, volendo, potevano
cancellare cambiando canale. Effetto dei tranquillanti,
pens Miro. O forse i bambini americani
erano gi drogati dalla televisione.
Mentre sistemava il nastro sull'ultimo finestrino, si
sent tirare i pantaloni e abbass lo sguardo. Un bimbetto
biondo lo fissava sorridendo, per nulla impaurito
dalla maschera; gli mancavano due denti davanti
e quello spazio vuoto gli dava un aspetto buffo. Miro
lo ignor e si affrett a finire il lavoro.
I bambini gli sembravano tutti uguali: piccoli esseri
umani privi d'identit, sconosciuti che non suscitavano
il suo interesse n la sua curiosit. Non aveva mai
giocato con altri bambini, da piccolo. Il suo unico
compagno era stato il fratello maggiore, Aniel, e nessuno
dei due era mai stato davvero bambino. Per sopravvivere
nei campi-profughi avevano elemosinato
e rubato, soprattutto Aniel, che in quelle mattine roventi
era sgusciato fuori, confondendosi nell'andirivieni
incessante dei fuggiaschi per tornare con avanzi
di cibo o di vestiti... un vecchio giubbotto, camicie o
calzini. Una volta gli aveva portato un minuscolo oggetto
di legno arancione a forma di animale.
- Che cos'? - aveva chiesto Miro.
- Un giocattolo - aveva risposto Aniel.
La parola non significava nulla per Miro, che per
riconobbe l'animale: un elefante. Chiss perch, quell'oggetto
lo affascinava: fingeva di attraversare il deserto
in groppa all'elefante, mentre uomini cattivi li
inseguivano. E poi una mattina si svegli e l'elefante
era scomparso. Lui e Aniel lo cercarono inutilmente.
Quando Miro si era addormentato, il giocattolo era
vicino al suo viso sul pavimento di terra battuta. Durante
la notte, gli aveva spiegato Aniel, qualcuno lo
aveva rubato. Forse uno di quelli che dividevano il
rifugio con loro.
Miro aveva accettato la spiegazione senza lamentarsi.
Rubare faceva parte della vita. Ma in lui aveva
preso forma una vaga consapevolezza, proprio come
l'oggetto di legno aveva preso forma di animale. E
quella consapevolezza diceva: non tentare di possedere
qualcosa, non cercare gioia in qualcosa. Prima o
poi ti verr portato via, proprio come tu porti via agli
altri.
Scost la mano del ragazzino biondo e si diresse
verso il retro del bus. Camminava senza rumore, per
non attirare l'attenzione dei bambini. Non voleva
avere a che fare con loro. Non voleva avere a che fare
con nessuno, ragazza compresa. Desiderava soltanto
eseguire gli ordini e completare l'operazione. Un'operazione
che lo preoccupava.
Era turbato, e non sapeva bene perch. Forse perch
Artkin gliene aveva rivelata solo una minima
parte? Aveva parlato del sequestro del bus, certo, e
dell'uccisione dell'autista; aveva parlato di drogare i
bambini, bloccare le porte e oscurare i finestrini col
nastro adesivo. Ma non una parola su quel che sarebbe
accaduto in seguito. Miro non aveva osato far domande:
nessuno avrebbe osato.
Artkin aveva detto semplicemente:
- Una volta sul ponte, aspetteremo. Dobbiamo essere
pazienti, e la nostra pazienza sar ricompensata.
Ora Artkin era nel furgone con Stroll e Antibbe.
"Sta spiegando il piano agli altri, e vuole escludermi?"
si chiese Miro, e subito si vergogn della
propria gelosia.
Finora era stato geloso perch era il pi giovane, il
pi inesperto, ma oggi la morte dell'autista avrebbe
dovuto affermare la sua maturit, il suo ingresso a
pieno titolo fra i combattenti. Lanci un'occhiata risentita
alla ragazza. E ce l'aveva anche col bambino
morto disteso sul sedile.
Perci a Miro non piaceva aspettare: gli dava troppo
tempo per pensare, per riflettere e interrogarsi su
cose che avrebbe dovuto lasciare ad Artkin. Ora s'interrogava
sulla ragazza, osservandola fra le palpebre
socchiuse. Aveva tentato di attaccare discorso, ma lei
era rimasta chiusa in un mutismo ostinato. Sospettava
che sarebbe morta prima della fine dell'azione?
Aveva visto la verit oltre le abili menzogne di
Artkin? Un pensiero improvviso colp Miro. Mente
anche a me, Artkin? Inganna anche me altrettanto
abilmente?
Scosse la testa per scacciare un pensiero cos terribile
e guard attraverso una delle feritoie. All'esterno
era tutto tranquillo. Il bus era abbastanza alto da permettergli
di vedere oltre il parapetto del ponte, quello
stesso parapetto che li avrebbe nascosti mentre passavano
dal bus al furgone. L'edificio al di l del burrone
era ancora deserto e silenzioso. Cerc lo scintillio dei
fucili dei cecchini fra gli alberi, ma vide soltanto rami
fitti di foglie estive. Un uccello trill sopra di lui; non
lo riconobbe. In patria, dicevano i vecchi, tortore e allodole
intrecciavano voli attorno agli aranci, in riva al
fiume. Non aveva visto tortore negli Stati Uniti. E
nemmeno aranci, anche se, diceva Artkin, crescevano
pi a sud, in Florida, dove Miro non era mai andato.
Mentre guardava di nuovo il cielo, sent il motore
di un elicottero e trattenne il fiato. Il suono aument
di volume. Sent il sangue rimbombargli nelle vene, il
cuore battere rapido. Adesso il motore pulsava violento,
quasi si librasse sul tetto del bus, avvolgendolo
nel suo fragore.
L'attesa era finita. L'azione era cominciata.
Quando sent l'elicottero, Kate era seduta al posto di
guida e stringeva il volante, scoraggiata, incapace di
affrontare i bambini o il ragazzo, Miro. Sapeva di essere
condannata. L'aveva capito nel momento in cui
avevano infilato le maschere, e quella consapevolezza
le aveva dato la nausea. Li aveva visti senza maschera.
Poteva riconoscerli, identificarli come nei telefilm
polizieschi. I bambini, forse, non rappresentavano
una autentica minaccia - in tribunale la loro testimonianza
non avrebbe retto - ma Kate sapeva che
non potevano permettersi di lasciarla andare. Di lasciarla
vivere.
Nel tentativo di controllare il panico, si era aggirata
fra i bambini, parlando a quelli non del tutto addormentati.
Per lo pi erano ancora storditi, apatici, ma a
tratti uno si agitava o si metteva a sedere e si guardava
intorno con aria interrogativa. Un piccoletto lentigginoso,
coi capelli d'un arancione elettrico, le tir
una manica.
- Quando arriviamo al campo? - le chiese sbadigliando.
- Presto - gli rispose. - Molto presto.
Il bambino le rivolse un sorriso fiacco e sprofond
in una specie di dormiveglia.
Una biondina con gli occhi azzurri, il tipo di bambina
che vince tutti i concorsi per "Bimbi Belli", la
guard con il mento tremante e le guance rigate di
lacrime.
- Che cos'hai? - le chiese Kate gentilmente.
- Ho lasciato a casa Classie - rispose la bimba.
- Chi  Classie?
- Classie  la mia giaffa. - Si asciug goffamente
le lacrime.
- La tua cosa? - domand Kate, consapevole che
il ragazzo, Miro, impegnato a oscurare i finestrini col
nastro adesivo, la fissava da neanche un metro di distanza.
- La mia giaffa - ripet la bambina, tirando su
col naso. - Voglio la mia giaffa.
- Vuol dire la sua giraffa - spieg il bambino
sprofondato sul sedile accanto, che fino allora era
sembrato immerso nel sonno. E, in effetti, parlava ancora
con gli occhi chiusi. Era un ragazzino paffuto,
con guance tonde e pancia tonda. - Si porta sempre
dietro la sua giraffa, ma oggi l'ha scordata - spieg.
Il viso della piccola s'illumin di gioia.
- Conosci la mia Classie, Raymond?
- Ss. - Aveva una voce profonda, quasi da adulto.
Apr un occhio vivace e vigile, scintillante d'intelligenza,
guard prima la bambina e poi Kate, poi lo
richiuse. Kate lo scrut, con la sensazione che fosse
ben sveglio, in ascolto, in attesa.
- Possiamo tornare a prendere Classie? - chiese
la bambina.
- Pi tardi, forse - rispose Kate. E cerc di cambiare
argomento. - Come ti chiami?
- Monique.
La piccola sbadigli e si strofin gli occhi, la testa
ciondolante.
Miro aveva smesso di oscurare i vetri e veniva verso
di lei, la maschera che faceva risaltare occhi e labbra.
Sembravano tutti uguali, con le maschere.
- Non ti piace la maschera? - chiese Miro.
-  ripugnante - replic Kate, cercando di nascondere
il panico dietro un tono carico di disgusto.
Miro si ritrasse, sbigottito: fino ad allora la maschera
aveva suscitato paura e terrore, mai l'odio che le
leggeva sul viso.
- Non la terremo sempre - disse, inciampando
nelle parole. Non sapeva bene come comportarsi. Voleva
eseguire gli ordini e conquistare la sua fiducia,
ma come poteva cancellare quell'espressione dal suo
viso? - La metteremo solo per uscire dal bus. Coi finestrini
oscurati, non c' bisogno di tenerla, qui dentro.
E potrebbe impaurire i bambini.
Kate gli volt le spalle, e il suo sguardo cadde sul
piccolo morto disteso sul sedile di fondo, sotto un teloscolorito che Artkin aveva preso dal furgone. Dal
telo sbucavano minuscole scarpe da ginnastica verdi,
quasi nuove, i lacci bianchi annodati con diligenza, i
calzini verde pallido arrotolati alle caviglie. Povero
Kevin McMann. Cos si chiamava. Le avevano permesso
di frugargli nelle tasche e aveva trovato il nome
su un tesserino logoro, insieme a pochi indizi che
non rivelavano chi fosse o sarebbe potuto diventare
Kevin McMann: una gomma da masticare alla menta,
un pennarello arancione, un rotolo di filo di naylon,
del tipo che si usa per far volare un aquilone o per
pescare.
Non voleva pi vedere quel corpo, quel bus, quel
ponte; sent il panico crescerle dentro e, imponendosi
di mantenere almeno una calma apparente, si diresse
verso il posto di guida e si sedette. Il sole entrava dalla
feritoia lasciata dal nastro adesivo sul parabrezza,
ferendole gli occhi.
"Non pianger" si disse. "Non pianger."
Quasi non ricordava l'ultima volta che aveva pianto.
Forse da bambina, quando sua madre la agghindava
con merletti e pizzi come una diva del cinema. Quello era
stato il suo primo travestimento... il primo di
molti. Spesso si chiedeva dove finissero i travestimenti
e cominciasse a esistere la vera Kate Forrester.
Il travestimento pi ovvio era quello che le aveva fornito
la natura: una bionda snella dalla carnagione lattea,
che era riuscita perfino a evitare l'acne dell'adolescenza.
Un corpo sano con una sola eccezione: la
vescica debole. Quello era il Travestimento Numero
Uno: Kate Forrester, reginetta dei balli studenteschi,
capitano della squadra di nuoto, promettente attrice
del Club Teatrale.
Ma c'erano altre Kate, che a volte la rendevano perplessa.
C'era la Kate che, senza un motivo al mondo,
si svegliava alle quattro del mattino e stentava a riaddormentarsi.
La Kate che non riusciva a sopportare la
vista del sangue: una volta era svenuta durante una
partita di football, quando Ron Stanley era stato placcato
ai suoi piedi e il casco era volato via, rivelando il
sangue che gli sgorgava dalla testa. E la Kate che aveva
paura di salire sulle montagne russe e se la faceva
addosso nei momenti d'eccitazione.
Tante Kate Forrester. Erano una distinta dall'altra, si
chiedeva a volte, o tutte mescolate insieme? E quando
sarebbe emersa, quella vera? E se fosse stata insopportabile?
O se non avesse mai trovato l'amore? Non
 questo che dovrebbe essere la vita... la ricerca di
qualcuno da amare? Ma chi? Le sue rare passioni infantili
erano nate e svanite fin troppo rapidamente. Ed
era abbastanza buona da meritare di essere amata?
Quella domanda faceva emergere un altro travestimento.
Kate la manipolatrice, che usava gli altri
senza vergogna, e in migliaia di modi. Per ottenere il
massimo dei voti in matematica senza quasi alzare
un dito, limitandosi a sorridere al professor Kelliher,
a trattenersi dopo la scuola e, una volta, a chinarsi
accanto a lui e sfiorargli una spalla col seno. Perch
l'aveva fatto? Era sempre stata brava, in matematica.
Non sapeva perch avesse perso tempo per affascinare
il professor Kelliher, proprio come non sapeva
perch si era servita di quello stesso fascino per avere
la parte principale nello spettacolo del Club Teatrale.
Era sicura del proprio talento, eppure aveva
abbindolato David Hart, il regista, e poi, ottenuta la
parte, si era impegnata al massimo e aveva vinto il
premio per la miglior attrice, per dimostrare che l'aveva
meritata.
Che cosa avrebbero pensato, i suoi amici, se avessero
saputo di tutte quelle Kate Forrester, se avessero
potuto smascherare i suoi travestimenti?
E poi l'elicottero, il fremito delle pale, il ruggito del
motore, sempre pi vicino, che riempiva l'aria, faceva
vibrare il bus. Si alz di scatto e si slanci verso la
porta. Erano salvi. I soccorsi erano in arrivo.
- Resta seduta! - url Miro.
Ma Kate lo ignor e prese a picchiare sulla porta,
tentando d'infilare un piede nell'interstizio fra i battenti.
Doveva uscire da li, fare dei segnali, richiamare
l'attenzione dei piloti.
Di colpo comparve Artkin, che con pochi, rapidi
movimenti apr la catena ed entr.
- Fammi uscire - grid Kate, divincolandosi
mentre lui la respingeva verso il sedile di guida.
- Piantala! - url Artkin di rimando. L'afferr rudemente
per le spalle, il viso a pochi centimetri dal
suo. - Sanno gi che siete qui.
Un suono acuto, gemente, sovrast il rombo dell'elicottero
e Kate riconobbe l'ululato straziante di una
sirena della polizia.
- Li senti? - disse Artkin, stringendola in una
morsa. - Prima l'elicottero, ora un'auto della polizia,
poi altri elicotteri e altre auto. E jeep dell'esercito. E
telecamere e inviati speciali. Questo  solo l'inizio.
La lasci andare e Kate si aggrapp al volante per
sostenersi, rendendosi conto della verit: erano ancora
in trappola, a dispetto degli elicotteri e dei poliziotti
e dei soldati.
I bambini, risvegliati bruscamente da quei suoni
improvvisi, cominciarono a piangere. Kate li guard
sgomenta mentre si raddrizzavano sui sedili, le guance
bagnate, i vestiti sgualciti, gli occhi impauriti, dicendo
"Mamma" e "Pap" e altre parole indecifrabili
- il bizzarro vocabolario dell'infanzia, capace di
esprimere ogni paura o terrore - finalmente consapevoli
che qualcosa aveva mandato in pezzi il loro piccolo
mondo sicuro.
Un bambino punt il dito verso la faccia mascherata
di Artkin e lanci un urlo atterrito che scaten un
coro di strilli e pianti.
- Pensa ai bambini - le ordin Artkin. - Se non
ci riesci, non sarai utile a loro... e nemmeno a noi.
Nelle ultime ore, la vescica non l'aveva tradita e le
mutande le si erano seccate sulla pelle. Ma ora quel
fastidioso bagnaticcio le pungeva di nuovo le cosce
irritate, mentre si dirigeva verso i bambini.
Miro premette il viso contro il finestrino e sent l'eccitazione
scorrergli nelle vene e il cuore accelerare i
battiti. Era questo che amava: azione, movimento,
lotta. Al di l del burrone, le volanti della polizia con
le loro luci blu si erano fermate davanti all'edificio
abbandonato, le sirene che urlavano come belve impazzite.
Due elicotteri volteggiavano in cielo, tuffandosi
e librandosi come uccelli da preda che sorvolano
le vittime.
"Ma non siamo noi le vittime" pens Miro. "Sono
loro, tutti loro l fuori."
Vide arrivare tre veicoli dell'esercito, due jeep e un
autocarro. Gli uomini nelle jeep, tutti in uniforme,
saltarono fuori appena i veicoli frenarono e corsero
curvi verso l'edificio. Gli sembrarono impauriti come
i bambini nel bus. L'autocarro si ferm sobbalzando,
e i soldati sbucarono da dietro il pesante telone e
sfrecciarono verso i boschi: erano venticinque o trenta,
in tuta mimetica per diventare parte di cespugli,
alberi e arbusti. Quelli, lo sapeva, erano i cecchini.
Sparirono cos in fretta da far quasi dubitare della loro
apparizione.
Suono e movimento cessarono di colpo. Gli elicotteri
si allontanarono turbinando, come risucchiati da
una gigantesca bocca invisibile, e il rumore dei motori
svan lentamente. Anche gli ululati della sirena si
smorzarono e infine si spensero. Il silenzio cal improvviso,
pesante. Perfino i bambini si zittirono. Miro
vide la ragazza muoversi tra loro rassicurandoli, parlando
gentilmente, stringendo le mani imploranti tese
verso di lei. Al momento, comunque, non era di lei
che doveva preoccuparsi. Torn a guardare fuori,
scrutando i boschi. Qua e l vide un ramo spezzarsi,
un cespuglio fremere. I cecchini erano in posizione e
aspettavano. I cecchini aspettano sempre il momento
propizio. Miro ne individu due.
Artkin si ferm accanto a lui.
- Ci sono i cecchini - disse Miro.
Gli occhi di Artkin perlustrarono sicuri la scena.
- Lo so. Ne ho visti cinque.
Miro si sent arrossire. Perch, quando vedo due di
qualcosa, Artkin ne vede di pi? Sar sempre un allievo?
Sar sempre lui, il maestro?
- A questo punto - disse Artkin - il vero pericolo sono loro. Pi tardi dovremo aspettarci un attacco
diretto, ma per ora tocca ai cecchini. - Parlava a voce
bassa, per non farsi sentire dalla ragazza. - Perci
sta' attento. Non esporti inutilmente. Anche se non
credo che spareranno.
- Perch?
- Il nostro messaggio diceva che, per ognuno di
noi ucciso o ferito, un bambino morir. Forse ancora
non ci credono, ma ci crederanno presto. - Lanci
un'occhiata al piccolo cadavere sul sedile in fondo.
- Fra poco sapranno fin dove abbiamo deciso di
spingerci.
Miro si accigli. Avrebbe voluto fare una domanda,
ma non osava. Non aveva mai fatto domande a
Artkin, prima; si era limitato a eseguire gli ordini.
- Sei preoccupato, Miro?
A quanto pareva non poteva nascondergli niente.
- Quest'azione... - cominci e tacque, girandosi
di nuovo verso la feritoia; e se la sua impertinenza
avesse fatto infuriare Artkin?
- Quest'azione che cosa? - domand l'altro, senza
traccia di scherno nella voce.
Allora, senza guardarlo, disse quello che lo tormentava.
- Quest'azione  diversa dalle altre. Le altre volte...
abbiamo colpito e siamo scappati. Ma qui  diverso.
- Non distolse gli occhi dalla feritoia, ma ora
le parole venivano quasi da sole, non poteva pi trattenerle.
Se doveva essere punito per aver parlato,
tanto valeva dire tutto. - Siamo su un ponte, circondati.
C' la polizia, l fuori, e i soldati. E i cecchini.
- Sar una dimostrazione di forza spettacolare,
Miro. - disse Artkin, col tono del maestro ragionevole
e paziente. - Lo so, quei boschi possono riempirsi
di cecchini in un batter d'occhio. Senza considerare
il ponte: siamo a una cinquantina di metri d'altezza
e attaccabili dal basso, specialmente di notte.
Per Stroll e Antibbe monteranno la guardia: fra le
traversine c' spazio sufficiente per vedere che cosa
succede l sotto, e abbiamo torce e riflettori.
Le sue parole non bastarono a confortare Miro. Anzi,
sottolinearono la fondatezza dei suoi timori.
- E poi abbiamo i bambini. Anche se al di l del
ponte ci fosse tutto l'esercito americano, finch abbiamo
i bambini non possono fare nulla.
Forse Artkin aveva ragione. Non aveva mai dubitato
di lui, prima... perch farlo ora? I cecchini non
avrebbero osato rischiare la vita dei bambini, Stroll e
Antibbe erano professionisti, eppure Miro continuava
a essere preoccupato.
- Per quanto tempo resteremo qui?
- Finch accoglieranno le nostre richieste. -
Artkin torn a voltarsi verso il finestrino.
- Quali richieste? - chiese Miro, e subito trattenne
il fiato, stupito della propria audacia.
Artkin non rispose subito, ma continu a studiare
il terreno.
"Sono gi condannato?" si chiese Miro.
- Stai crescendo, Miro - disse infine Artkin.
- Qualche volta me lo dimentico. - Fiss il ragazzo
con occhi impenetrabili. - In teoria non dovrei dimenticare
nulla, ma capita.  la ragazza, che ti inquieta?
Artkin era cos: ti prendeva alla sprovvista, colpendo
dove meno te l'aspettavi.
Miro lanci un'occhiata alla ragazza.
- Mi inquieta perch  ancora viva - rispose con
tutto il disprezzo che riusc a esprimere.
- Non preoccuparti. Non sar per molto.
Era cos, dunque. Artkin aveva accolto la domanda
di Miro senza andare su tutte le furie... anche se non
aveva risposto.
- Fra un po' - riprese - quando le acque si saranno
un po' calmate, Antibbe ti dar il cambio sul
bus e tu verrai da me, nel furgone. Ti spiegher l'operazione.
Miro si sent travolgere dalla gioia. Artkin non gli
aveva mai concesso la sua confidenza. Avrebbe voluto
dirgli quanto gliene era grato, ma non poteva. Non
nel mezzo di un'azione.
I bambini ripresero a strillare, una reazione a catena:
uno piangeva e gli altri lo imitavano, come se la
paura fosse contagiosa.
- Aiuta la ragazza a mantenerli tranquilli - disse
Artkin. - Dovr dare altra droga ai bambini, altrimenti
non riusciremo a controllarli.
- Hanno caldo, con i finestrini e le porte chiuse -
osserv Miro.
- Dovranno sopportarlo. Almeno fino a stanotte.
- Artkin lanci un'occhiata alla ragazza. - Pensi
che se la caver, coi bambini?
- S. Credo che se la caver.
In realt non sapeva affatto se la ragazza avrebbe
saputo cavarsela o no, per era buona coi bambini e
lui da solo non avrebbe saputo come fare.
- Va bene. Tienila d'occhio. Cerca di capire che cosa
pensa, ogni momento. Lei  un imprevisto, e quindi
rappresenta un pericolo.
- Non la perder d'occhio.
- Bene - disse Artkin. - Conto su di te. Specialmente
per quello che succeder adesso.
Miro non chiese: "Che succeder, adesso?" Non se
la sentiva di rischiare altre domande.
Artkin guard il piccolo cadavere in fondo al bus.
- Su il sipario, Miro. Il pubblico  arrivato e aspetta.
C' gi un furgone della televisione. Per avere un
finale, bisogna che ci sia un inizio.
Come in risposta alle sue parole, l'ululato delle sirene
ricominci, e ad esso se ne aggiunse uno nuovo,
una cacofonia su due toni che squarci ogni altro
suono come l'urlo d'una macchina impazzita.
Spaventoso. Pi che spaventoso. Andava oltre i suoi
incubi peggiori, era cos... La parola le si form all'improvviso
nella mente: malvagio. Non c'era altro
aggettivo per descrivere la scena che si stava svolgendo
davanti ai suoi occhi. E la cosa pi orribile era che
non riusciva a smettere di guardare, non riusciva a
staccare gli occhi da Artkin... Artkin e il bambino.
Artkin, il viso coperto dalla maschera, che sollevava
in alto il bambino sopra la propria testa, come un
agnello sacrificale offerto a un dio spietato. E il bambino
era un sacrificio, pens inorridita. E non c'era
nessuna piet da nessuna parte, in tutto il mondo.
Pochi minuti prima, Artkin era andato con calma
in fondo al bus e aveva preso in braccio il piccolo
morto. Kate era finalmente riuscita a calmare i bambini
dando loro il permesso di aprire i cestini e di
mangiare quello che le loro mamme avevano preparato
per pranzo. Aveva pensato che era meglio tener
da parte il cibo per pi tardi, ma poi si era resa conto
che solo il presente contava: adesso, non il minuto
successivo, l'ora successiva, il giorno successivo.
Aveva visto Artkin rivolgere ai bambini uno sguardo
infastidito mentre parlava col ragazzo, accanto al
finestrino. Doveva tenerli tranquilli, per evitare che
l'uomo li drogasse di nuovo. Doveva evitare che lo
innervosissero. Accidenti, pens, cullando un bimbo
piagnucoloso, doveva evitare che innervosissero anche
lei. Non se ne intendeva, di bambini. Era figlia
unica e aveva fatto la baby-sitter solo qualche volta,
per sapeva che in questo momento i bambini erano
una benedizione. Occuparsi di loro la aiutava a tenere
sotto controllo il proprio terrore, a non pensare alla
propria situazione.
E poi alz lo sguardo e vide Artkin sollevare il cadaverino,
metterselo in spalla come un pezzo di carne
e uscire dal bus senza neppure un'occhiata nella
sua direzione.
Kate corse a guardare dalla feritoia nel parabrezza.
Miro aveva lasciato scoperta una striscia di cinque-
sei centimetri, perci poteva vedere chiaramente il
tratto fra il bus e il furgone. Artkin avanz fra i due
veicoli e si ferm vicino al parapetto, poi sollev in
alto il bambino, le mani che stringevano il collo e le
ginocchia di Kevin McMann, e alz la faccia mascherata
verso il cielo.
L'urlo della sirena s'interruppe a met, soffocato da
una mano invisibile. I bambini sul bus stavano seduti
come piccoli automi con le batterie scariche, come se
avessero misteriosamente intuito che quello era il
momento di stare buoni, aspettare e tacere.
Il silenzio si prolung, nel bus e fuori.
"Perch non gli sparano?" pens Kate. "Ci sono
poliziotti, soldati con pistole e fucili. Sparategli!"
- Non gli spareranno - le bisbigli Miro all'orecchio,
facendola sussultare.
Le si era avvicinato per sorvegliare anche lui la scena
attraverso la feritoia. Si gir a fissarlo, inorridita.
Aveva parlato a voce alta senza rendersene conto.
"Cristo"pens "sto crollando."
- Io gli sparerei - scatt. - Lo spazzerei via dalla
faccia della Terra.
- Non possono. Il nostro messaggio dice che, per
ognuno di noi ferito o ucciso, un bambino morir.
E Artkin cominci a ruotare su se stesso.
Dapprima lentamente. Poi con un movimento sempre
pi veloce, pi fluido.
Piroettava come se danzasse, e le braccia del bambino
oscillavano selvaggiamente. Kate ebbe paura
che il piccolo corpo volasse via, oltre il parapetto e
nel fiume. Ma il bambino era morto, naturalmente.
La follia di Artkin non poteva raggiungerlo.
-  pazzo - disse Kate.
- No, non  pazzo. Sa esattamente quello che fa.
Vuole dimostrare a quelli l fuori che non seguiamo
le regole degli altri, le leggi degli altri, che per noi la
vita non  preziosa. N la vita d'un bambino, n la
nostra.
Kate ne aveva abbastanza. Distolse gli occhi dalla
feritoia e guard i bambini, che ricambiarono il suo
sguardo in silenzio, fiduciosi. Una bambina si succhiava
il pollice, un ragazzino si grattava il sedere, la
faccia d'un altro era appiccicosa di marmellata.
And verso di loro, sentendosi addosso una tremenda
responsabilit.
- Quello che  successo l fuori - la raggiunse la
voce di Miro - poteva essere peggio.
- Davvero? - gli chiese, sforzandosi di mantenere
un tono gelido.
- Quel corpo poteva essere... - Miro non aggiunse
altro.
Dentro di s Kate fremette, ma rest impassibile.
Non avrebbe ceduto. Sapeva che Miro aveva voluto
dire: "poteva essere il tuo".
Mentre i bambini finivano di mangiare, si fece di
nuovo sentire l'ululato delle sirene e il frullo meccanico
degli elicotteri.
Non avrebbe voluto farlo, ma non pot trattenersi
dal chiedere:
- Ha smesso quella danza pazzesca?
- Non era pazzesca e non era una danza - fu la
risposta. - Ma si, ha smesso.
- Che ne ha fatto del bambino?
- Gliel'ha consegnato. - Una pausa. - Lo ha calato
con una corda fino ai piedi del ponte. Non siamo
bestie, dopotutto.
"S che lo siete" pens Kate "s che lo siete".
* * *
Mio padre e io. Uno di fronte all'altro. Due pistole
al tramonto in una citt del Far West, le ombre sbieche
sulle facciate di cartapesta nelle strade fasulle che
vedemmo quando andammo negli studios della Universal
a Hollywood. Non a Hollywood, in realt, ma
a Burbank, California.  tutto fasullo, laggi, perfino
Hollywood, che non  affatto Hollywood, ma un sacco
di altri posti. Proprio come sono fasullo io, seduto
qui alla macchina da scrivere, che batto sui tasti tanto
per passare il tempo, per tenere le dita occupate e la
mente distratta.
Dunque.
Ci siamo rivisti per la prima volta, mio padre e io,
la prima dopo il Bus. Io a un capo della strada e lui
all'altro, in attesa che qualcuno estragga per primo,
contando in silenzio. Secondo copione, il cattivo dovrebbe
essere in nero e non, come me, in jeans, maglietta
azzurra del Castle e cardigan beige. E mio padre,
come tutti i "buoni", doveva essere in bianco invece
che in giacca di tweed, pantaloni di flanella grigia
e pullover grigio a collo alto (la sua divisa da professore,
la definisce scherzosamente mia madre).
Lo sai cos' questo, vero?
Un intermezzo prima che inizi la recita vera e propria,
un intervallo a base di canzoni e barzellette.
Rido per non piangere.
E batto a macchina per impedire alle mie mani di
strisciare qua e l come grossi ragni bianchi.
E tengo le labbra strette, la bocca serrata, cos l'urlo
chiuso dentro di me non pu sfuggirmi e colmare
d'angoscia la stanza.
* * *
Di nuovo gli asterischi. Stavolta indicano che sono
passati solo pochi minuti. Tre, forse quattro.
Il tempo si muove lentamente, contorto e sformato
come un orologio di Dall.
Ecco. Va meglio.
La mia mano ha smesso di tremare.
Mio padre  uscito dalla stanza per andare nel bagno
in fondo al corridoio: deve prendere non so che pillole
per la pressione. Ha anche detto che deve parlare
col preside Albertson di una conferenza da tenere
quest'inverno. E che deve telefonare a mia madre,
sua moglie, per dirle che  arrivato sano e salvo.
Scuse, naturalmente.
La verit  che vuole uscire da qui, allontanarsi da
un tale che, per puro caso,  suo figlio.
Non posso dargli torto.
- Aspettami - ha detto. - Torner fra poco.
E io aspetto.
Dovrei uscire anch'io e andare dritto al Brimmler's
Bridge, ma aspetter, manterr la mia parola.
Ma devo continuare a battere a macchina.
Tra l'altro, sono un dattilografo provetto. Fra le 60
e le 70 parole al minuto, uno dei benefici dell'esclusiva,
dura scuola di Fort Delta.
* * *
Erano esattamente le 11,25 quando mio padre  apparso
in cortile. Mia madre non era con lui. Non l'ho
riconosciuto immediatamente. Cio, si, l'ho riconosciuto:
era alto un metro e ottanta, come al solito; e,
come al solito, camminava con la testa inclinata di lato,
in ascolto di chiss cosa.
Ma in lui c'era qualcosa di nuovo e di cos strano
che non sono riuscito a identificarlo subito.
Sembrava leggermente esitante.
Camminava col suo solito passo, n rapido n lento,
ma... diverso.
Come se camminasse per la prima volta dopo molto
tempo.
Come se collaudasse un nuovo paio di gambe.
E sembrava curiosamente fragile, anche.
Ha attraversato il cortile come se fosse fatto di vetro
e temesse di andare in mille pezzi urtando qualche
cosa.
La sua faccia: uno spazio vuoto.
Mentre lo guardavo attraversare il cortile, camminando
cauto sulla neve fresca, ho pensato: "Ecco che
cosa gli ho fatto".
Sono rimasto seduto e ho aspettato, anche se avevo
voglia di scappare.
Se aveva fatto tanta strada per vedermi, come potevo
negargli quell'ultimo sguardo?
Mia madre aveva ragione: aveva un'aria terribile ed
era spaventosamente magro. Non mi ero mai reso
conto di quanto i suoi occhi fossero incassati nelle orbite.
O vi si erano inabissati dopo il nostro ultimo incontro?
Lo accolsi sulla soglia e ci stringemmo la mano, ma
goffamente. Probabilmente non ce l'eravamo mai
stretta in vita nostra.
- Ben - disse, e subito distolse lo sguardo, osservando
la stanza, facendo commenti sulle sue dimensioni
e su com'era confortevole, e lo ammirai per il
calore che riusciva a dare alla sua voce. Mio padre,
l'attore.
Finalmente, si volt e mi guard. Mi guard davvero.
Come se mi studiasse. Che cosa sperava di vedere?
Il bambino di tanto tempo fa, o il ragazzino
che veniva regolarmente eliminato nelle partite di
baseball della Lega Juniores? O quello che ero l'estate
scorsa, prima del Bus e del Ponte? Prima del tradimento.
- Bene - disse, sempre scrutandomi. - A quanto
pare, tu sei un po' ingrassato e io un po' dimagrito.
- Si mangia abbastanza bene, qui - replicai automaticamente.
A quanto ne sapevo, non ero affatto ingrassato,
anche se devo ammettere che non mi ammazzo di
fatica in palestra come certi fanatici. E poi mi resi
conto che ci aspettava una di quelle conversazioni
piene di silenzi, significati nascosti e doppi sensi,
giocate sui toni di voce e sulle sfumature. E mi dissi:
"Coraggio, gioca questo gioco, recita la parte del figlio
rispettoso, segui il suo esempio e cerca di non
ferirlo ancora di pi".
Adesso toccava a me dire qualche cosa, perch un
silenzio enorme aveva invaso la stanza, denso e
soffocante. La mia bocca si mise in azione e le parole
vennero fuori a cascata, e blaterai a ruota libera del
Castle e dei compagni e di Elliot Martingale, e intanto
pensavo: "Qualcuno mi fermi, prima che esaurisca
il fiato".
Ma alla fine trionf il desiderio d'incrinare quel
suo sguardo terribile, quell'espressione indecifrabile,
e mi decisi a fare la domanda che mi tormentava da
tanti mesi.
- Profondo Delta c' ancora, pap?
La risposta non potevo trovarla nei giornali o nei
notiziari televisivi. Non potevo chiederla a qualcun
altro, nemmeno a mia madre. Soltanto a lui. Non
avevo mai sentito parlare di Profondo Delta, prima
del sequestro, e non ne avevo pi sentito parlare in
seguito.
- C' ancora, Ben. Anche se  un po' malconcio.
Una struttura come Profondo Delta si basa sulla segretezza,
e i terroristi puntavano proprio su questo:
volevano che i mass-media la prendessero di mira, e
sapevano che renderla pubblica era come farla diventare
inutile.
La sua voce si affievol e si spense. Sapevo quanto
gli fosse difficile parlare di cose sulle quali si era impegnato
a tacere.
La prima volta che mi aveva parlato di Profondo
Delta era stato il pomeriggio del sequestro. Era venuto
a casa dopo pranzo e aveva detto al soldato di
guardia di aspettare fuori. Avevo appena finito un
panino al tonno (insapore, perch Nettie Halversham
aveva reso il mio mondo del tutto insipido,
inodore e incolore) e mi offrii di prepararne uno anche
per lui. Non aveva tempo di mangiare, disse:
era passato solo per parlare con me.
- Avete trovato la mamma?
- S, a Boston. Adesso  a Weston con Sarah
Thompson. Voglio che resti l almeno fino a domani.
- Esit un attimo. - Circolano voci di possibili attentati
agli ingressi di Delta. Sar pi al sicuro con
Sarah.
Sarah era una vecchia compagna di scuola di mia
madre, e Weston un quartiere residenziale alla periferia
di Boston.
Per la prima volta mi resi conto che c'era un
dramma in corso. I programmi musicali della radio
erano stati interrotti da notiziari che in realt dicevano
poco e nulla, e la tiv aveva continuato a trasmettere
i soliti interminabili giochi a premi. Ma vedere
mio padre teso e pallido, preoccupato per la sicurezza
di mia madre, e sentirlo parlare di possibili
attentati, mi scosse sul serio. E, per la prima volta in
vita mia, lo guardai come se non fosse mio padre: il
generale Rufus Briggs...
Forse not il mio sguardo. Perch disse:
- Sar meglio che ti spieghi quello che sta succedendo,
per quanto mi  possibile. Ti ho gi detto che
persone non identificate hanno sequestrato un bus
pieno di bambini.  successo verso le nove di stamattina,
e poco dopo abbiamo ricevuto un messaggio
con le loro richieste.
- Cos' che vogliono?
- Le richieste sono tre. - Per la prima volta sembr
rilassarsi, come se si preparasse non solo a spiegarmi
la situazione, ma anche a riordinare i propri
pensieri e le proprie emozioni. - Primo: esigono il rilascio
di quindici cosiddetti prigionieri politici che
scontano varie pene nel nostro Paese. Secondo: chiedono
dieci milioni di dollari in contanti. Terzo: vogliono
che sia smantellata una struttura nota come
Profondo Delta. Se non l'hai mai sentita nominare 
perch ben pochi sanno che esiste. E loro vogliono
appunto che ne venga pubblicamente ammessa l'esistenza,
e che i suoi agenti sparsi in tutto il mondo siano
richiamati.
Fece una pausa, sospir, e si strofin il collo.
Non osai respirare n muovermi. Sembrava che si
fosse dimenticato della mia presenza e, se avessi fatto
qualcosa per ricordargliela, magari non mi avrebbe
detto pi nulla.
- Abbiamo tempo fino a domani mattina alle nove,
per soddisfare le loro richieste. O minacciano di
uccidere i bambini a uno a uno. - Mi guard di nuovo
e, di nuovo, sembr reagire alla mia espressione.
- Non ti sto rivelando un segreto, Ben. Fra non molto,
la maggior parte di queste notizie sar trasmessa
da radio e televisione. Anche se ci sforziamo di non
dare troppa pubblicit alla faccenda, non possiamo
passarla sotto silenzio.
- E cosa risponderete alle richieste?
- Da un punto di vista pratico, la prima e la seconda
non presentano problemi. I cosiddetti prigionieri
politici potrebbero essere rilasciati senza pericoli
per la societ n grandi proteste. Non fanno parte di
una cospirazione o roba simile: si va da tre arrestati
per incendio doloso durante una dimostrazione negli
anni Sessanta, a un tizio patetico che lanci una bomba
fatta in casa sul prato della Casa Bianca. E nemmeno
i soldi sarebbero un problema: dieci milioni di
dollari sono soltanto una briciola del bilancio statale,
anche se pu volerci un po' di tempo per metterli insieme.
 la terza richiesta a metterci davvero in difficolt,
Ben. Profondo Delta. Non posso spiegarti che
cos' Profondo Delta... ma il suo lavoro  segreto, altamente
specializzato e fondamentale per la difesa
della nazione. Gli ho dedicato la mia vita e, in un certo
senso, anche la vita tua e di tua madre. E siamo
convinti che Profondo Delta sia il motivo principale
del sequestro. Il rilascio dei detenuti e la richiesta di
denaro sono soltanto una cortina fumogena. Il bersaglio
principale  Profondo Delta.
Eravamo seduti in soggiorno, una stanza che mi
era infinitamente familiare, e di colpo me la sentii
estranea. Dei bambini erano stati sequestrati e potevano
essere uccisi, e in tutto questo era coinvolta
un'organizzazione segreta. Ed eravamo coinvolti anche
noi: mio padre, mia madre, e io. Non direttamente,
 chiaro, per c'era un soldato di guardia davanti
a casa e mia madre doveva restare fuori citt. Mi sentivo
stordito, come se fossi chiuso dentro una di quelle
bolle di vetro che si scuotono per fare scendere un
turbinio di neve. Mancava la neve, d'accordo, ma il
nostro mondo aveva subito una scossa. C'era una domanda
che volevo fare, ma non osai. "Sei tu il generale
Briggs, pap?"
Mio padre pos le mani sulle ginocchia e mi fiss
dritto negli occhi. Sembrava pi rilassato, ora. Quel
gesto preludeva sempre a una decisione. Disse:
- Dunque le cose stanno cos, Ben. Volevo che tu
sapessi la verit. Si faranno molte chiacchiere, alla
radio e in televisione e sui giornali, e saranno in
buona parte false. E saremo proprio noi a diffonderle.
Dobbiamo proteggere Profondo Delta, e quindi
dobbiamo nascondere certe informazioni o... -
cerc la parola giusta e la trov - o sfumarne altre.
Per non voglio che tu creda a quello che potresti
sentire. Ora conosci i fatti. Sia tu sia tua madre siete
al sicuro, per dobbiamo prendere tutte le precauzioni
del caso.
C'era una domanda che dovevo assolutamente fargli,
c'entrassero o no i segreti nazionali, e la feci.
- Accetterete le richieste dei terroristi?
Rest in silenzio per un lungo momento e sembr
improvvisamente stanco.
- Dobbiamo aspettare l'annuncio di una linea di
condotta ufficiale - rispose infine. - Ma cedere 
fuori discussione: stabilirebbe un precedente molto
pericoloso.
- Che succeder, se non cedete? - chiesi, pensando
ai bambini sul bus e ricordando altri sequestri nei
quali era morta gente innocente.
- Non siamo del tutto impotenti.  gi partita
un'indagine capillare che coinvolge migliaia di persone
a tutti i livelli: la polizia federale e dello stato,
le autorit locali. Abbiamo qualche indizio... il metodo
usato dai sequestratori, per esempio. E ci sono
alcuni informatori pronti ad aiutarci. Abbiamo organizzato
un centro nazionale di raccolta e coordinamento
delle informazioni.  una gara contro il tempo,
naturalmente, ma abbiamo gi fatto qualche
progresso. Nel frattempo dobbiamo prepararci a
trattare. O per lo meno a fingere di trattare. E ci sono
altre possibilit... ma non posso parlartene. Comunque,
cercheremo di salvare i bambini senza accettare
le richieste.
Si alz lentamente, faticosamente, come se il suo
stesso corpo avanzasse richieste che lui si rifiutava
d'accettare.
- Intanto per un bambino  gi morto, Ben.
- L'hanno ucciso? - chiesi, sgomento.
Esistevano davvero persone capaci di uccidere un
bambino?
- Non ne siamo sicuri. Uno dei sequestratori ha
calato il corpo dal ponte. Dopo aver eseguito un balletto
assurdo col cadavere fra le braccia.
- Potevate vederlo? Ma allora perch non gli avete
sparato?
- Il loro messaggio diceva che avrebbero ucciso
un bambino, se qualcuno di loro fosse stato colpito.
Non possiamo correre rischi, Ben. E ancora non conosciamo
le cause della morte del bambino. Il corpo
non presentava segni di violenza. Sembra che fosse
stato drogato. Ma il fatto rimane comunque: un
bambino  morto. E ce ne sono altri quindici, sul
bus, pi la ragazza che lo guidava. - Attravers la
stanza e mi mise un braccio attorno alle spalle. Non
mi toccava da anni, a parte qualche rara pacca sulla
spalla se la mia pagella era insolitamente brillante.
- Ora devo rientrare, ma rester in contatto. Tua
madre ti telefoner pi tardi. Stiamo allestendo delle
linee speciali. Resta in casa, Ben. E sii paziente.
D'accordo?
- D'accordo.
Se ne stava l, composto nella sua camicia e cravatta
a colori smorzati, nei capelli tocchi di grigio simili
a pallide schegge. Non sembrava un generale e nemmeno
l'uomo a capo d'una struttura segreta con
agenti sparsi in tutto il mondo. Sembrava impossibile.
E sembrava impossibile che un gruppo di bambini
in pericolo avesse a che fare con me, con noi, con Fort
Delta, un posto in apparenza cos pacifico e perfino
noioso.
Ancora una volta provai la sensazione che qualcuno
avesse assestato uno scrollone al nostro mondo e
che i pezzi non fossero ancora tornati a posto. Mi
chiesi se mai l'avrebbero fatto.
Fermiamoci qui, tanto per riordinare le idee.
Per un minuto, mentre battevo a macchina come
un forsennato, mi sono ritrovato a casa mia il pomeriggio
del sequestro. Insieme a mio padre. E ora sono
in questa stanza e le mie dita sudate continuano a scivolare
sui tasti. Mi fa male la schiena, perch sono rimasto
per troppo tempo ingobbito davanti alla macchina
da scrivere.
 andato via da oltre mezz'ora. Pi tempo di quanto
ne abbia passato con me.  difficile credere che fosse
davvero qui.
Non ha parlato granch. E mi ha guardato appena,
solo qualche occhiata furtiva quando pensava che
non lo vedessi. Oh, si, ha detto che Profondo Delta
era salvo, a parte pochi danni, ma ha evitato di darmi
altre informazioni.  di nuovo tempo di segretezza.
Siamo al punto di partenza.
Gli ho chiesto perch mia madre, sua moglie, non
l'aveva accompagnato.
Ha detto che aveva un po' d'influenza, niente di
serio, ma aveva preferito non affrontare il viaggio. Mi
avrebbe telefonato pi tardi, in giornata.
Quanto a lui, voleva fermarsi per la notte e aveva
gi prenotato una stanza a Pompey. Forse poteva anche
cenare in albergo, sembrava un posto decente.
Ogni tanto era tornato al Castle per tenere una conferenza,
e anche per qualche riunione di ex allievi, e
la vecchia scuola gli sembrava ancora niente male.
C'era qualche cambiamento,  ovvio. La maggior
parte dei vecchi professori non c'era pi, ma cos va
la vita, giusto?
Non accennai al vecchio Chatham. Per lo pi ascoltai,
chiedendomi per quanto tempo sarebbe riuscito
ad andare avanti senza guardarmi. I suoi occhi si posavano
su ogni cosa nella stanza, tranne che su di me.
"Sono realmente qui?" mi chiesi. "E se alla fine si
decider a guardarmi, che cosa vedr?"
Ma alla fine scapp via, lasciandosi dietro le sue
scuse.
Eccolo. Sta attraversando il cortile insieme al preside
Albertson. Ora si separano e mio padre lo saluta. Il
preside ha con s una ghirlanda natalizia. Avevo dimenticato
che presto sar Natale.
Sta tornando qui.
Lo so. Sento che si avvicina.
E ora sono io che ho bisogno di fuggire, di uscire
da qui, di andarmene.
Di nascondermi.
Ma esiste un posto dove nascondersi?
* * *
- Il gabinetto - disse Kate.
- Che c'entra il gabinetto? - chiese Miro.
- Uno dei bambini deve andarci. E fra un po' vorranno
andarci tutti.
- Non possono. Non c' il gabinetto, su un bus.
- Spiegaglielo tu - replic Kate, ricavando un
piccolo piacere da quel frammento di sfida.
Miro fece una smorfia esasperata. Il suo primo incarico
di responsabilit, e doveva affrontare problemi
del genere. Problemi idioti. Lui era stato addestrato a
non cedere alle richieste del corpo. Fiss i bambini
con ostilit. Non voleva sottoporre quel problema a
Artkin. Avrebbe fatto una figura da scemo.
- Allora, che fai? - insist Kate, godendosi il suo
disagio.
Miro fiss i bambini.
- Chi deve... - Accenn un gesto per completare
la frase. Detestava quelle parole americane, rozze e
volgari. I bambini lo fissarono senza capire. - Chi
deve andare in bagno? - riusc infine a chiedere.
Una bambina alz la mano.
- Io.
Un'altra mano si alz. E un'altra ancora.
- Non hanno un posto dove andare - disse Miro
a Kate, furioso. Torn a rivolgersi ai bambini. - Nessuno
andr in bagno - url e, come per sottolineare
le sue parole, s'infil la maschera e li fiss minaccioso.
Una bimbetta si ferm in mezzo al corridoio, un
torrente che le scorreva lungo una gamba e si allargava
sulle scarpe da ginnastica blu. La piccola scoppi
a piangere proprio mentre Artkin entrava nel bus e si
toglieva la maschera.
- Che succede? - chiese Artkin.
- I bambini. Devono andare in bagno. E lui dice
che non possono - rispose Kate, accennando a Miro.
Ignorandola, Artkin si rivolse direttamente a Miro.
- C' un secchio di plastica, nel furgone. Portalo
qui. - E a Kate: - Un altro compito per te: ti occuperai
del secchio.
Miro le scocc uno sguardo trionfante.
- Quando  pieno, chiedi il permesso a Miro e lui
ti accompagner fuori per vuotarlo - prosegu
Artkin. Poi si rivolse ai bambini: - Fra poco andrete
tutti in bagno. Non sar come a casa, ma potete fingere
che sia un'avventura.
Pi tardi, torn sul bus con due sacchetti di carta
marrone,
Kate cap immediatamente che cos'erano e grid:
- No - scattando in piedi.
Artkin si ferm. Miro trattenne il fiato. Nessuno si
opponeva a Artkin; nessuno gli diceva "no".
- Fuori dai piedi - disse Artkin.
- Non puoi dargli ancora quella roba - protest
Kate. -  pericoloso.
- Non ti riguarda. - La voce di Artkin aveva un
tono paziente ma ammonitorio, come se dicesse:
"Non spingerti troppo oltre".
- Hai detto che i bambini sono sotto la mia responsabilit
- insist Kate.
- Dovresti essere contenta che ci sia un modo per
tenerli tranquilli. Cos non capiranno che cosa succede
- replic Artkin. - Ci aspetta una giornata lunga
e faticosa. Forse pi di una. Almeno dormiranno, non
si accorgeranno del tempo che passa.
- Per un bambino  morto - gli ricord Kate.
- Un incidente. Forse aveva il cuore debole. Ma
gli altri stanno bene.
- Pu succedere di nuovo - insist ancora Kate,
pur sapendo che le sue obiezioni erano inutili.
- Tutto pu succedere, in questa vita - ribatt
Artkin, scostandola e passando oltre. Tir fuori i dolci
e li sollev, e subito i bambini tesero le mani strillando:
- Ne voglio uno... Anch'io... Cioccolata...
Miro sospir, sollevato. Com'era ovvio, la ragazza
aveva perso... per aveva di nuovo sfidato Artkin, e
lui non l'aveva punita. Del resto, Miro sapeva che
non aveva senso punirla: era condannata comunque.
Verso met pomeriggio i bambini erano storditi, assonnati,
apatici. Prima, Kate aveva chiesto i loro nomi,
sistemato meglio quelli assopiti, tentato di stabilire
un rapporto con quelli gi svegli. C'era Monique,
che ancora cercava la sua Classie, e il ragazzino lentigginoso
coi capelli rossi era Alex; Karen, che portava
minuscoli orecchini; e Chris, che era un maschietto
ma sembrava una femminuccia, con la frangetta e i
lunghi capelli castani. Raymond, con gli occhi sempre
chiusi; Kimberly, che aveva occhiali con la montatura
d'acciaio e una lente rotta; Alison e Debbie e
Kenneth e Jimmy, dei quali ancora confondeva i nomi;
Mary con le treccine arruffate. Due sorelline,
Ginny e Patty, che non sembravano affatto tali: Ginny
pallida e delicata, quasi trasparente, e Patty bruna e
robusta. E c'erano P. J., gli occhi tristi nel viso minuto,
che a stento aveva pronunciato una parola; e Tommy,
con occhiali dalla montatura di corno e lenti sudicie
che probabilmente contribuivano al suo strabismo.
Ma, dopo la seconda dose di narcotico, i bambini
diventarono un patetico groviglio di gambe e braccia,
teste e spalle: corpi, non persone. Di tanto in tanto,
qualcuno si svegliava e aveva un momento di atterrita
lucidit:
- Dove sono? Dov' la mamma? Dov' il pap?
Voglio andare a casa.
E Kate cercava di rassicurarli, li stringeva fra le
braccia, mormorava con voce dolce inutili sciocchezze
finch il lampo di coscienza svaniva e sprofondavano
di nuovo nel sonno, le palpebre pesanti, una
bollicina di saliva all'angolo della bocca.
Il bus aveva quaranta sedili, cos c'era posto in abbondanza.
Kate aveva permesso ai bambini di occupare
due sedili ciascuno, a meno che qualcuno preferisse
stare vicino a un amico. Alcuni avevano con
s il loro orsacchiotto o altri pupazzi, mentre Ginny,
Mary e P. J. si aggrappavano a coperte cos logore da
essere quasi a brandelli. Mentre li osservava dormire,
prigionieri in un mondo senza tempo n ritmo,
una piccola, oscura parte di Kate era riconoscente ai
narcotici: drogati, i bambini erano ignari dei pericoli
che li circondavano, non sentivano la mancanza dei
genitori.
Per la prima volta da quando il bus era stato sequestrato,
Kate si permise di pensare ai propri genitori.
Forse li aveva esclusi dalla sua mente di proposito.
I pensieri la gettavano nel panico, e cos pure i ricordi.
Doveva concentrarsi sul bus e sui bambini, sul
qui e ora. Smettere di premere i pulsanti del panico.
Passando nel corridoio, not Raymond seduto da
solo, la testa appoggiata al finestrino oscurato, le
guance paffute, le palpebre chiuse che a tratti fremevano.
Era convinta che in realt non dormisse, che
fingesse soltanto.
- Raymond - bisbigli.
Nessuna risposta. Ascolt il suo respiro, osserv il
lento sollevarsi e abbassarsi del petto.
- Non m'imbrogli, Raymond. Lo so benissimo che
sei sveglio.
- Lo so che lo sai - rispose lui con la sua voce
profonda, senza aprire gli occhi.
- Perch fingi di dormire?
- Perch non ho mangiato il cioccolato - rispose.
- Perch no?
- Mamma mi ha detto di non mangiare dolci. E di
non masticare le gomme. Solo quelle senza zucchero.
Dice che mi fa male ai denti.
Apr gli occhi. Erano luminosi e svegli, e trasformarono
il rotondo viso infantile in quello d'un intelligente,
piccolo essere umano. Lanci un'occhiata verso
la portiera del bus, dove Miro stava di guardia, poi
si sporse verso Kate e sussurr:
- Ho sentito quando parlavi con quegli uomini e
ho capito che avevano messo qualcosa nei dolci. Ho
detto a Monique di non mangiarli, ma non mi ha dato
retta. Cos ho fatto finta di dormire come gli altri. Ho
pensato che si sarebbero arrabbiati, se non dormivo.
"Povero piccolo" pens Kate "seduto qui da solo,
sveglio, per tutto questo tempo".
- Kevin torner? - chiese Raymond.
- Oh, Raymond...
Aveva temuto che prima o poi uno dei bambini
chiedesse di Kevin McMann, ma finora nessuno aveva
accennato a lui. Forse non si erano accorti di nulla.
Oppure anche i bambini, come gli adulti, preferiscono
non vedere una realt sgradevole. O forse l'unico
legame che sentono davvero  quello con i propri genitori,
e gli altri bambini scivolano dentro e fuori dalla
loro vita senza lasciarsi dietro niente, nemmeno il
ricordo. Kate, comunque, si era sentita sollevata dal
fatto che nessuno chiedeva nulla. E ora, Raymond.
- Kevin non torner, Raymond.
Vide il lampo di panico nei suoi occhi e cap di non
potergli dire la verit.
- Kevin si  sentito male, forse per via del cioccolato.
Perci quell'uomo l'ha portato in un furgone
qua davanti. C' un letto, li. Cos star pi comodo.
- Non dovrebbero dare ai bambini roba che fa
male - osserv Raymond.
- Lo so.
- Sono uomini cattivi. - La sua voce adulta divenne
improvvisamente fragile. - Pensi che verranno
a salvarci?
- Lo spero, Raymond. - Kate cerc le parole giuste.
- Non siamo soli, sai. Qua fuori ci sono poliziotti
e soldati. Hanno circondato il ponte. Sono sicura
che ci salveranno.
- Tu non hai mangiato i dolci, vero, Kate?
- No, voglio restare sveglia.
- Anch'io voglio restare sveglio.
Kate gli accarezz la guancia paffuta, sentendosi
stranamente confortata senza sapere perch. Forse
per la scoperta di avere un alleato, sia pure di cinque
anni.
- Magari posso aiutarti.
- Magari - annu Kate.
Di colpo, Raymond chiuse gli occhi e si afflosci, la
testa ciondoloni. Un istante dopo, Kate avvert la presenza
di Miro e rabbrivid quando, passandole accanto,
le sfior un braccio con una gamba. Lanci un'occhiata
a Raymond: si era finto addormentato non appena
si era accorto di Miro, era un ragazzino in gamba.
Di colpo intravide nuove possibilit. Un tenue filo
di speranza. Quegli uomini non sapevano che Raymond
era sveglio e pronto ad aiutarla. A volte un ragazzino
pu fare cose impossibili a un adulto, sgusciare
in posti irraggiungibili...
Si curv verso Raymond.
- Continua a fingere - bisbigli. - Forse potrai
davvero aiutarmi. Ne riparliamo pi tardi.
Raymond sollev il viso verso Kate. Un occhio si
apr e si richiuse.
Lei sorrise.
Aveva le cosce in fiamme.
"Devo togliermi le mutande" pens disperata: erano
bagnate fradicie, e quell'umidore acido le scorticava
la pelle.
I bambini erano ancora storditi, sonnolenti. In cielo
si erano addensate le nuvole e nel bus, con i finestrini
oscurati dal nastro adesivo, regnava una penombra
che conciliava il sonno. Tutt'intorno c'era silenzio, a
parte lo sporadico ululato d'una sirena o il pulsare
d'un elicottero sopra di loro.
- Per quanto tempo andr avanti cos? - aveva
chiesto a Artkin quando, pochi minuti prima, s'era
affacciato nel bus.
Le sembrava di averglielo gi chiesto un milione di
volte, e per un milione di volte aveva ricevuto la stessa
risposta:
- Non lo sappiamo. Dobbiamo essere pazienti.
In un certo senso, Kate desiderava che lo stallo si
protraesse all'infinito. Tremava al pensiero di quel
che poteva succedere se fossero passati all'azione. E
un pensiero la assillava: "Mi uccideranno". Viveva
con quella certezza da cos tanto tempo (il tempo,
aveva scoperto, non aveva alcun rapporto con l'orologio)
che il panico e l'orrore s'erano attutiti, diventando
parte di lei.
Miro era una presenza sempre pi sinistra, opprimente.
I suoi occhi la seguivano, per fuggire subito
altrove se si voltava verso di lui. Spesso restava immobile
a studiare il terreno circostante con una concentrazione
che stupiva Kate. Ogni tanto apriva la
porta del bus, lasciando penzolare la catena, e si
sporgeva dalla soglia per bere l'aria esterna che disperdeva
un po' il tanfo d'urina e sudore. Kate sognava
di farsi una doccia. O almeno di lavarsi in
mezzo alle gambe. Si, doveva assolutamente togliersi
le mutande.
Miro stava sulla soglia e guardava fuori, dandole
le spalle. Kate and sul fondo al bus e, reggendosi
con una mano a uno schienale, si sfil i jeans. Il portafoglio
cadde sul pavimento, ma per il momento lo
lasci dov'era. Si lanci un'occhiata alle spalle - i
bambini continuavano a dormire e Miro non era in
vista - e con un sospiro di sollievo si sfil le mutande
bagnate in modo che l'aria le rinfrescasse la pelle
irritata. Si pass le mani sulle cosce come per cancellare
il bruciore e poi, mentre si voltava di nuovo,
vide Miro che, all'altro capo del bus, la fissava sbigottito,
pietrificato, un piede sull'ultimo scalino...
Portava la maschera che, come sempre, faceva risaltare
i suoi occhi.
Furibonda con se stessa per avergli permesso di
sorprenderla cos, afferr i jeans e se li infil con mani
tremanti.
Quando torn a voltarsi, Miro non c'era pi. Svanito.
Come se non ci fosse mai stato.
Si chin a raccogliere il portafoglio, un regalo di
sua madre, e lo stava infilando in tasca quando si ricord
della chiave nello scomparto degli spiccioli. La
chiave del bus che suo zio le aveva consegnato poche
settimane prima, e che lei aveva dimenticato d'infilare
nell'anello dove teneva le altre. E poi stamattina,
quand'era passato a chiederle di sostituirlo, lo zio
aveva lasciato la propria chiave infilata nell'accensione.
Kate prese la chiave e la strinse con forza, guardandosi
intorno ansiosa. Miro non era in vista. I bambini
dormivano. Bene. Si tolse una scarpa, c'infil
dentro la chiave, se la rimise e sent il pezzetto di metallo
scivolare verso la punta e annidarsi fra le sue dita.
Una sensazione piacevole.
"Ho un segreto" pens felice, quasi stordita, mentre
tornava verso il posto di guida. Anzi, pi di un segreto:
un'arma. La chiave poteva mettere in moto il
bus, e il bus poteva portarli in salvo. Pass accanto a
Raymond. Un altro segreto: Raymond, sveglio e all'erta.
Infil in una tasca le mutandine appallottolate, ripensando
a Miro e al suo sguardo. Uno sguardo inequivocabile.
Forse aveva un'altra arma nel suo misero,
patetico arsenale.
Una bambina, Monique, lanci un grido emergendo
da un incubo: and da lei e la calm con dolci,
rassicuranti mormorii. Dolci perch forse, dopotutto,
lei e i bambini non erano cos disperati o indifesi.
Miro entr nel bus e si tolse la maschera dal viso accaldato.
La ragazza era china su uno dei bambini.
Lui non li sopportava, i bambini. Erano un impiccio,
nient'altro. Il loro nervosismo lo infastidiva e i loro
pianti disturbavano i suoi rari sogni a occhi aperti. E
i bambini esigevano l'attenzione costante della ragazza,
rendendogli difficile accostarla, conquistare la
sua fiducia.
La osserv, e il suo sguardo indugi sui jeans che
la coprivano. Pochi istanti prima era sembrata cos...
pens la parola nel vecchio linguaggio, e quando
tent di tradurla trov soltanto: vulnerabile. O forse
innocente. Ma l'innocenza aveva lasciato il posto alla
collera, quando si era voltata e l'aveva visto. E la sua
collera l'aveva ferito: lui non era di quegli sporcaccioni
che spiano le ragazze, che pagano per vederle nude.
In realt non aveva mai visto una ragazza nuda, a
parte le foto sulle riviste. Kate era stata la prima.
A ripensarci si sentiva il viso in fiamme. Adesso
non si era accorta della sua presenza, o forse fingeva
di non accorgersene. Un ragazzino, quello senza i
denti davanti, gli fece un cenno. Miro lo ignor, ma il
piccolo continu a sforzarsi di attirare la sua attenzione.
La ragazza alz gli occhi. Il ragazzino lo salut di
nuovo, sorridendo.
- Gli sei simpatico - osserv la ragazza. - Perch
non lo saluti?
Miro era confuso, il viso pi accaldato che mai e le
tempie pulsanti. Fece un cenno al bambino e gracchi
un "Salve" troppo acuto, falso. Ormai scarlatto, si rimise
la maschera e scrut oltre la feritoia nel parabrezza,
fingendo di studiare la situazione. Era sconcertato,
eppure provava una strana dolcezza. La ragazza
gli aveva parlato; non era arrabbiata. E ora poteva
richiamare la visione della sua nudit con gioia,
con un fremito mai provato prima.
Raymond era un bravo bambino. Obbediva sempre
alla mamma e le voleva bene: era graziosa, aveva
sempre un buon profumo e gli comprava giocattoli e
giochi, per non lo viziava. Era il suo pap a viziarlo.
O almeno ci provava. Voleva bene anche a lui, ma in
modo diverso, naturalmente. Gli piaceva restare seduto
accanto al padre mentre guardava una partita
alla tiv. E gli piaceva anche il suo odore, simile a
quello dei trucioli che cadevano quando segava la legna
per il caminetto.
La mamma di Raymond aveva i capelli grigi, il
pap era calvo. A volte li aveva sentiti spiegare: -
Raymond  arrivato in ritardo. Sapeva che cosa significa
"in ritardo". Significa non essere puntuali: una
cosa che non si fa. - Muoviti, o arriveremo in ritardo
- diceva suo padre alla mamma quando dovevano
uscire. - Non tornare in ritardo - raccomandava la
mamma al pap quando telefonava la sera.
Raymond restava sveglio di notte, pensando al
fatto che era arrivato in ritardo. Faceva il possibile
perch i genitori fossero fieri di lui. Per scusarsi
d'essere arrivato in ritardo. Teneva in ordine la sua
stanza. Si lavava bene prima di mangiare. Non faceva
i capricci. Non mangiava dolci, tranne che in occasioni
speciali.
Ora, nel bus, Raymond stava zitto e immobile.
Aveva paura degli uomini con la maschera: e se avessero
scoperto che era un bambino arrivato in ritardo?
Era contento che ci fosse Kate: gli ricordava sua madre,
anche se non aveva i capelli grigi. Gli aveva detto
che forse avrebbe potuto aiutarla. Come quando
aiutava pap a portare la legna per il caminetto. I
grandi erano contenti, quando li aiutavi. Avrebbe aiutato
Kate.
E, in attesa di aiutarla, teneva gli occhi chiusi.
Non di continuo, per. A volte li apriva. Prima
uno, poi l'altro. A volte tutti e due... ma appena appena,
in modo che nessuno se ne accorgesse. Specialmente
gli uomini cattivi. Si sarebbero arrabbiati perch
non aveva mangiato i dolci. E sarebbe stato terribile,
quasi come se avessero scoperto che lui era un
bambino arrivato in ritardo.
Finalmente, Artkin chiam Miro.
Antibbe sali sul bus e accenn con la testa al furgone.
Antibbe parlava di rado e, quando lo faceva, la
sua voce era un ringhio roco.
- Vai. Ti vuole - disse Antibbe. - Penso io alla
ragazza.
Miro guard Kate, chiedendosi che impressione le
facesse quella montagna d'uomo. Forse, pens, dentro
di s Antibbe era un poeta, perfino gentile, ma a
vederlo dava i brividi. Quel pensiero lo sorprese: da
dove veniva? Non era abituato ad avere pensieri cos,
simili a svolazzanti uccelli selvatici. Era stato pi che
soddisfatto di lasciare a Artkin il compito di pensare
e di fare piani.
- Occhio ai cecchini - ringhi Antibbe mentre
Miro infilava la maschera.
- Torner - disse Miro a Kate.
E si volt di scatto, irritato con se stesso: non era l
sul bus per proteggerla. Si sent addosso i suoi occhi
mentre scendeva dal bus e usciva sui binari. Il parapetto
era abbastanza alto da coprirlo, per prefer
procedere curvo, guardingo.
Dentro il furgone faceva perfino pi caldo che nel
bus. Stroll stava nel retro, scrutando dal lunotto posteriore
attraverso una fessura, e all'ingresso di Miro
nemmeno si volt.
Artkin era occupato ad armeggiare coi pulsanti
della ricetrasmittente. Improvvisamente, dalla radio
scatur un crepitio, seguito da una voce:
- KLC. Indietreggia in angolo. Riferisci su zero-nove-sei.
Ripeto: KLC. Indietreggia in angolo. Riferisci
su zero-nove-sei.
Un'altra voce:
- Parallelo. Parallelo.
Poi silenzio.
- Naturalmente usano un codice - spieg Artkin
- per conosciamo la chiave.
- Che cosa dicono? - chiese Miro.
- Solo cose che gi sappiamo. Stanno schierando
gli uomini. Anche loro devono aspettare.
- E noi che cosa aspettiamo? - insist Miro, facendosi
audace.
Stroll cambi posizione senza scostarsi dal lunotto:
un movimento lieve ma eloquente, perch Stroll era
in grado di restare immobile per ore.
"Forse l'ha sorpreso sentirmi fare una domanda ad
Artkin" pens Miro, e quel pensiero lo inorgogl. Del
resto, non era stato proprio Artkin a dire che l'aveva
trattato per troppo tempo come un ragazzo?
- D'accordo, Miro. Dimmi che cos'hai visto dal
ponte, e poi ti dir quello che non hai visto.
- Ho visto che siamo circondati. Ci sono poliziotti
e soldati dappertutto; il quartier generale  nell'edificio
oltre il burrone e i boschi sono pieni di cecchini.
Gli elicotteri ci sorvolano di continuo.
Esit. C'era altro? Ancora una volta, Artkin l'aveva
colto di sorpresa, attaccando invece di difendersi: invece
di rispondere alla sua domanda, l'aveva costretto
a parlare.
- Bene - disse Artkin. - Ma c' qualcosa che
non puoi vedere, Miro, che non puoi conoscere. - Si
asciug il sudore dalla fronte. - Abbiamo stretto
un'alleanza con altri, con persone che non sono della
nostra patria. Non posso dirti chi sono... non lo so
neanch'io.  stato Sedeete a occuparsi di questa parte
dell'operazione.
Sedeete. Bast il nome a riempire Miro di sgomento.
Sedeete era al di sopra di Artkin. Al di sopra
di tutti. Era lui che progettava, lui che tirava i fili:
un uomo piccolo con occhi ardenti, labbra simili a
coltelli e mani secche come cartone vecchio. L'aveva
visto pochi giorni prima, a Boston, quando Sedeete
si era seduto su una panchina nel parco, accanto ad
Artkin. Miro, rimasto nel furgone mentre Stroll e
Antibbe erano di guardia altrove, gli aveva lanciato
una rapida occhiata, come se la sola vista di Sedeete
potesse uccidere a distanza. Era il capo di tutti i
combattenti che operavano negli Stati Uniti e, se anche
lui era coinvolto, l'operazione doveva essere
d'importanza vitale.
- Dobbiamo trattenere qui bus e bambini finch
le nostre richieste saranno accolte - disse Artkin. -
Vogliamo il rilascio dei detenuti politici negli Stati
Uniti, per dimostrare al mondo che i rivoluzionari
non possono essere imprigionati. Chiediamo dieci
milioni di dollari, per proseguire la nostra lotta e finanziare
le nostre operazioni, ed esigiamo che gli
americani aboliscano un'agenzia segreta che opera
in tutto il mondo. In realt, quest'agenzia non ha
una grande importanza, per noi. Le cose davvero
importanti sono il denaro, perch ne abbiamo un bisogno
disperato, e il fatto di essere riusciti a stringere
un'alleanza.
- Ma perch ci tieni tanto, a quest'alleanza? Il nostro
lavoro  andato bene, l'hai detto anche tu. Abbiamo
fatto in modo che tutti parlino della nostra causa.
- Perch, Miro - disse Artkin, paziente - la violenza
non basta. Bombe e attentati non possono restituirci
la nostra patria. Sono soltanto gesti inevitabili,
per richiamare l'attenzione. Dopo il terrore viene la
politica, vengono le parole; e un giorno le parole
avranno pi forza delle bombe.
- Parole - ripet Miro.
Era stufo delle parole. Era stato addestrato per l'azione,
e ora si sentiva tradito. E poi cominciava a rendersi
conto che non era Artkin a controllare la situazione.
Sedeete torreggiava sullo sfondo: loro erano i
burattini e lui tirava i fili.
- Sii paziente - disse Artkin, intuendo i suoi
dubbi, la sua delusione. - Alla fine quest'alleanza ci
far comodo: oggi noi li aiutiamo a distruggere un'agenzia
segreta, domani saranno loro ad aiutarci. I nostri
obiettivi sono diversi, ma possiamo esserci utili a
vicenda. Ci saranno molti altri ponti, Miro. Quest'operazione
 solo la prima.
- E ora che succede? Quanto dovremo aspettare?
Di nuovo Stroll fece un movimento, e Miro ebbe
paura di aver esagerato con le domande.
- Quando le richieste saranno accolte, un elicottero
verr a prenderci e ci porter all'aeroporto di Boston.
Da li prenderemo un jet.
- Torneremo in patria? - chiese Miro, con una
vampata improvvisa di speranza.
- Non ancora. La nostra patria  ancora lontana
migliaia di alleanze. Per ci condurranno in un territorio
sicuro.
- Ma come faremo ad andarcene da qui?
- Porteremo con noi un bambino. Sar il nostro
passaporto. Uno ne vale sedici, o ventisei.
- Se un bambino ne vale sedici, allora perch abbiamo
preso il bus? - chiese Miro, gettando alle ortiche
ogni cautela.
- Hai dimenticato quello che hai imparato a scuola?
Dobbiamo ottenere il massimo effetto. Se un
ostaggio  efficace, sedici ostaggi sono sedici volte
pi efficaci... anche se minacciare la vita d'un singolo
ostaggio, soprattutto se si tratta d'un bambino,  efficace
quanto minacciarne sedici. - Miro era sempre
confuso da quel genere di aritmetica. - Noi miriamo
al massimo effetto, Miro. Uccidiamo per ottenere il
massimo effetto. Perci abbiamo preso in ostaggio sedici
bambini: per l'effetto, per richiamare l'attenzione.
La televisione e la radio e i giornali sono nostri alleati.
Senza di loro non avremmo una sola possibilit.
Un bambino tenuto in ostaggio in un nascondiglio segreto
non ha lo stesso effetto di sedici bambini tenuti
in ostaggio su un ponte, mentre tutto il mondo assiste
allo spettacolo.
Miro annu. Era sensato, anche se era faticoso seguire
quei ragionamenti. Almeno, Artkin aveva fiducia
in lui e non si era offeso, anzi, aveva risposto alle
sue domande sfacciate.
- Ecco che cosa succeder adesso. Sedeete deve
condurre i negoziati, l'ultimatum scade alle nove di
domani mattina e, se le nostre richieste non saranno
accolte, i bambini moriranno. Forse anche noi. Ma Sedeete
e i nostri alleati sono sicuri che saranno accolte.
Non lasceranno morire i bambini.
- E come faremo a sapere cosa sta succedendo?
- Con la ricetrasmittente. Ha una frequenza speciale,
impossibile da intercettare, e Sedeete trasmetter
a orari regolari: alle sei del pomeriggio, per dirci
che le trattative sono in corso; a mezzanotte, per dirci
che va tutto bene; alle nove di domani mattina, per
dirci che le richieste sono state accolte. Se domattina
alle nove non riceveremo il segnale, significher che
l'operazione  fallita e allora dovremo passare all'azione.
Prima uccideremo i bambini per dimostrare
che, la prossima volta, dovranno darci ascolto. Poi
dovr decidere il modo migliore per salvarci... se appena
 possibile. Ma tu lo sai, Miro, la nostra vita non
ha importanza, tranne per il fatto che, se viviamo, potremo
continuare a combattere.
Miro era convinto che Artkin non sarebbe mai
morto. Accettava l'idea della propria morte come inevitabile,
ma Artkin non poteva morire. Senza di lui, il
mondo stesso avrebbe perso significato. E cos pure
la vita di Miro.
- Altre domande? - chiese Artkin. Incredibile,
ma nella sua voce c'era un tono scherzoso, un'ombra
di sorriso sulle sue labbra. - A quanto pare, te la cavi
bene con le domande.
Miro si gonfi d'orgoglio e, senza rendersene conto,
s'irrigid sull'attenti. Compativa quelli che vivevano
senza un ideale, come tanti americani della sua
et, come la ragazza nel bus.
- Torna nel bus, Miro. Sorveglia la ragazza e i
bambini. Dimmi quando pensi che abbiano bisogno
di altre droghe. E la ragazza: controlla che si renda
utile. Se non lo , dimmelo e potrai eliminarla. Ma
finch ci sar utile, lascia che viva.
- S - disse Miro, fiero che Artkin gli avesse accordato
la sua fiducia, che avesse risposto alle sue
domande.
Mentre si voltava per lasciare il furgone, Artkin gli
tocc la spalla: un gesto da uomo a uomo. Avrebbe
voluto che Aniel fosse l, per condividere quel momento
con lui.
Kate si sent a disagio per tutto il tempo che Miro rest
nel furgone. L'uomo di nome Antibbe la fissava
senza mai distogliere lo sguardo, i suoi occhi la seguivano
dovunque andasse, qualunque cosa facesse.
Erano occhi come non ne aveva mai visti. Non esprimevano
nulla. Erano vuoti, morti, come se non avessero
vita a parte quella che riflettevano.
Per sfuggirli, Kate controll di nuovo i bambini addormentati.
In un certo senso era una fortuna che ci
fosse stata lei, alla guida del bus, invece di suo zio,
che aveva l'ulcera, la pressione alta e poca pazienza,
e non sopportava i bambini. Aveva accettato quel lavoro
per arrotondare la pensione: "E che diavolo!"
diceva "in fondo mi tocca sopportare quei piccoli bastardi
si e no due ore al giorno". In genere guidava
bus carichi di anziani verso i centri commerciali, o
verso le spiagge e gli stabilimenti balneari.
Quando si sedette accanto a Monique, si accorse
che le colava il naso e si frug in tasca alla ricerca
d'un fazzoletto, ma trov soltanto le mutandine appallottolate
e alla fine permise alla bambina di asciugarsi
il naso sul suo braccio, anche se le si rivoltava lo
stomaco. Avrebbe fatto altrettanto, lo zio? Macch,
potevi scommetterci il culo. Not che, col trascorrere
del giorno, il suo linguaggio s'involgariva sempre
pi. Forse, pens, c' una relazione fra spacconaggine
e vigliaccheria, e un linguaggio volgare serve a farti
sentire pi coraggioso. Forse i ragazzini pi aggressivi,
nel comportamento e nel linguaggio, erano in
realt i pi spaventati e facevano come lei ora.
"Cristo" pens, sorpresa da quell'idea. Gi, riflett:
perfino quella parola, Cristo, poteva essere una bestemmia
o una preghiera. E, pensiero folle, Cristo conosceva
la differenza, quando sentiva invocare il suo
nome?
"Ridicolo" si disse, ripulendosi il braccio sui jeans.
"Sto diventando isterica?"
Quell'Antibbe che continuava a fissarla, la chiave
nella scarpa... La chiave che era la sua sola speranza
di fuga. Quando Miro fosse tornato e Antibbe se ne
fosse andato, avrebbe cercato di escogitare un modo
per guidare il bus nonostante i vetri oscurati. E Miro?
Quello sguardo nei suoi occhi... poteva servirsene?
Lasci Monique, ormai appisolata, e controll gli
altri bambini. Si sedette accanto a Raymond e, avvertendo
la sua presenza, il bambino apr per un istante
un occhio luminoso; Kate gli sorrise e lo prese per
mano e, dopo un po', il respiro del piccolo acquist il
ritmo calmo del sonno. Si augur che Raymond potesse
dormire per tutto il resto del tempo, come gli altri.
Anche a lei sarebbe piaciuto dormire. Si sent assalire
dallo sconforto, a dispetto della chiave nascosta.
Non era un'eroina, lei, la sua vita non l'aveva
preparata a imprese eroiche. Tast la chiave con le dita
del piede.
Dopotutto, che aveva da perdere? Perch non tentare
una fuga disperata, perch non tentare di portare
quel maledetto bus fuori da li?
Chiuse gli occhi.
"E va bene, contiamo quello che ho dalla mia parte:
la chiave; Miro, ovviamente l'anello debole fra i sequestratori;
Raymond, cos vivace e intelligente."
D'impulso, si curv e scocc un bacio sulla guancia
paffuta di Raymond. Delicatamente, per non svegliarlo
nel caso si fosse realmente addormentato.
E poi torn Miro.
- Perch fate questo? - gli chiese, sforzandosi di
eliminare la durezza dalla voce; con "questo" intendeva
il bus, i bambini, il sequestro, quell'incubo.
Miro cap a che cosa si riferiva.
- Dobbiamo - rispose, soppesando ogni parola.
-  il nostro dovere.
- Vuoi dire che il vostro dovere  rapire dei bambini,
far loro del male, terrorizzarli?
-  la guerra. Fa parte della guerra.
- Non sapevo che ci fosse la guerra.
Quel ragazzo sembrava cos giovane, cos indifeso,
gli occhi scuri e innocenti, la bocca sensibile. Cos diverso
dalla persona con la maschera.
Dopo che Antibbe se ne era andato, Kate si era ritirata
in fondo al bus, a riflettere. Doveva conquistare
Miro, farlo parlare, fargli abbassare la guardia. Ottenere
che la guardasse come un essere umano. Di pi:
come una giovane donna desiderabile, non come una
vittima. Doveva rendergli difficile ucciderla. Cos,
quando lui guard dalla sua parte mentre passava fra
i bambini, si costrinse a sorridergli. Fu un sorriso
fiacco, ma funzion: dopo un po', venne a sedersi accanto
a lei, si tolse la maschera e la pos sul sedile. E
adesso le parlava di chiss quale guerra.
- La guerra non smette mai - prosegu Miro. Era
un argomento che conosceva bene, che avevano discusso
molte volte a scuola. - Il nostro dovere  far
conoscere la sua esistenza, far capire che coinvolge il
mondo intero e che nessuno potr sfuggirle finch la
nostra patria non torner libera.
Come gli sarebbe piaciuto che Artkin fosse stato l
ad ascoltarlo!
- Dov' la vostra patria?
- Lontano da qui. Molto lontano.
Kate not un'avidit malinconica nella sua voce.
- Come si chiama?
Miro esit. Non pronunciava quel nome da tanto
tempo. E non sapeva quanto poteva dire alla ragazza.
Voleva conquistare la sua fiducia, per senza tradire
se stesso o gli altri.
- Non la conosci - rispose. - Ma  un posto meraviglioso.
- Parlamene.
- Non ci sono mai stato. Non l'ho mai vista.
- Mai? - chiese Kate, incredula. - Allora come
sai che  cos bella e merita tutto... tutto questo?
- Ho ascoltato i vecchi che ne parlavano nei campi,
e raccontavano quant'era bella. Dicevano che, se ti
togli le scarpe, senti la ricchezza della terra sotto le
piante dei piedi. Gli aranci sono carichi di frutti e
dappertutto volano tortore e allodole. - Ora la sua
voce sembrava musica, mentre ripeteva le parole dei
vecchi. - Il fiume scorre lento, il sole benedice la terra
e indora la pelle, e il cielo ha l'azzurro delle conchiglie
lavate dalla pioggia.
"Che strano, patetico ragazzo" pens Kate.
E poi si ricord che aveva una pistola e che un
bambino era gi morto.
- Katie, Katie - piagnucol qualcuno.
Il gemito la riport alla realt: il caldo, il secchio di
plastica puzzolente.
Tese l'orecchio, ma il piagnucolio non si ripet.
- I vecchi nei campi - riprese. - Quali campi?
A Miro fece piacere la domanda: cominciava a mostrarsi
interessata, quindi lui stava facendo bene il
proprio lavoro. Per come poteva parlarle dei campi-
profughi, dell'infinita serie di posti lerci e affollati che
lui e Aniel avevano attraversato nei primi anni della
loro vita? Erano sopravvissuti elemosinando o rubando.
Aniel era un ladro espertissimo. A volte Miro faceva
da esca, mentre le abili mani di Aniel arraffavano
dalle bancarelle cose d'ogni genere. Niente era
inutile. Tutto era utilizzabile. Come poteva raccontare
tutto questo alla ragazza?
- La nostra patria  occupata da altri, e noi potevamo
soltanto vivere nei campi - disse, ansioso di
mantenere desto il suo interesse senza parlare della
fame e del rubare e mendicare: non voleva sminuirsi
ai suoi occhi.
- Hai detto noi - osserv Kate. - Noi chi? La tua
famiglia, i tuoi genitori?
- Mio fratello Aniel e io. Aniel aveva due anni pi
di me.
- E i vostri genitori?
Mentalmente, tradusse la parola genitori con quella
che, nella sua lingua, indicava madre e padre, e
tent di richiamare sentimenti ed emozioni, qualcosa,
ma inutilmente.
- Non ho mai conosciuto mio padre - rispose infine.
- Non ho mai conosciuto mia madre.
Per qualche motivo, questo l'aveva sempre fatto
sentire in colpa: non conoscere i propri genitori, non
averne memoria.
- Non sprecare tempo col passato - gli aveva
detto una volta Artkin. - L'importante  il presente,
e il futuro ci restituir la nostra patria.
Ma lui aveva ribattuto:
- Mio padre e mia madre sono nel passato; se non
li ricordo io, chi lo far?
E Artkin si era voltato senza rispondere. Perci, dopotutto,
Artkin non aveva tutte le risposte.
Ora disse a Kate:
- Non me li ricordo affatto.
C'era una strana espressione sul viso della ragazza.
Tristezza? No. A un suo sguardo triste, Miro
avrebbe reagito con disprezzo. No, quello era uno
sguardo cui non sapeva dare un nome. Era come se
la ragazza stesse per ridere e per piangere allo stesso
tempo. Uno sguardo che lo confondeva: nessuno
mai l'aveva guardato con una tale... intimit, prima
d'ora. Per nascondere la propria confusione, continu
a parlare.
- In quei giorni, al confine c'erano attacchi continui.
Certe volte non sapevamo chi era amico o nemico.
C'erano mine sotterrate nei giardini, bestiame
morto durante le incursioni, aerei che sganciavano
bombe o ci mitragliavano, case bruciate. Aniel diceva
che nostro padre e nostra madre erano saltati in aria
su una mina. Gliel'aveva detto qualcuno. Ma Aniel
diceva anche: "Non parliamone. Sono vivi dentro di
noi. Finch siamo vivi, finch uno di noi  vivo, non
moriranno mai". E ora Aniel  morto.
- Mi dispiace - disse Kate.
E lui la guard di nuovo. In cerca d'un segno di...
che cosa? Era soltanto una ragazza, e per di pi americana,
e non significava niente per lui, a parte il fatto
che sarebbe stata la sua prima vittima, la sua prima
morte. Doveva morire ore fa. Sarebbe morta fra qualche
ora. L'avrebbe uccisa lui. Chi era lei per dire "Mi
dispiace"?
Kate avvert che le stava sfuggendo... doveva aver
detto qualcosa che l'aveva respinto. Era cos aperto
un momento prima, e poi la sua espressione si era
chiusa, i suoi occhi erano scivolati lontano. Forse lo
feriva parlare dei genitori, del fratello morto. Forse il
suo istinto era giusto, dopotutto: il ragazzo era vulnerabile,
sensibile. Non poteva lasciarselo sfuggire e,
d'istinto, ricorse all'arma pi antica, quella che non le
era mai venuta meno.
- Parli bene l'inglese - lo adul. - Devi avere un
vero talento per le lingue.
Miro arross di piacere. Ma, come in molte altre cose,
c'era dolore nel piacere. Le parole della ragazza
gli avevano riportato in mente Aniel. Povero Aniel.
Morto troppo presto. Bravo con le armi come Miro
era bravo con le lingue. Aniel era stato abile anche
con le mani, capaci di uccidere come un pugnale o un
proiettile. La passione di Miro, invece, erano le lingue.
In tempo di pace, gli aveva detto una volta il suo
istruttore, saresti diventato uno studioso.
- Hai frequentato qualche scuola di lingue? Una
scuola speciale? - insist la ragazza.
- Speciale, s - rispose, chiedendosi se lei riuscisse
a cogliere l'ironia nelle sue parole.
E si ritrov a parlarle di quella scuola speciale che
non aveva nemmeno i banchi e le sedie, una scuola
sotterranea e senza finestre, con lavagne fatte di fogli
di carta sgualcita fissati alle pareti. L'istruzione che si
riceveva in quella scuola era intensa e a senso unico.
- Siete qui per imparare cosa bisogna fare per sopravvivere
e per riconquistare la nostra patria - aveva
detto l'istruttore, un vecchio col viso segnato da
molte cicatrici.
Gli aveva insegnato a usare armi ed esplosivi, a
combattere col pugnale e la pistola e le mani. Per a
Miro erano piaciute di pi altre cose: la lettura e le
lingue. Lo studio delle lingue era importante, perch
ognuno di loro era addestrato per una destinazione
precisa: Europa, Africa, America. In effetti, di solito
veniva insegnato quanto bastava per leggere i segnali
stradali e ordinare da mangiare senza richiamare l'attenzione,
per capire il significato dei titoli dei giornali,
o i notiziari della radio e della televisione. Pi l'abituale
vocabolario minaccioso da usare durante le
rapine e gli scontri... Miro scopr di essere portato
per le lingue, e un insegnante che molti anni prima
era vissuto a Brooklyn l'aveva incoraggiato, rifornendolo
di libri e impartendogli in segreto lezioni speciali.
La cosa aveva divertito Aniel, perch la scuola
stessa era un segreto; le autorit consentivano ai profughi
di vivere alla meglio nei campi, per proibivano
loro di avere scuole proprie.
- Ed eccoti qui - aveva detto Aniel - che studi
in segreto in un posto segreto. Un segreto dentro un
segreto.
Per Miro sapeva che Aniel era fiero del suo talento,
proprio come Miro era fiero dell'abilit di Aniel
con le armi.
- Katie, Katie - piagnucol una bambina, e Miro
sussult, sorpreso.
Era stato trascinato lontano dalle parole e dai ricordi,
dimenticando la presenza della ragazza.
Il piagnucolio prosegu.
- Dovrei andare da quella piccola... - disse la ragazza
in tono di scusa.
Miro fu compiaciuto dalla sua riluttanza ad allontanarsi.
Forse quello che le aveva raccontato l'aveva
interessata. Forse stava finalmente conquistando la
sua fiducia.
La bimba in lacrime era Karen, la ragazzina bruna
coi minuscoli orecchini. Kate la prese sulle ginocchia
e la tenne stretta mentre lei balbettava qualcosa di incomprensibile
nel linguaggio dei sogni e degli incubi.
- Su, su - mormor Kate, ripensando affascinata
al racconto di Miro.
Il ragazzo che si trascinava da un campo-profughi
all'altro, senza genitori, il fratello morto, la violenza
insegnata in una scuola sotterranea. Pens alla propria
vita, cos placida, futile e sicura. E poi, quasi sul
punto di provare piet per lui, si rese conto che le loro
vite li avevano condotti li sul bus, dove la vittima
era lei, non il ragazzo. Niente, in tutta la sua vita, l'aveva
preparata a essere coraggiosa. Ma il coraggio
non s'impara, giusto? Il coraggio dovrebbe essere
una qualit interiore, che viene da dentro.
"Dov' il mio coraggio?" si chiese, avvilita.
"Dov'?"
La bambina era tornata a sonnecchiare, il viso di
nuovo sereno. Nonostante il caldo, Kate trov confortanti
la sua vicinanza, il suo calore e la sua morbidezza.
Chiuse gli occhi e, per un momento, smise di pensare
e si lasci scivolare nell'oscurit.
Doveva essersi addormentata perch, quando riapr gli occhi di scatto, vide Miro accucciato sul pavimento
accanto a lei.
- Ti piace Elvis Presley? - le chiese, il viso cos
vicino al suo da poterne annusare il fiato acidulo.
La domanda era cos inaspettata che scoppi a ridere,
una risata involontaria come un singhiozzo.
- Perch ridi?
- Scusa. Non volevo. Mi hai colto di sorpresa.
- Ragazzi! Elvis Presley. - Si mi piace. - Ma non era
vero; non le piaceva e nemmeno lo detestava: era un
vecchiume seppellito da anni. - Non mi aspettavo
che conoscessi Elvis.
- Sono qui in America da pi di tre anni. Ho una
radiolina, ma non posso usarla durante le azioni. Mi
piacciono anche i Bee Gees. E la disco music.
Si rialz bruscamente e gir sui tacchi, come pentendosi
di aver detto troppo. Kate lo guard tornare
in fondo al bus. Era stupefatta. Quel ragazzo era capace
di parlarle con tutta calma della sua abilit nell'uccidere
a mani nude, e poi lo imbarazzava confessare
che gli piacevano Presley e i Bee Gees.
Dopo un po', rimise la bambina sul sedile e ripercorse
il corridoio. Doveva continuare a braccare Miro.
Non poteva lasciarselo sfuggire.
Stava seduto, vigile come al solito; non si rilassava
mai: era sempre all'erta, in guardia.
Si sedette sul sedile davanti a lui e allung le gambe
nel corridoio.
"Continua a farlo parlare" si ordin "continua a
farlo parlare".
- Se tu e tuo fratello giravate nei campi senza nessuno
che si prendesse cura di voi, com' che siete finiti
in quella scuola? - gli chiese.
Per un pezzo, Miro non apr bocca e nemmeno si
mosse. Come se neanche l'avesse sentita.
- Artkin - rispose finalmente. - Artkin ci trov
in un campo e ci port alla scuola.
- Quanti anni avevi?
Ancora un'esitazione. Era giusto dirglielo? Non
aveva mai parlato di queste cose, prima. E la sua et.
Non era sicuro della sua et. Nel campo, gli avevano
attribuito una data di nascita basandosi sull'altezza,
il peso e lo sviluppo. E lo stesso valeva per Aniel.
Cos ora, ufficialmente, aveva sedici anni, ma era possibile
che ne avesse quindici o diciassette.
- Avevo otto o nove anni quando andai alla scuola
- disse. - Non ricordo.
Per si ricordava quando Artkin li aveva trovati.
Da qualche settimana vivevano fra le macerie di una
casa incendiata: era la stagione fredda, quando il vento
era carico di polvere che penetrava ovunque. Aniel
era il pi grande e soffriva meno il freddo, perci
aveva ceduto a Miro tutto quello che avevano per coprirsi:
vecchi cappotti, stracci e, a volte, carta. Poi era
arrivato Artkin. Una mattina li aveva fissati a lungo
dall'altra parte della strada mentre loro si preparavano
a un altro giorno di affannosa ricerca del cibo, poi
aveva attraversato la strada per chiedere: - Avete fame? -
Prima li aveva interrogati sui loro vagabondaggi,
ricevendo solo risposte confuse, ma quando
aveva domandato se avevano fame la risposta era
stata netta e affermativa. Allora lui li aveva accompagnati
alla scuola, in un campo vicino. Dall'esterno
sembrava uguale a tutti gli altri campi, ma in realt
era uno di quelli dove si addestravano i combattenti.
Artkin li aveva lasciati l e, negli anni seguenti, il
campo e la scuola erano diventati la loro casa. Ogni
tanto Artkin passava a trovarli e sembrava fiero dei
loro progressi; o, come minimo, interessato. E finalmente
avevano saputo la loro destinazione: Stati Uniti.
E il loro capo era Artkin.
Miro esit e di nuovo si chiese: "Ho detto troppo?"
- E qual era il vostro compito, qui?
- Bombe - fu la risposta. - Piazzare bombe nelle
citt. A Brooklyn, nell'ufficio postale. A Detroit, nella
fabbrica di automobili. A Los Angeles...
Nella mente di Kate rimbalzarono titoli di giornali
e notiziari televisivi. L'esplosione nell'ufficio postale
di Brooklyn, dov'erano morte persone innocenti...
una madre e un bambino maciullati mentre la donna
impostava una lettera. E Miro era stato coinvolto in
quegli attentati sanguinosi.
- Tutti quei morti - balbett. - Come hai potuto
fare una cosa simile?
Miro la fiss paziente.
-  la guerra, Kate. Te l'ho detto. Siamo in guerra,
e in guerra la gente muore.
Aveva voglia di gridargli: "Non chiamarmi Kate,
non voglio che mi chiami Kate". Ma non lo fece.
Un'altra piccola sconfitta.
- Non provi niente, per loro?
- Per chi?
- Per i morti. Per la madre e il bambino nell'ufficio
postale. Non capivi quello che facevi?
Miro la fiss confuso. Che cosa voleva da lui? Che
cosa voleva che le dicesse?
"Mio Dio" pens Kate, voltando il viso verso il finestrino
coperto dal nastro adesivo.
Pieg le ginocchia, se le port fin sotto il mento e
sprofond nel sedile, sfuggendo i suoi occhi. Non voleva
pi vederlo, non adesso. Per un momento l'aveva
commossa, con quella storia di vagabondaggi per
i campi-profughi. Ma ora lo riconosceva per quello
che era: un mostro. E l'orrore pi grande di tutti era
che non sapeva di esserlo. L'aveva guardata con occhi
innocenti mentre le raccontava di avere ucciso.
Kate aveva sempre pensato all'innocenza come a
qualcosa di positivo, da proteggere e custodire. Ma
l'innocenza, adesso lo capiva, poteva anche essere
malvagia. Mostruosa.
Miro rest li confuso, a corto di parole. Confuso
perch non riusciva a capirla. Del resto, perch avrebbe
dovuto tentare di comprenderla? Le loro vite erano
completamente opposte. Prov un impeto di collera
verso di lei, che si permetteva di nascondersi, di
sfuggirlo: non vedeva il mondo com'era davvero, ma
lo guardava attraverso i suoi vuoti occhi americani
mentre scivolava da un anno di scuola all'altro. La vita
di Miro, almeno, aveva uno scopo, una meta. Chi
era, quella ragazza, per voltargli le spalle?
Si alz in piedi e abbass lo sguardo su di lei: sembrava
ripiegata su se stessa, il viso nell'ombra. Cerc
le parole per riportarla allo scoperto.
- Il sangue versato ci render la nostra patria -
disse, ricorrendo agli slogan imparati a scuola. - Alcuni
devono morire perch altri possano vivere. Siamo
tutti soldati, anche se non indossiamo uniformi.
- Ma i bambini - disse Kate. - Loro non sono
soldati, non sanno nulla della vostra guerra. Uno 
gi morto. Poteva crescere e diventare una persona
speciale. Un grand'uomo, forse.
- Anche Aniel poteva essere un grand'uomo e anche
lui  morto, per non piangi per lui - ribatt Miro
con voce dura.
Ma gi mentre pronunciava quelle parole si trov a
contemplare una verit brulla come i campi dove
aveva girovagato da bambino: per chi aveva pianto,
lui? Per Aniel, o per se stesso?
* * * Dove sei, Ben?
Ti aspetto da oltre mezz'ora, anche se sembra di
pi. Sono tornato nella stanza dopo aver preso la pillola
e aver parlato col preside Albertson -  prolisso
come al solito, impossibile liberarsi di lui - e quando
sono rientrato ho trovato la stanza vuota.
 una bella stanza, come tutte quelle del Castle. Il
letto  rifatto con cura e, accanto alla macchina da
scrivere, c' una pila ordinata di fogli: una relazione,
suppongo. Le pareti sono spoglie, come nella tua
stanza a casa. Il disordine ti ha sempre dato noia. Da
studente abitavo nell'ala John Quincy Adams, al secondo
piano. Oggi, prima d'incontrare Albertson, sono
salito lass e sono rimasto fermo nel corridoio deserto,
davanti alla porta chiusa.
Non sono entrato.
Forse temevo di vedere qualche fantasma.
Ridicolo, naturalmente. Se dovessi incontrare dei
fantasmi, qui, sarebbero certamente amichevoli...
Sono sempre stato felice, al Castle. Speravo che anche
tu lo saresti stato. E che ti saresti fatto amici come
i miei. Jack Harkness era il mio migliore amico. Dopo
il 7 dicembre 1941, in un impeto di patriottismo,
scappammo a Boston per arruolarci e combattemmo
insieme oltreoceano, nel Pacifico. In tutti quei posti
che danno il nome alle strade di Fort Delta: quando
percorro Iwo Jima Avenue, mi ricordo Jack Harkness
che a Iwo Jima mor e fu sepolto. Ho giurato sulla sua
tomba che non sarebbe morto inutilmente. Un giuramento
del genere ti sembrer forse ingenuo e patriottico
in modo imbarazzante, antiquato. A quei tempi,
Ben, l'addestramento lasciava un po' a desiderare,
ma quanto a patriottismo non c'era niente da dire.
Noi eravamo i buoni. Oggi, invece, i ragazzi come te
si guardano allo specchio e si chiedono: "Chi sono i
buoni? E se fossimo noi, i cattivi?" Non dovrebbero
mai porsi una simile domanda, Ben, nemmeno prenderla
in considerazione.
Mi dispiace. Ti chiedo scusa per la predica.
O forse per qualcos'altro.
Cerco di dirti ora quel che non mi  riuscito di dirti
in faccia.
Perch stamattina trovavo difficile guardarti in faccia,
negli occhi. Non per paura di quello che avrei visto.
Per paura di quello che avresti visto tu.
Vedo il mio vecchio annuario, l sul tavolo.
Tutti quei nomi e quei visi. Dove sono, ora?
Dove sei, Ben?
E quando tornerai, che cosa ti dir?
Dovrei tentare di spiegarti?
E cominciando da dove?
Dall'inizio. Da dove, altrimenti?
E l'inizio fu l'agosto scorso, quando il bus era sul
ponte e i bambini in ostaggio e un bambino era gi
morto...
Nel giro di poche ore, ovviamente, scoprimmo con
chi avevamo a che fare: terroristi esperti. Spietati. Fanatici.
Una rapida indagine ci rivel quello che ci serviva
sapere e ci indic la strada da seguire. Sapevamo
quale doveva essere la nostra linea di condotta:
non cedere. Contrattare per guadagnare tempo, tirare
per le lunghe. Ma respingere ogni richiesta.
Nel frattempo, accadevano cose delle quali il grosso
pubblico era all'oscuro. Esistono squadre antiterrorismo
pronte a entrare in azione nei momenti di necessit:
una di queste squadre fu spedita a Hallowell
e prese posizione nei boschi intorno al ponte. I suoi
componenti avevano in dotazione, fra l'altro, una
versione perfezionata della granata stordente, usata
soprattutto nei casi in cui sono coinvolti dei bambini.
Era probabile che nel sequestro non fossero implicate
pi di quattro persone. Artkin, gi noto per attivit
terroristiche e sospettato di essere responsabile
degli attentati di Brooklyn, Detroit, Chicago e Los
Angeles; Antibbe, un mercenario conosciuto in mezzo
mondo sotto molti altri pseudonimi; un nero chiamato
Stroll, noto soprattutto come esperto di esplosivi
ecc. E un quarto, la cui identit ci era ancora ignota.
Era lui, a quanto risultava dai controlli, che aveva
il compito di restare nel bus per sorvegliare i bambini
e la ragazza. La sua presenza, la presenza di un fattore
sconosciuto e perci imprevedibile, rendeva la situazione
ancor pi preoccupante. Artkin, gi lo sapevamo,
era assolutamente spietato, e gli attentati organizzati
da lui avevano provocato pi di trenta morti,
sei dei quali bambini.
Un colpo di fortuna fu la cattura d'un uomo che si
faceva chiamare Sedeete ed era il capo riconosciuto
dei gruppi terroristi di tutto il Nordamerica. Non
pot dirci niente, per, perch era rimasto ferito gravemente.
Il suo arresto lasciava Artkin al comando, il
che per noi era insieme un vantaggio e uno svantaggio.
Se fossimo riusciti a convincerlo che Sedeete era
stato catturato, forse avrebbe trattato per la propria
libert e rilasciato i bambini. Ma Artkin era un tale fanatico
che poteva anche decidere di eliminare gli
ostaggi e morire sul ponte...
Eravamo a conoscenza, inoltre, di una tattica che
nel nostro mestiere molti chiamano la Mossa del
Messaggero. Ma, ne eravamo convinti, i nostri avversari
ignoravano che la conoscessimo e questo ci
avrebbe permesso di usarla a nostro vantaggio.
Questo, Ben, ci port a te.
E port te sul ponte.
E me in questa stanza, dove vado avanti e indietro
e aspetto e mi chiedo dove sei e quando tornerai. E la
domanda pi terribile di tutte: tornerai?
Ho appena controllato l'ora. L'una passata.
Manchi da un pezzo.
Mi sono allontanato pochi minuti per andare da
Albertson e chiedergli se ti eri messo in contatto con
lui o col suo ufficio. Per scoprire se qualcuno ti ha visto
in giro. Ha detto che avrebbe fatto "indagini discrete".
Cos continuo ad aspettare.
Ha ripreso a nevicare. Non c' quasi vento e i fiocchi
si posano a terra come piume.
Ha sempre nevicato parecchio, qui a Castleton.
Una buona zona per sciare. Un tempo mi piaceva
camminare sulla neve. Nei pomeriggi solitari mi
spingevo fino al Brimmler's Bridge.
Quanto tempo ho passato su quel ponte.
Se non torni alla svelta, entro mezz'ora o gi di li,
forse farei meglio a venirti a cercare, invece di aspettare
e basta. Forse la mia visita, dopo tutto questo
tempo, ti ha sconvolto e sei fuggito dalla stanza, dal
Castle, e ora vaghi nei boschi coperti di neve.
Mezz'ora.
Si  levato il vento e la temperatura  calata. Quando
sono rientrato, avevo le mani fredde e screpolate. La
stanza  gelida: a Castleton, il riscaldamento non ha
mai funzionato bene.
Ho parlato di nuovo con Albertson, ma lui non
sembra affatto preoccupato. Questo fine settimana i
ragazzi sentono gi aria di vacanza, dice. Alcuni sono
andati a Pompey, altri nei boschi, altri ancora a pescare
dopo aver spaccato il ghiaccio dello stagno. Per
sento che non si rende conto della situazione, di quello che abbiamo passato l'autunno scorso sul ponte e
quanto la mia presenza possa averti sconvolto. Mi ha
suggerito di prendere un altro tranquillante. Come fa
a sapere che li prendo? Mi ha visto inghiottirne uno,
prima? Non ho tempo di chiederglielo, perch sono
pi preoccupato per te che per me stesso.
Cos sono uscito a cercarti.  strano, ma gli anni
non hanno offuscato i miei ricordi del parco, dei sentieri
tortuosi nei boschi, delle strade sterrate che conducono
verso Pompey a sud o Barreston a nord. La
neve nascondeva i sentieri, ma non mi sono arreso.
Ho resistito all'impulso di chiamarti a voce alta: non
volevo che i tuoi compagni mi sentissero e pensassero
che ti cercavo come se tu avessi dieci anni.
Un gruppo di ragazzi pescava nello stagno, raccolti
al centro della superficie ghiacciata, le fiamme d'un
piccolo fal che sfrigolavano sotto la neve. Si passavano
una bottiglia, bevendo un sorso ciascuno. Mi
sono nascosto fra i cespugli a osservarli, a spiare la
mia stessa adolescenza. Ma tu non eri fra loro. Il
buffo  che non li vedevo in faccia, erano troppo lontani,
per sapevo che non c'eri. Ti riconoscerei ovunque,
Ben, senza bisogno di guardarti in faccia. Riconoscerei
il tuo modo di camminare, di inclinare la testa
quando ti concentri. Ti conosco da quando sei nato,
ho osservato il tuo sviluppo, il passaggio da neonato
a bambino, ad adolescente. A Delta la scuola era
sotto il mio diretto controllo, e cos ti ho visto crescere
come figlio e come studente. Di te sapevo molto pi
di quanto tu sospettassi. Conoscevo le tue debolezze
e ti amavo perch ti sforzavi di superarle e perch sapevo
che, per quanto ti sforzassi, non potevi superarle.
Per non ti ho mai sottoposto a interventi di modifica
del carattere, Ben. Non volevo trattarti come un
membro di Profondo Delta. Non eri un soldato, un
agente. Eri mio figlio; non dovevi venire addestrato
per essere mandato sul campo.
Ora, naturalmente, rimpiango di averti conosciuto
cos bene. Prevedevo ogni tua reazione in ogni circostanza,
sapevo in anticipo se eri o no destinato a fallire.
Come vorrei non averlo mai saputo.
Ho divagato.
Ho permesso che i miei pensieri portassero me, e
te, in luoghi che dovremmo evitare. L'importante,
ora,  trovarti e affrontarti. E questo mi riporta alle
mie perlustrazioni. Mentre camminavo nella neve
avevo la sensazione di cercare me stesso, ben sapendo
che hai ereditato le mie debolezze. Cos mi
sono ricordato del Brimmler's Bridge, lo stesso
ponte dove, da studente, me ne stavo seduto per
ore a meditare.
Mi sono diretto da quella parte, lottando contro la
neve, il vento, i sentieri nascosti e la solitudine. Il
vento ululava e la neve turbinava maligna, accecante.
Ero senza guanti n sciarpa, cos ho immerso le mani
nelle tasche del cappotto, ma diventava sempre pi
difficile avanzare, e alla fine ho dovuto esporle al gelo per
mantenere l'equilibrio e sorreggermi ad alberi
e cespugli. Finch ho raggiunto il ponte. Era deserto.
La neve cos fitta da non riuscire a vedere il fiume.
Ho cercato le tue impronte, ma non c'erano. Del resto,
la neve le avrebbe coperte. Naturalmente non
avevo la certezza che tu fossi andato l: avevo semplicemente
seguito il mio istinto. Ancora una volta, mi
ero messo al tuo posto. Ho scrutato a lungo il turbinio
nevoso e infine mi sono detto che non c'era niente
da vedere. O forse vedevo me stesso, laggi? Ho teso
l'orecchio, ascoltando il vento che mi ululava attorno,
simile a una voce sussurrante che mi echeggiava nel
sangue e nelle ossa.
Mi sono voltato, rabbrividendo, e sono tornato qui,
sicuro che ti avrei trovato ad aspettarmi.
Ma tu non c'eri. Non ci sei.
Come se non ci fossi mai stato.
Non c' traccia di te.
Se tu fossi uscito e poi rientrato, ti saresti lasciato
dietro una scia di neve o di fango. Sentirei l'odore dei
vestiti bagnati. Il tuo cappotto fradicio sarebbe appeso
al gancio nell'angolo.
Invece niente.
Non ho il coraggio di guardare nell'armadio. E se,
aprendolo, scoprissi che l dentro non c' niente, non
un vestito, non una traccia di te?
Ho trovato qualcos'altro, per.
I fogli vicino alla macchina da scrivere.
Non erano un compito scolastico, n una relazione.
Forse sapevo gi che cos'erano.  perch ti conosco
cos bene, che so quali parole scriveresti?
E quelle che hai scritto mi dicono che sei stato qui,
e che ora te ne sei andato.
Mi dicono anche che cosa ti ho fatto.
Ritorna. Permettimi di chiederti perdono.
* * *
- Che cosa stai guardando?
- Niente.
-  un bel po' che guardi fuori dal finestrino. Vedi
qualcosa, Kate?
Non sopportava che la chiamasse Kate.
- No, niente. Sono solo stanca. Stanca di questo
bus, stanca di tutto.
Era la verit, naturalmente, ma non tutta la verit.
Era stanca, sfinita e disgustata, ma anche decisa a fare
qualcosa, a usare la chiave, la sua unica speranza.
Sapeva di non poter contare su Miro o sulla sua stupida
idea di conquistarlo. Non si conquistano i mostri.
Neanche un mostro di sedici anni. Poteva contare
solo su se stessa.
Scrutando attraverso la feritoia nel lunotto posteriore,
studi il ponte per capire quanta strada avrebbe
dovuto percorrere il bus. C'erano vari ostacoli, naturalmente.
Bisognava mettere in moto e partire subito
in retromarcia, rimbalzando sulle traversine e guidando
alla cieca, per via del nastro adesivo. Doveva
farlo. Se avesse perso il controllo, sarebbero precipitati
nel fiume. O forse no. Osserv attentamente il parapetto:
solido, probabilmente di ghisa, sembrava abbastanza
resistente da evitare che il bus finisse fuori
dal ponte.
Sospir, scostandosi dalla guancia una ciocca umida
e tentando di calcolare la distanza. Era una frana,
in queste cose. Artkin aveva detto che il ponte era
lungo un centinaio di metri, e il bus si trovava pi o
meno a met.
Si allontan dal lunotto e and a controllare il sedile
di guida, il cruscotto. Il corridoio era disseminato
di rifiuti: fazzoletti di carta sporchi di cioccolato, sacchetti
del pranzo e carta oleata, incarti di gomme da
masticare, tovaglioli di carta. Sei una massaia tremenda,
si rimprover, raccogliendoli. Miro le venne vicino
col secchio di plastica, e lei lo riemp senza degnare
il ragazzo d'uno sguardo. Non voleva pi avere a
che fare con lui.
Aguzzando la vista attraverso lo stretto varco lasciato
nel parabrezza, si scorgeva lo specchietto laterale
sinistro: era lungo almeno trenta centimetri e largo
una quindicina, e forniva una buona visuale dei
binari dietro il bus. Per non sarebbe riuscita a vederlo,
quando si fosse seduta al volante. Quel maledetto
nastro adesivo! C'era una soluzione semplice: doveva
strappare il nastro dal finestrino subito dopo avere
acceso il motore.
Si sedette al posto di guida e appoggi le mani sul
volante. La sua maggiore preoccupazione era proprio
il bus. Si sarebbe messo in moto al primo colpo? Non
era certo nuovo di zecca; il cambio era pigro e ostinato,
le marce ingranavano con difficolt. Per, in fondo,
non doveva fare altro che metterlo in retromarcia
e lasciarcelo.
Sent gli occhi di Miro su di s, ma lo ignor. Lui
non sapeva della chiave. Pensava che fosse semplicemente
annotta, inquieta. Che guardasse pure, mentre
lei ricapitolava il piano. Infila la chiave nell'accensione,
schiaccia la frizione, ingrana la retromarcia,
strappa il nastro dal finestrino. Quanto a Miro, avrebbe
aspettato che prendesse una delle sue periodiche
boccate d'aria, quando si fermava subito oltre la porta
del bus.
Controll il nastro sul parabrezza, i punti dove s'era
allentato. Poteva strapparlo facilmente e ottenere
una buona visuale... anche del furgone li di fronte. E
chiunque si trovasse nel furgone, Artkin o gli altri
due, avrebbe potuto vedere lei. Per doveva correre il
rischio.
Restava una domanda. Poteva correre il rischio? Ce
l'avrebbe fatta a tirare il bus fuori da li? Poteva essere
tanto coraggiosa?
Osserv la ragazza. Come mai prima aveva osservato
qualcuno.
Dal capo opposto del bus, da varie angolazioni.
Era "osservare" la parola giusta? In passato aveva
osservato portoni, auto, ingressi degli aeroporti.
Ma stavolta era diverso.
Era osservare, e al tempo stesso guardare.
Usava gli occhi come un cieco userebbe le mani.
Ora, per esempio.
S'inginocchi fingendo di aggiustare la fibbia sullo
stivale e le lanci un'occhiata dal basso, osservando il
suo profilo destro curvo su un bambino. Un raggio di
luce delineava quel profilo delicato: gli sarebbe piaciuto
farle scorrere un dito sulla fronte, sulla piccola
gobba del naso e sulle labbra e fino al mento. Il pensiero
lo sorprese. Da dove venivano pensieri simili?
Raddrizz la fibbia, si rialz, si spost.
Pi tardi la osserv inarcare stancamente la schiena,
sollevare la testa e alzare il viso al soffitto, massaggiarsi
spalle e schiena. Sembrava che facesse la
doccia sotto un'acqua invisibile che le scorreva sul
corpo. Spinse indietro le braccia come ali, come se
potessero farla volare lontano da li, e il seno le tese la
maglietta. L'impudicizia delle ragazze americane l'aveva
sempre imbarazzato, ma quella di Kate non era
sfrontatezza. Non sapeva di essere osservata, cercava
soltanto di rilassarsi, di alleviare la stanchezza come
se fosse sola nella sua stanza.
Pi tardi ancora, mentre Kate era tornata a guardare
fuori dal lunotto posteriore, not come i capelli
biondi le fluivano sulle spalle, come la schiena s'incurvava
leggermente verso le natiche. Tent di richiamare
il ricordo della loro nudit, un barlume troppo
rapido, troppo breve. Ora poteva studiarle senza fretta,
perch Kate sembrava affascinata da qualunque
cosa ci fosse l fuori. Avrebbe dovuto diffidare di lei,
naturalmente, e l'avrebbe fatto se si fosse trattato di
chiunque altro e non d'una studentessa americana,
una di quelle ragazze vuote, il cui unico scopo sembrava
quello di essere belle. Continu a osservarla,
mentre lei continuava a guardare fuori. Che guardasse
pure. Somigliava a un fiore, e ai fiori dev'essere
concesso di seguire le loro inclinazioni. Finch la stagione
finisce, e muoiono.
Sapeva che la stava di nuovo osservando, e ne era insieme
divertita e inorridita. Poco prima l'aveva guardata
con occhi duri, freddi, parlando di morte e distruzione,
e lei non aveva dubitato che potesse ucciderla
senza esitazione, senza coscienza. E ora sentiva
su di s quegli occhi che la seguivano avidamente.
Alz lo sguardo e subito Miro distolse gli occhi da
lei. Ma non abbastanza in fretta. Per sapeva di non
poter contare su di lui. Doveva contare sulla chiave.
E su un fattore imponderabile: se stessa.
Il pomeriggio si consum lento, il calore che premeva
contro i finestrini sbarrati e il tetto del bus come
la mano rovente d'un gigante. Elicotteri andavano e
venivano, librandosi, ritirandosi e svanendo in lontananza,
e dopo un po' Kate distinse uno schema
nel loro andirivieni: ogni quindici minuti. A tratti,
l'ululato d'una sirena trapassava l'aria; a volte si
sentivano grida lontane e Kate avvicinava gli occhi
ansiosi alle feritoie, ma non c'era niente da vedere,
l fuori, solo i boschi avvolti in un sudario di quiete.
Eppure, elicotteri e sirene erano li a ricordare che
qualcuno c'era, che qualcuno li teneva d'occhio. Ma
che cosa potevano fare, finch i sequestratori avevano
i bambini?
A intervalli regolari, Artkin entrava nel bus, parlava
con Miro, controllava i finestrini, osservava i bambini
e lei con occhi indifferenti, come se facesse un inventario
in un negozio o un magazzino. Diede altri
dolci drogati ai bambini e Kate protest, ma debolmente,
sapendo che era inutile. Offr anche a lei un
cioccolatino.
- Perch non dormi, come i bambini? - le chiese,
con quella voce gentile della quale non si fidava pi.
Lo rivedeva mentre faceva roteare il corpo di Kevin
McMann.
Scosse la testa.
- Il tempo passerebbe pi alla svelta - insist lui.
Era quasi tentata, ma di nuovo rifiut.
- No.
Lo sguardo di Artkin balz dietro di lei, e Kate si
volt per vedere che cos'avesse attratto la sua attenzione.
Raymond aveva gli occhi aperti e li fissava.
Occhi vivaci.
- Salve, giovanotto - disse Artkin, avvicinandosi
al bambino. - Sembri sveglio. Non dormivi?
Raymond lanci un'occhiata a Kate.
- Ti andrebbe un dolce?
Di nuovo, Raymond guard Kate. Artkin se ne accorse.
- Prendilo - ordin.
Il mento di Raymond trem.
- Come ti chiami?
- Raymond - bisbigli.
I suoi occhi erano disperati mentre affrontava
Artkin.
"Oh, Raymond" pens Kate. "Povero piccolo.
Prendi il dolce, mangialo, non sforzarti di essere coraggioso."
- Non ti piacciono i dolci, Raymond? - chiese
Artkin, di nuovo quella gentilezza ingannevole nella
voce, una voce che avrebbe infestato i suoi sogni.
- Mamma dice che non fanno bene ai denti - afferm
coraggiosamente Raymond.
- Potrai lavarti bene i denti quando torni a casa,
cos non ti verr la carie.
Ancora una volta, Raymond la guard.
E Kate disse:
- Prendilo, Raymond.
Gli occhi di Raymond si riempirono di lacrime
mentre tendeva una mano, il palmo verso l'alto.
Piangeva perch non voleva mangiare il dolce, o perch
lei l'aveva tradito, aveva ceduto?
Kate dovette fare uno sforzo per ricacciare indietro
le lacrime.
- Mangialo - disse Artkin. -  buono, ti piacer.
Raymond si mise il dolce in bocca e lo mastic, le
lacrime che gli rotolavano sulle guance, senza guardare
n Artkin n Kate.
- Bene cos - disse Artkin. - E ora un altro.
Kate si volt.
Pi tardi, Raymond si addorment come gli altri.
Kate aspett che Artkin si allontanasse prima di andare
da lui, ma era gi stordito, la testa ciondoloni, la
bocca socchiusa. Artkin aveva aumentato il dosaggio?
Anche gli altri bambini dormivano. Nelle ultime
ore erano diventati pi docili, come inebetiti. La droga
sembrava paralizzare il loro corpo e, dopo quella
mattina, nessuno aveva pi chiesto d'usare il secchio.
E nemmeno avevano fame. Anche a lei sembrava di
essere drogata: aveva la maglietta inzuppata di sudore
e i capelli appiccicosi. Prese la mano di Raymond
fra le sue e la strinse, e il bambino le restitu debolmente
la stretta. Kate si sentiva la testa ciondolare, le
palpebre abbassarsi, ed era troppo esausta per resistere.
Croll in un sonno profondo, senza sogni.
Niente bus, niente bambini, niente sequestratori,
niente elicotteri, niente sirene. Niente.
Miro la osserv dormire. Sembrava anche lei una
bambina. Cos indifesa, inerme.
Se fossero tornati a Times Square, avrebbe chiesto a
Artkin di procurargli una ragazza. Era curioso.
Goccioline di sudore le scintillavano sulle labbra e
una ciocca di capelli spinta all'indietro rivelava un
grappolo di venuzze azzurrine sulla tempia, l dove
lui avrebbe puntato la pistola.
Peccato che l'autista non fosse stato un uomo. Almeno
non avrebbe incontrato questa ragazza e non le
avrebbe letto l'orrore negli occhi, quando si posavano
su di lui. Gli aveva chiesto: "Non senti niente?"
"Che c' da sentire?" si chiese Miro. Un uomo vive
la sua vita, compie il proprio dovere e fa il possibile
per sopravvivere. Come Artkin. Sognava di essere come
Artkin, un giorno.
Si accigli, fissando la ragazza.
Lei si mosse, si port una mano alla guancia.
Miro si allontan; non voleva che si svegliase e lo
trovasse l, a guardarla.
Monique sognava che Classie era con lei, rannicchiata
sulle sue ginocchia. Si nascondevano tutt'e due, da
tutti.
E poi, nel sogno, Classie si alz e si mise a camminare.
Non l'aveva mai fatto. Le giraffe di stoffa non
camminano. Per lei camminava. Correva, anzi. Correva
in mezzo al bus e quell'uomo grande e grosso
correva anche lui, pronto a schiacciarla. A ucciderla.
Lanci un grido per avvertire Classie.
Attenta, Classie, attenta.
Lo stivale dell'uomo era gigantesco, mentre si abbassava
su Classie che correva. Ma no, non correva
pi: muoveva le zampe, ma restava sempre nello
stesso punto.
Lo stivale!
Monique url di nuovo, un urlo che le usc dalla
bocca come una fiamma.
Kate si svegli di soprassalto, l'eco d'un grido che
le indugiava nelle orecchie. Apr gli occhi. I bambini
stavano bene? Sent un russare sommesso, respiri
pesanti. Si guard intorno. Erano tutti immersi nel
sonno.
Mosse il piede e sent la chiave fra le dita. Se doveva
tentare di portare il bus via di l, meglio provarci
prima che facesse buio.
Era arrivato il momento, dunque, e ancora non sapeva
se era pronta o no. Doveva fare appello a una
Kate Forrester che non conosceva: Kate la coraggiosa.
Strinse il volante, pronta all'azione: un piede sulla frizione,
l'altro pronto a schiacciare l'acceleratore. Era
seduta l da quasi un'ora, in attesa, ma era tutto inutile
se Miro non si decideva a uscire dal bus in modo
che lei potesse azionare la leva della porta, chiudendolo
fuori. Per Miro non sembrava intenzionato a
uscire, anche se prima l'aveva fatto regolarmente.
Ora ciondolava in fondo al bus, passando fra i bambini
e controllandoli, neanche temesse che potessero
complottare chiss che.
E intanto Kate si preoccupava perch il crepuscolo
calava lento, stendendosi sul bus come un velo di fuliggine.
Fuori, la luce indugiava ancora in una bizzarra
alba al contrario, incupendo il cielo pallido, smussando
gli angoli taglienti delle cose. Guardando attraverso
la feritoia nel parabrezza, vide il tetto del
furgone farsi indistinto nell'oscurit crescente. Se
avesse aspettato ancora, avrebbe dovuto usare i fari,
provocando un allarme immediato. E che cosa avrebbero
fatto i poliziotti e i soldati nei boschi, vedendo
muoversi il bus? Avrebbero capito che tentava di
sfuggire ai sequestratori, o avrebbero pensato che
fossero loro a tentare di fuggire? Non lo sapeva, ma
era quasi sicura che non avrebbero sparato, sapendo
che dentro c'erano i bambini.
Sentiva l'impulso di muoversi, di agire prima che
la paura la paralizzasse. Per non poteva farlo finch
Miro si trovava sul bus. Poteva soltanto aspettare. E
aspettare.
- Fa caldo, qui - disse a Miro.
Il ragazzo si stacc dal finestrino e le lanci un'occhiata.
Gi prima si era lagnata del caldo, e lui s'era
limitato a scrollare le spalle.
Ora Kate si fece audace.
- Non puoi aprire la porta? Si soffoca.
Miro si avvicin e lei si sent trasparente. Sospettava
qualcosa? Ma come poteva, a meno di leggere il
pensiero?
Non la guard, mentre scendeva i gradini interni e
apriva il lucchetto. Poi Kate azion la leva che spalancava
i battenti, lasciando entrare una breve folata
d'aria.
- Va meglio, no? - chiese lei, la voce troppo brusca,
troppo acuta alle sue stesse orecchie.
Miro guard fuori senza rispondere. Kate trattenne
il fiato, le mani immobili sul volante, pronta ad agire
appena fosse uscito. Ma lui non usc.
Invece si sedette sull'ultimo scalino e lasci penzolare
fuori le gambe, bloccando ogni possibilit di
chiudere la porta.
Maledizione.
- Katie, Katie - gemette un bambino.
Maledizione. Non poteva lasciare il posto di guida,
non dopo averlo persuaso ad aprire la porta. Probabilmente
era la sua ultima occasione.
- Katie...
Non sapeva chi fosse, a chiamarla. Sembravano
tutti uguali quando piangevano.
- Arrivo - grid di rimando.
Miro si alz e guard i bambini.
- Silenzio - disse.
Il suo ordine li zitt.
Guard Kate con occhi gentili.
- I bambini ti sfiniscono.
Rest li fermo. Senza osare muoversi, con l'impressione
d'essere in equilibrio su una fune, Kate si costrinse
a rivolgergli un sorriso fiacco, teso.
Miro non torn a sedersi. Per un momento rest l
e poi, miracolosamente, scese l'ultimo gradino. E
usc. A neanche trenta centimetri, ma comunque fuori
dal bus. Dandole le spalle.
Kate trattenne bruscamente il fiato.
Ora.
Si chin, sfil la scarpa, prese la chiave. Controll
se Miro la guardava: no, era ancora di spalle. Pos
una mano sulla leva che azionava la porta. Ed esit.
Doveva chiudere la porta e mettere in moto, o viceversa?
E se avesse chiuso la porta e il motore non fosse
partito? Miro avrebbe avuto il tempo di dare l'allarme.
Ma se avesse messo in moto senza chiudere la
porta? Era troppo vicino, poteva saltare facilmente
sul bus.
"Non sono brava in queste cose" pens. "Non sono
un'eroina, non sono coraggiosa."
Lanci un'occhiata ai bambini alle sue spalle. Forse
rischiava la loro vita inutilmente.
"Muoviti" si intim. "Non pensarci tanto. Fallo e
basta."
Infil la chiave nell'accensione e sent uno scatto
confortante. E poi fece molte cose tutte insieme. Premette
la frizione, moll il freno a mano, piant il piede
destro sull'acceleratore, si soffi una ciocca vagabonda
via dagli occhi.
Lanci un'occhiata rapida a Miro: ancora fuori, a
due passi di distanza.
Ora.
Innest la retromarcia con cautela, perch a volte
faceva rumore, ma questa volta ingran senza un sospiro.
Non le restava che muoversi in una sola direzione:
all'indietro.
Gir la chiave e schiacci l'acceleratore. Il motore
mugol, un pigro suono riluttante, simile a uno sbadiglio
languido. Lo schiacci pi volte, cogliendo un
movimento con la coda dell'occhio: Miro. Azion la
leva che controllava la porta, e quella si chiuse con
un sibilo compiacente. Si volt per accertarsene... e
vide la faccia di Miro, grottesca nella maschera, quasi
una caricatura, occhi e bocca che formavano ovali
sbalorditi. Forse urlava qualcosa, ma lei non poteva
sentirlo perch il motore aveva preso vita. Aveva
pensato spesso al bus come a un animale, una bestia
goffa, un elefante o un rinoceronte, ma ora sembrava
una pantera, una tigre fremente.
Schiacci l'acceleratore e moll la frizione con agonizzante
lentezza, per non ingolfare il motore, guardando
Miro con la coda dell'occhio, consapevole che
i bambini si stavano agitando. Concentrata sul delicato
equilibrio fra acceleratore e frizione.
Il bus sobbalz.
"Mio Dio, il nastro adesivo."
Afferr il margine allentato e strapp, e quello venne
via come un cerotto dalla carne asciutta. Ne
strapp un'altra striscia e un'altra ancora, liberando il
parabrezza quanto bastava per scorgere lo specchietto
laterale. Ora poteva vedere dove andava. E vedeva
anche il furgone.
Miro urlava e batteva i pugni sulla porta. I bambini
gridavano. Al diavolo il rischio d'ingolfare.
Schiacci l'acceleratore a tavoletta e moll la frizione.
Il motore rugg e il bus indietreggi goffamente,
sobbalzando. Lanci un'occhiata allo specchietto laterale
per accertarsi di non sbandare e raddrizz il
volante. Coraggio.
Il bus sussult all'indietro sopra le traversine. Lanci
un'occhiata alla porta: Miro trottava l accanto. I
bambini scoppiarono a piangere, uno rotol sul pavimento.
Continu a tener schiacciato l'acceleratore.
Sirene esplosero da qualche parte. Vide Artkin
schizzare fuori dal furgone e correre sui binari sbandando,
simile a un pattinatore senza controllo. Antibbe lo segu, inciamp mentre usciva dal furgone e
cadde sui binari, la pistola che gli schizzava via di
mano come sapone bagnato.
Acquistarono velocit. Cigolando, ruggendo, sobbalzando.
Kate strinse il volante mentre il bus arrancava
all'indietro, schiacci frenetica l'acceleratore.
Miro continuava a battere i pugni sulla porta.
Kate non vedeva Artkin, ma Antibbe si era rialzato
e correva verso il bus. Inorridita, lo vide saltare
sul paraurti, una gamba che cercava un appiglio, la
pistola puntata contro di lei. Le avrebbe sparato a
bruciapelo?
- Kate!
La voce di Miro la raggiunse, un urlo animalesco:
aveva infilato una mano fra i battenti e ora cercava di
forzarli, sempre correndo a fianco del bus. Antibbe
era ormai sul cofano, carponi, in equilibrio precario,
la pistola sempre puntata contro di lei. I bambini
piangevano, urlavano. Anche lei urlava?
Radun tutte le forze per schiacciare l'acceleratore
contro il pavimento... e poi il motore s'ingolf.
Il bus si ferm di schianto, come se avesse urtato
un muro di mattoni.
Kate rimbalz in avanti e si aggrapp al volante
per non finire contro il parabrezza. Antibbe fu sbalzato
via dal cofano. Le urla dei bambini si alzarono di
un'ottava. Si volt a guardarli. Erano ruzzolati per
tutto il bus come monetine cadute da una tasca.
Sgomenta, vide che il furgone era a soli quaranta
metri, non abbastanza lontano. E lei che pensava di
aver quasi raggiunto la fine del ponte. Si afflosci sul
sedile e abbass la testa, lottando contro lacrime di
frustrazione e di rabbia.
Maledizione. Aveva fallito. Aveva perso la sua unica
occasione di fuga. Aveva solo peggiorato le cose.
E ancora una volta se l'era fatta addosso.
La sua emicrania torn. Quante cose odiava, di se
stessa.
Miro picchiava i pugni sulla porta, e ogni colpo era
un chiodo nella sua carne.
Senza alzare lo sguardo, azion la leva che lo
avrebbe ammesso nel bus.
Per una frazione di secondo pens: "Sto per morire".
Chiuse gli occhi, in attesa, ma subito li riapr perch
le tenebre erano peggiori della furia di Artkin: somigliavano
troppo alla morte.
Gli occhi di Artkin erano inespressivi, freddi e neri,
e la maschera ne enfatizzava la spietatezza. Gli occhi
d'un serpente che calcola la distanza fra s e la propria
vittima.
Fino a quel momento, Artkin l'aveva ignorata.
Quando il bus si era fermato, era corso da Antibbe e
l'aveva aiutato a rientrare nel furgone. Kate aspett i
proiettili dei cecchini, ma nessuno spar. Miro rest
sulla soglia del bus, obbedendo all'ordine di Artkin:
- Sorvegliala. Se si muove, uccidila - le parole simili
a porte sbattute. Kate strinse il volante come ne
andasse della sua vita, senza rispondere ai richiami
dei bambini. Non osava muoversi. Le loro voci infantili
la colmavano di tristezza. Li aveva delusi, traditi.
Avvertiva la presenza di Miro sulla soglia. Solo
una volta l'aveva fissato, e lui aveva distolto lo
sguardo, rifiutandosi d'incontrare i suoi occhi. Ormai
era un suo nemico giurato.
Dopo pochi minuti, Artkin torn di corsa e tese a
Miro un sacchetto di carta.
- Dalli ai bambini - disse. -  l'ultima dose.
Poi si volt verso Kate.
- In piedi - ordin.
Lei si alz e rest incerta vicino alla soglia, mentre
Artkin metteva in moto e riportava il bus vicino al
furgone. Come per farsi beffe di lei, il motore funzion
alla perfezione. Artkin infil la chiave in tasca,
poi le si piant di fronte.
- Non muoverti - disse.
L'afferr per le spalle e le sue mani le scesero lungo
il corpo, tastando, indagando.
- Vuota le tasche.
Obbed, togliendone il portafoglio e le patetiche
mutandine arrotolate. Artkin intasc il portafoglio.
Apri le mutandine e le scosse. Si aspettava un'altra
chiave nascosta da qualche parte?
Kate divenne consapevole delle voci dei bambini.
Protestavano, ora. E la voce di Miro:
- Prendete i dolci, prendeteli.
Un bambino aveva conati di vomito, un altro strillava:
- Non ne voglio pi. - E un altro ancora:
- Non mi sento bene.
Artkin ignor il clamore crescente mentre le sue
mani le si muovevano spietate sul corpo, sullo stomaco,
su per le gambe, fra le natiche, impersonale, metodico,
distaccato come se toccasse un manichino,
non un corpo di donna.
- Le scarpe - ordin.
Se le sfil e lui ci guard dentro, le scosse, le lasci
ricadere. Kate si chin e le rimise senza legare i lacci.
Si raddrizz di nuovo e si rese conto che, a parte quel
primo sguardo gelido, Artkin non l'aveva pi guardata
direttamente. Aveva evitato i suoi occhi. Questo
era peggio della collera. Sapeva che, quando i giurati
emettono un verdetto di colpevolezza, non riescono a
guardare negli occhi l'accusato.  difficile guardare
qualcuno negli occhi sapendo che sarai responsabile
della sua morte. Miro la evitava. Artkin distoglieva
gli occhi. Se non fosse stata cos esausta, cos distrutta,
sarebbe crollata.
Il pianto dei bambini era aumentato di volume,
quasi che si fossero dati l'imbeccata l'un l'altro: si lamentavano
per il mal di pancia, chiamavano in lacrime
la mamma, invocavano Kate. Azzard un'occhiata
verso di loro.
Miro stava l impalato, il sacchetto di dolci in mano,
incerto sul da farsi. Una bambina bionda si sporse
dal sedile, sul punto di vomitare. Kate resistette all'impulso
di correre da lei, di sorreggerla mentre
espelleva tutta la droga dal corpo.
- Zitti - url Miro. - State zitti.
Ma il chiasso prosegu, gemiti e pianti e mugoli.
-  stato un grave errore, il tuo - disse Artkin, la
faccia vicinissima alla sua. - Un errore stupido. Stupido,
perch la vostra liberazione  vicina. La tua stupidit
poteva sciupare tutto, scatenare un attacco.
Kate non apr bocca, ma una piccola speranza
sbocci dentro di lei. Se le parlava, probabilmente
non l'avrebbe uccisa. Non adesso, non ancora.
- Per il momento ci sei utile, fino a un certo punto.
Per via dei bambini. Questa  l'ultima dose di droga.
- Lanci loro un'occhiata. - E ora sono sconvolti.
Tienili tranquilli. Siamo a un punto delicato dei negoziati.
Non devono esserci problemi.
La speranza era in piena fioritura. Tempo. Aveva
altro tempo. La piccola Karen era scossa da conati di
vomito, ansiti enormi, sorprendenti in un corpo cos
piccolo.
- Una bambina sta male. Fammi andare da lei -
implor.
- Niente trucchi, signorina. Un altro trucco, e sei
morta.
- Niente trucchi - promise.
Artkin si scost e lei si precipit da Karen, arrivando
proprio mentre la bambina vomitava un disgustoso
fluido roseo che le spruzz le mani e i jeans, sconvolgendo
lo stomaco anche a lei. Strinse a s la bambina
ansimante, tentando di consolarla.
- Miro.
La voce di Artkin era piatta, gelida, mortale.
Miro esit, poi scavalc la pozza di vomito e si diresse
verso la portiera. Kate riusc a provare un briciolo
di compassione anche per lui. Miro stava per ricevere
una dose del suo stesso inferno, e Kate sapeva
che era colpa sua.
Le parole di Artkin erano sferzanti. Temeva che la ragazza
potesse sentirle, perch questo avrebbe accresciuto
la sua umiliazione, il suo imbarazzo.
Ma, bench Artkin gli parlasse con durezza, lo fece
bisbigliando: furibondi, irosi bisbigli. E i bambini
continuavano ad agitarsi, a piangere, a cercare l'attenzione
di Kate.
- Hai trascurato il tuo dovere. Hai voltato le spalle
alla ragazza. Non hai conquistato la sua fiducia.
Hai quasi mandato a monte l'operazione.
Miro trasal, lieto che Antibbe e Stroll fossero nel
furgone e non l, ad assistere alla sua umiliazione.
- Accetto gli sbagli perch sbagliare  umano. Ci
si aspetta che i giovani sbaglino. Ma essere negligente
 diverso. Uscire dal bus lasciando dentro la ragazza
 stato pi che uno sbaglio.
Artkin l'aveva rimproverato altre volte, ma sempre
come un maestro che rimprovera un allievo. Adesso
lo rimproverava come avrebbe rimproverato un qualunque
altro combattente. Miro sprofond nella disperazione:
Artkin l'aveva trattato da uomo, e lui l'aveva
deluso.
- Una cosa ti ha salvato - disse Artkin.
Miro non si mosse, non respir, cerc perfino di
fermare il sangue nelle vene.
"Che cosa?" si domand e non os chiedere.
- Avrei dovuto perquisire la ragazza io stesso. O
almeno chiedere a te di farlo. Anch'io quindi sono
stato negligente.
E poi Artkin gli disse di stare in guardia, pi all'erta
di prima.
- Devi imparare dai tuoi errori - disse. - Stiamo
entrando in una fase calda dei negoziati. Sta' in
guardia.
Solo dopo che Artkin fu tornato nel furgone alcune
delle sue parole echeggiarono nella mente di Miro.
"Una cosa ti ha salvato" gli aveva detto Artkin.
E Miro si chiese affranto: "Salvato da che cosa?"
L'oscurit s'insinu nel bus senza che Kate se ne rendesse
conto, il misterioso confine fra crepuscolo e
notte dissolto dalla penombra continua. Eppure la
notte port con s una specie di stanchezza che si distese
sugli occupanti del bus come una coperta rassicurante.
L'aria era densa di odori - urina, sudore, vomito
- ma chiss come sembrava meno pungente nell'oscurit.
Gli occhi di Kate si adattarono rapidamente
al buio. I bambini, tranne un paio d'eccezioni, accolsero
grati l'arrivo della notte, sprofondando in
quello che sembrava un sonno pi naturale, privo dei
sussulti e dei bruschi risvegli del torpore drogato. Alcuni
avevano vomitato nel secchio di plastica e altri
avevano il mal di pancia, ma Kate era riuscita a calmarli
promettendo che domani le cose sarebbero andate
meglio, che sarebbero tornati a casa.
Il caldo era ancora opprimente, con porte e finestrini
chiusi, ma lei sentiva di poter sopportare qualunque
cosa. Era ancora viva, e questo le dava l'impressione
di poter resistere a tutto: caldo, freddo, fame,
sete. Si rese conto di non aver quasi mangiato in tutto
il giorno, a parte qualche boccone preso dai sacchetti
dei piccoli, ma lo stomaco le si rivoltava al pensiero
del cibo. Lentamente, per non disturbare Karen raggomitolata
accanto a lei, si raddrizz per guardare
fuori dal finestrino, attraverso una feritoia. Di l del
burrone, le finestre dell'edificio erano riquadri di luce
gialla. Dentro, tremolava una luce azzurrina. I boschi
erano quieti, sospesi nel buio. Niente luna, niente
stelle. Perch nessuno aveva sparato quando aveva
messo in moto il bus? Artkin diceva la verit? La libert
era vicina?
"Non la mia libert" pens.
Lanci un'occhiata a Miro, seduto in fondo al bus,
una massa nera nella notte. Aveva sentito Artkin rimproverarlo
aspramente e, anche se non era riuscita ad
afferrare le parole, non c'erano dubbi sul significato
di quei sussurri sibilanti. Dopo, passandole accanto,
Miro l'aveva fissata con tale odio, che Kate s'era stretta
la bambina al petto come per proteggersi.
Torn a sedersi, gambe e braccia doloranti, i muscoli
contratti. Si sentiva fiacca, la testa pesante, gli
occhi infiammati.
"Se almeno potessi dormire" pens "sfuggire per
pochi istanti a quest'incubo".
Per doveva resistere al sonno: somigliava troppo
a una piccola morte, e la morte le era fin troppo
vicina. Voleva rimanere sveglia, e viva, pi a lungo
possibile.
Miro rimuginava nell'oscurit, osservando e aspettando.
All'erta. La ragazza era rannicchiata accanto a
una bambina, forse dormiva. Ma forse no. Miro era
infelice e confuso. Confuso perch, per lui, era una
novit essere infelice. Non aveva mai badato granch
alle proprie emozioni, pur rendendosi conto che gli
altri erano felici o tristi.
E adesso era infelice. Non gli era mai successo, prima.
In passato si era semplicemente concentrato sull'azione
in corso, provando una specie di piacere nell'eseguirla
alla perfezione. Nient'altro. Ma ora guardava
dentro di s e scorgeva un sentimento che poteva
soltanto definire infelicit. La ragazza gli aveva
chiesto: "Non provi niente?"
Confuso da quei pensieri, si alz per ispezionare il
bus. Non voleva rischiare un altro errore. Kate era
pi intelligente, pi scaltra di quanto avesse sospettato.
Artkin gliel'aveva detto: "Mai fidarsi dei nemici".
E lui si era quasi fidato della ragazza, aveva abbassato
la guardia perch la credeva docile, inerme. O per
un altro motivo? Pens alla sua carne nuda e si mosse
nell'oscurit per sfuggire quei pensieri.
La ragazza sembrava addormentata, i capelli biondi
una vampa nel buio. Era lei la fonte del suo turbamento.
Doveva essere la sua vittima, e gli era sfuggita.
L'aveva circuito con le sue chiacchiere e le sue domande,
l'aveva fatto parlare troppo. Controll il lucchetto
senza fare rumore e, tornando sui suoi passi, si
accert che il nastro adesivo fosse bene aderente ai finestrini.
Fece attenzione a non svegliare la ragazza o i
bambini.
Si sedette rigido sul sedile di fondo, ascoltando il
respiro e il russare sommesso degli ostaggi. Che Kate
dormisse pure. Domani l'azione si sarebbe conclusa e
lui avrebbe potuto rifarsi.- Avrebbero rilasciato i bambini,
poi le avrebbe puntato la pistola alla tempia e
premuto il grilletto.
Rimase sveglio nel buio, canticchiando in silenzio
fra s una canzone di Presley. Aveva addestrato il
corpo a controllare i propri bisogni, a rinunciare al
sonno, a restare sveglio e all'erta, la mente vigile, gli
occhi che perforavano l'oscurit, pronti a cogliere
ogni movimento.
Fu per questo che sussult quando la voce della ragazza
scatur dal buio, vicino al suo orecchio.
- Mi dispiace - disse la voce, un fantasma nella
notte.
Si volt verso la voce e cap costernato d'essere stato
nuovamente tradito, stavolta dal proprio corpo,
che si era addormentato mentre era di guardia.
- Sei sveglio? - chiese la voce.
- S - rispose.
- Volevo solo dirti che mi dispiace. Per averti
messo nei guai.
- Non importa - ribatt, avvertendo di nuovo la
sferza dei rimproveri di Artkin. E se lui l'avesse visto
sussultare nel buio quando la ragazza l'aveva svegliato?
La odi per questo. - Ho commesso uno sbaglio.
Impariamo dai nostri errori.
- E cos'hai imparato? - gli chiese in un bisbiglio,
una voce senza corpo sospesa nella notte.
- A stare sempre in guardia. A non fidarmi di nessuno,
nemmeno di me stesso.
-  triste.
Ora intravedeva la cascata dei capelli, il candore
della pelle.
- Perch triste? E perch dovrebbe importarti?
La sua voce era aspra, proprio come voleva che
fosse. Eppure non gli aveva mai parlato cos gentilmente.
-  triste non fidarsi di nessuno - gli disse; e
mentre lo diceva, sapeva che lui aveva ragione. Perch
stava cercando di usarlo, naturalmente.
Pochi istanti prima si era svegliata con la consapevolezza
che quelle ore notturne erano la sua ultima
possibilit. Sapeva di non avere scampo. Anche se
avessero liberato i bambini, non potevano permettersi
di lasciarla andare. Fin dall'inizio aveva letto la sua
condanna negli occhi di Artkin; e ora il ragazzo la
odiava e non avrebbe esitato a ucciderla.
E tuttavia Miro era la sua unica speranza. Gli altri
erano bestie. Meno che bestie: automi spietati. E Miro?
Quell'espressione che gli aveva visto negli occhi,
prima. Poteva farla riapparire? Non aveva pi la
chiave e non aveva pi Raymond, anche se il bambino
era stato solo una fragile speranza. Per aveva se
stessa. E tentare era meglio che stare seduta al buio
senza fare niente.
Cos si era mossa furtiva nel corridoio, in punta di
piedi per non disturbare i bambini. Quando parl a
Miro, lui le rispose con una voce che sembrava odio
fatto suono, gelida e piatta come doveva essere la voce
di Artkin quand'era furioso. In effetti, era quasi la
stessa voce, come se fossero fratelli, o padre e figlio. E
quando gli disse che era triste non fidarsi di nessuno,
si sent meschina e sporca, perch stava usando le parole
per raggiungerlo e tradirlo.
- Non ti sei mai fidato di qualcuno, Miro? - gli
domand.
Aveva mai usato il suo nome, prima?
- Non mi chiamo Miro - disse lui, sorpreso dalle
proprie parole.
- E come? - si affrett a chiedergli, intuendo di
avere ancora una volta abbattuto le sue difese.
- Non posso dirlo - le rispose, irritato contro se
stesso per quest'altro tradimento. - Perch dovrebbe
importarti? Perch sei venuta a parlare con me?
- Perch siamo tutti e due esseri umani. Esseri
umani prigionieri di questa storia terribile.
- Non sono prigioniero. Voglio stare qui.  il mio
compito, il mio dovere.
Per un momento, Kate rest in silenzio. Era un mostro,
d'accordo, ma chi l'aveva reso tale? Chi  colpevole:
il mostro, o il mondo che l'ha creato?
- Volevo dirti soltanto che mi dispiace di averti
messo nei guai - riprese Kate. - Sei stato buono, coi
bambini e con me.
Protese le dita e gli tocc un braccio, sperando che
quel contatto gli comunicasse il messaggio giusto.
Miro sussult guardando la sua mano, un'ombra
pallida nell'oscurit, e quel tocco gli fece increspare
la carne come la superficie d'uno stagno smossa dalla
brezza. Nessuno lo aveva mai toccato con tale intimit.
Rest immobile, lasciando che il fremito gli si
propagasse per tutto il corpo.
E gi se n'era andata, muovendosi nella notte e
lontano da lui.
Sent qualcuno trafficare col lucchetto e subito and
alla porta, controllando i bambini strada facendo.
Dormivano. E cos pure la ragazza.
C'era Antibbe, sulla soglia.
- Vuole vederti - grugn.
Miro annu. Azione, finalmente?
Il furgone era caldo, opprimente come il bus.
Il viso di Artkin era pallido nella luce aspra d'una
lanterna, e Stroll, come sempre ammantato dal silenzio,
era di guardia accanto al finestrino.
- Abbiamo preso contatto - annunci Artkin.
- Stiamo trattando.
- Accetteranno le nostre richieste? - domand
Miro, desiderando con tutte le sue forze l'arrivo dell'elicottero
e il volo oltreoceano, lontano da quel Paese
che non riusciva a capire.
- Ci sono... complicazioni.
- Che genere di complicazioni?
- Dicono che Sedeete  stato catturato.
Miro scorse il dubbio negli occhi di Artkin.
- Possiamo fidarci di quello che dicono?
-  questo il problema. Non possiamo. Ma non
abbiamo ricevuto il segnale previsto per mezzanotte,
quindi pu darsi che dicano la verit. Per Sedeete
potrebbe tacere per altri motivi.
- Il prossimo  previsto per stamattina alle nove?
- Si. Se non lo riceviamo, allora saremo sicuri che
qualcosa  andato storto.
Miro aspett. Un centinaio di domande gli affollavano
la mente, ma si rifiut di dar loro voce. Artkin
aveva il comando, e Miro era sicuro che sapeva cosa
bisognava fare.
- Ci hanno chiamati via radio. Dicono che l'operazione
 fallita, che Sedeete e gli altri uomini catturati
hanno confessato. Dicono che dobbiamo liberare i
bambini e che, se lo facciamo, la nostra posizione diventer
meno grave. Hanno stabilito che il bambino
morto  stato vittima di un'overdose.
Miro ebbe l'impressione che il ponte, la terra stessa,
gli si sgretolasse sotto i piedi.
Non erano mai entrati in contatto col nemico, prima.
Non in quel modo. Avevano colpito ed erano
fuggiti. Adesso erano circondati, e altri dicevano loro
che cosa fare.
- Abbiamo ancora i bambini - disse Miro con voce
esile.
- Gi. Possono raccontarci quello che vogliono,
ma i bambini sono la cosa davvero importante.
- Che si fa, allora?
- Aspetteremo le nove di domattina e poi, se il segnale
non arriva, seguir il piano originale: decidere
il modo migliore di gestire la situazione, e uccidere o
no i bambini. Dobbiamo dimostrare di essere inflessibili;
che, se necessario, moriremo qui sul ponte insieme
agli ostaggi.
- Aspettiamo, allora?
- Ho chiesto che ci diano una prova della cattura
di Sedeete.  solo una mossa per guadagnare tempo,
dal momento che possono fabbricare una prova
in molti modi. In realt ci servono informazioni:
dobbiamo sapere fino a quando sono disposti ad
aspettare, e se sono convinti che siamo davvero
pronti a uccidere i bambini.
- Come possiamo scoprirlo? - chiese Miro.
Era stanco di parole e piani e possibilit. Voleva
agire.
La ricetrasmittente crepit, sputando scariche di
statica seguite da parole in codice, incomprensibili
per Miro. E poi venne una voce, fredda e chiara.
Artkin sollev una mano per intimare silenzio, anche
se nessuno nel furgone aveva parlato.
- Richiediamo contatto vocale con gli occupanti
del furgone. Richiediamo contatto vocale con gli occupanti
del furgone. Rispondere, prego. Rispondere,
prego.
Era una voce impersonale: la voce d'una macchina,
non d'una persona.
- Vi ascoltiamo - disse Artkin.
- Abbiamo la prova richiesta. Direttamente da Sedeete.
Il suo orologio, il suo portafoglio. - Pausa.
- Ripeto: abbiamo la prova richiesta. Direttamente da
Sedeete. Il suo orologio, il suo portafoglio.
- Non c' bisogno di ripetere - disse Artkin in un
tono insolente che divert Miro. Artkin non si sarebbe
inchinato a nessuno. - Se avete degli oggetti di sua
propriet, non significa che abbiate anche lui. - Fece
una pausa. - Fatemi parlare con Sedeete.
- Impossibile - replic la voce-robot.
-  in ospedale a Boston. Privo di conoscenza. Un proiettile
nella spina dorsale.
Artkin non mostr reazioni.
- Devo avere altre prove. Non mi bastano un portafoglio
o un orologio.
- Diteci che cosa. Ripeto: Diteci che cosa.
Artkin chin la testa, pensoso. Miro si sent mancare
il respiro nell'aria pesante.
- Prima avete detto d'avere catturato Sedeete a
Boston. Nella sua stanza.
- Affermativo. - La voce piatta, inespressiva.
- Allora portatemi qualcosa che si trova l.
- Il locale  stato perquisito e sigillato. - Una lunga
pausa. - Che cosa volete?
- Sedeete aveva qualcosa, nella sua stanza. Qualcosa
di speciale. Se me lo consegnate, se me lo portate
qui sul ponte, vi creder e potremo cominciare a
trattare.
Miro strinse le labbra, deluso. Odiava la parola
"trattare".
- Che cosa sarebbe?
- Si trova in cucina, nell'armadietto sopra il lavandino.
Dentro una tazza.  una pietra tonda, grigia: un
ricordo della nostra patria. Portatemela e potremo
trattare.
- Ci vorr circa un'ora per arrivare a Boston e
un'altra per tornare. Un momento. - La voce s'interruppe,
torn. - Chiameremo Boston via radio e faremo
portare qui la pietra da qualcuno. Ci vorr un'ora,
forse una novantina di minuti.
- Aspetter.
Artkin si volt verso Miro, un sorriso di trionfo sul
viso, gli occhi lampeggianti.
Un'altra voce riemp l'aria, diversa dalla prima:
gentile, preoccupata, umana.
- I bambini stanno bene? La ragazza?
- S. Ora dormono. Vogliono tornare a casa. Ma
questo sta a voi.
- Non vogliamo che accada loro qualcosa - disse
la voce umana.
Miro si chiese: "Che sia il padre della ragazza?"
Improbabile, naturalmente.
- Nemmeno noi - disse Artkin - ma, se succede
qualcosa, sar solo colpa vostra.
Fece scattare un interruttore e la ricetrasmittente
pigol e tacque.
- Le cose si mettono bene? - chiese Miro, avvertendo
la soddisfazione di Artkin.
- Per quanto  possibile. Quando le cose vanno
storte, dobbiamo usare ogni mezzo a nostra disposizione.
Ora, l'importante  il tempo. Dobbiamo aspettare
le nove per vedere se arriva il segnale, da Sedeete o da
qualcun altro. E dobbiamo aspettare la pietra.
- La pietra  importante?
Artkin sorrise e lanci un'occhiata a Stroll, come se
condividessero un segreto.
- Si,  importante. Ci procura il tempo necessario
a farla arrivare qui. L'abbiamo gi usata in precedenza,
durante altre azioni. Avrai notato, Miro, che
ho usato la parola "consegnare". La pietra dev'esserci
consegnata, qui sul ponte. Questo ci procurer
altro tempo. E la persona che dovr portarcela. E
quella persona, lo voglia o no, ci porter anche delle
informazioni.
Miro era soddisfatto che Artkin fosse soddisfatto,
per gli riusciva difficile seguire quell'intrecciarsi di
piani. Sapeva soltanto che quando l'ora cruciale, le
nove, fosse stata raggiunta e superata, sarebbero passati
all'azione. Avrebbero agito, finalmente, non pi
aspettato e parlato.
- Un passo alla volta - disse Artkin. - Prima la
pietra, poi vedremo.
Sorretto dall'entusiasmo di Artkin, Miro torn al
bus di buonumore. La notte era ancora buia, ma nell'aria
c'era gi l'odore del mattino.
Accadde poco pi tardi.
* * *
Antibbe si era fatto da parte mentre Miro entrava
nel bus.
- Tutto tranquillo - aveva brontolato.
Miro annu, e Antibbe usc senza aggiungere altro.
Stava assicurando la catena quando scorse un lampo
di luce: la lanterna di Antibbe. Chiss come, si era accesa
illuminandolo in pieno, come un riflettore. Miro
ne fu sorpreso: Antibbe era lento e goffo, ma attento;
forse aveva toccato per caso l'interruttore mentre
camminava.
Catturato dalla luce improvvisa nello spazio tra il
furgone e il bus, Antibbe s'immobilizz, occhi e bocca
che sembravano balzare fuori dalla maschera e fluttuare
nell'aria.
E di colpo si sollev di trenta centimetri buoni, come
tirato all'indietro da un laccio invisibile. Per una
frazione di secondo rest sospeso in aria, sopra i binari,
e poi il suo corpo ebbe un tremito convulso,
gambe e braccia scosse da sussulti incontrollabili. La
lanterna gli cadde di mano, ma non si spense. Il sangue
gli sgorg dalla bocca come da un rubinetto e gli
si rivers sul petto, simile a vomito scarlatto. Gli occhi
si dilatarono selvaggiamente. E poi fu sbattuto all'indietro,
scagliato nelle tenebre dietro di lui, inghiottito
dalla notte.
Soltanto allora Miro ud l'eco della fucilata.
Il rumore non era stato cos forte da svegliare la ragazza
o i bambini, eppure di colpo furono svegli.
Nello stesso istante, i boschi e l'edificio dall'altra parte
del burrone e il ponte stesso presero vita. I riflettori
balenarono, innaffiando il ponte di un tagliente
splendore; gli alberi frusciarono e fremettero come se
ospitassero stormi di uccelli in attesa; le sirene ulularono
e, di l del baratro, una jeep militare si allontan
a tutta velocit. L'edificio brulicava di attivit improvvisa:
finestre illuminate, uomini che andavano e
venivano, luci azzurre ammiccanti. Miro vide Artkin
sulla soglia del furgone, un piede su un binario, l'altro
nel veicolo. Fissava il corpo di Antibbe come se
volesse impararne a memoria ogni dettaglio.
I bambini gridavano, ma Miro rest immobile, senza
voltarsi neanche quando avvert la presenza della
ragazza accanto a s. La sent trattenere il fiato appena
individu il corpo di Antibbe alla luce dei fari, e
solo allora si volt a fissarla. Vide orrore, nei suoi occhi,
e anche qualcos'altro, un piccolo lampo di... che
cosa? Trionfo. Sapeva cosa pensava: uno di loro 
morto, ne restano tre. Ma Miro continu a sostenere il
suo sguardo finch un'altra realt le si affacci alla
mente: il vero significato della morte di Antibbe. Occhio
per occhio. La ragazza apr di scatto la bocca, se
la copr con una mano.
- Oh no - gemette.
Miro non aveva tempo per lei. Torn a voltarsi per
vedere che cosa avrebbe fatto Artkin, ma lui era rientrato
nel furgone. Una sirena ulul. Come una chiamata
alle armi. Le nostre armi, pens Miro. Azione.
Finalmente.
Guard il corpo di Antibbe, afflosciato come un
sacco di spazzatura sui binari.
- Grazie, Antibbe - bisbigli fra s.
Miro conosceva quello sguardo negli occhi di Artkin.
Uno sguardo calmo, sereno. Saggio, come se Artkin
avesse scavato in fondo a se stesso e fosse arrivato a
una conclusione.
Appena Artkin mise piede nel bus, Miro cap che
cosa significava quello sguardo e rabbrivid. Ci siamo,
pens.
Artkin si chiuse la porta alle spalle, si accovacci
sugli scalini e lo chiam con un cenno. Miro s'inginocchi,
a testa china.
- Dicono che la morte di Antibbe  stata un errore.
Si sono precipitati alla ricetrasmittente per dire
che un cecchino troppo zelante ha premuto il grilletto
per sbaglio... una reazione automatica quando la
luce si  accesa.
"Che scusa idiota" pens Miro.
- Tu ci credi? - domand, incredulo.
- Ci credo - annu Artkin. - Hanno troppo da
perdere per correre un rischio simile. Abbiamo gi
scelto chi dovr consegnarci la pietra: il figlio di uno
dei loro generali. L'azione sta per iniziare.
"Azione" pens amaramente Miro. "La loro azione,
non la nostra. Noi stiamo qui seduti ad aspettare,
e loro agiscono."
Artkin lanci un'occhiata alla ragazza e ai bambini.
- Ci hanno supplicato di non vendicarci sui bambini,
ma ho risposto che  impossibile. Un bambino
deve morire. Altrimenti non avrebbero pi rispetto
per noi, e potrebbero ucciderci uno dopo l'altro.
Anche Miro si volt a guardare la ragazza e i bambini.
Quale bambino? Per lui non faceva differenza.
La torcia di Artkin invi un sottile dito luminoso attraverso
il bus, sfiorando le facce dei bambini, soffermandosi
su questa o su quella. Era mattina, ma l'oscurit
ancora macchiava la luce timida che filtrava
attraverso il nastro adesivo.
Mentre Artkin si avvicinava, Kate batt le palpebre
e si protese protettiva verso Monique per stringerla a
s. Non poteva succedere, naturalmente. Cos' che
non poteva succedere? Non poteva permettersi di
dirlo, di dare corpo ai propri pensieri.
Quando la raggiunse, Artkin spense la torcia e si
guard intorno, studiando i bambini, che a loro volta
lo fissarono con occhi spenti. Alcuni dormivano ancora,
e quelli gi svegli sembravano allontanarsi pur
stando seduti, come se il bus fosse una barca trascinata
dalla corrente. Kate avvert la loro stanchezza e ne
fu sollevata. Per fortuna non si rendevano conto di
cosa stava succedendo.
Alz lo sguardo su Artkin. Era riuscita a raggiungere
il ragazzo, Miro. Poteva raggiungere Artkin? Lui
la fiss con occhi vuoti, spietati. E poi quegli occhi si
posarono su Monique.
"No!" pens Kate, stringendo la bambina come se
volesse assorbirla dentro di s.
Artkin si chin su di lei.
- Il ragazzino - disse. - Come si chiama?
- Quale ragazzino?
- Il ragazzino che non voleva mangiare i dolci.
Quello grasso.
Kate tent di protestare, di dire: "Oh no" ma le parole
rimasero chiss dove dentro di lei e dalle labbra
le sfugg un suono mai sentito prima, quasi avesse
improvvisamente scoperto un nuovo linguaggio fatto
di disperazione e impotenza.
- Il nome. - La voce di Artkin le crepit, brusca,
all'orecchio.
Non poteva dirglielo. Non voleva.
Ma Artkin si era gi allontanato da lei, la torcia di
nuovo accesa che spazzava le facce dei bambini.
- Ah, ragazzino. Eccoti qua. Come ti chiami?
- Raymond.
- No - disse Kate.
Voleva urlare, ma la parola le usc a stento dalle
labbra.
- Vieni, Raymond, andiamo a fare una passeggiata.
Non sei stanco di stare nel bus?  un bel po' che
sei qui.
- Andiamo a casa?
Kate sent la piccola voce da adulto e chiuse gli
occhi.
- Presto. Prima usciamo dal bus. Fuori  mattina.
L'aria  fresca.
La gentile, orribile voce di Artkin.
Kate sent qualcosa sfiorarle la gamba e apr gli occhi.
Raymond era davanti a lei e la guardava, il viso
gonfio e stanco.
- Quell'uomo vuole che vada con lui. Posso? 
chiese. Gli tremavano le labbra. - Voglio andare a
casa... Kate!
No. Non poteva succedere. Non poteva permettere
che succedesse. Si costrinse ad alzarsi, ad affrontare
Artkin.
- No - disse. - Non potete farlo.
- Miro - disse Artkin.
E Miro balz verso di lei e l'afferr e la blocc rapido
fra le braccia.
- Vi prego - insist, divincolandosi.
La faccia di Artkin si avvicin alla sua.
- Rendi solo le cose pi difficili per il bambino. Se
continui cos, si chieder perch protesti, che cosa gli
succeder se viene con me.  meglio che sia una cosa
rapida.
E poi sospinse Raymond nel corridoio, parlandogli
gentilmente, promettendogli caramelle e leccalecca e
cioccolato e baci della mamma. Gli altri bambini li
fissavano indifferenti, distaccati, come da una distanza
infinita.
Kate lott furiosamente contro Miro, sforzandosi di
rompere la sua stretta.
- Aspetta - grid.
Qualcosa, forse la disperazione nella sua voce, fece
fermare Artkin.
- Prendi me, invece. Me, non lui. - Artkin si
volt a guardarla. -  giusto cos: me. Non lui.
E anche mentre lo diceva avrebbe voluto negarlo,
cancellare le proprie parole. Cristo, lei voleva vivere,
uscire di qui, sfuggire a quell'incubo. Non voleva
morire su quel bus, su quel ponte, quella mattina, oggi.
Voleva vivere. Ma grid lo stesso:
- Prendi me. Lascia andare Raymond.
Gli occhi di Artkin trovarono i suoi, li catturarono.
- Dev'essere un bambino - le disse, in tono quasi
di scusa.
E Kate pens: "Come ci sono andata vicina". E rabbrivid.
E odi se stessa.
Artkin prese in braccio il bambino per aiutarlo a
scendere gli scalini del bus. Raymond guard Kate al
di sopra della spalla di Artkin, disse qualcosa che Kate
non sent, e poi scomparve, lasciandosi dietro solo
il fantasma dei suoi occhi luminosi e intelligenti, della
sua voce da adulto.
Miro la sent afflosciarsi fra le sue braccia, come se
le ossa le si fossero di colpo sbriciolate. Avrebbe voluto
dire qualcosa per confortarla, ma non gli venne in
mente nulla.
E poi pens: "Perch dovrei confortarla? In guerra,
un soldato non conforta il proprio nemico".
Poco pi tardi sentirono uno sparo. Uno soltanto.
Kate si rifiut di credere che fosse uno sparo. Perch
significava che Raymond era morto. Doveva essere
qualcos'altro. Non uno sparo. Ma cos'altro poteva
essere? Il ritorno di fiamma di un'auto? Forse.
Qualsiasi cosa, ma non uno sparo. Uno sparo significa
che Raymond  morto, perci dev'essere qualcos'altro.
Si, ma che altro potrebbe essere? Qualcosa.
Qualcos'altro.
Ma che altro?
Qualcosa, qualcos'altro.
S, s. Ma che altro?
Niente. Nient'altro.
Era uno sparo, e Raymond  morto.
* * * Ora capisco, Ben, che non ti eri smarrito chiss dove
nei boschi. Non smarrito, ma nascosto.
Ho avvertito il preside Albertson, e lui ha mandato
gli addetti alla sicurezza sul Brimmler's Bridge, nel
caso tu fossi l. Ma so che prima tornerai qui. Prima
di fare qualcosa di definitivo. L'hai scritto sui fogli
accanto alla macchina da scrivere: che non avresti
compiuto il tuo pellegrinaggio al Brimmler's Bridge
prima di avermi rivisto.
Sono calmo, anche se conosco il contenuto di quelle
pagine, anche se so che cosa ti ho fatto. Non ho
nemmeno preso una pillola per la pressione... che in
realt non serve affatto per la pressione ma  un calmante
di qualche tipo.
Avrei dovuto farmi coinvolgere nella tua vita, Ben?
L'ho mai voluto?
Ero coinvolto perch eri mio figlio, naturalmente, e
ogni padre  coinvolto dal proprio figlio, chi pi chi
meno. Nel nostro caso di pi, perch vivevamo entro
gli stretti confini di Delta. Le tue lezioni erano filmate
per fornire dati ai miei studi sul comportamento.
Tenere sotto controllo il telefono di casa nostra era
necessario, per via di Profondo Delta, e ogni conversazione
veniva registrata e archiviata. I nastri venivano
controllati occasionalmente, e durante quei
controlli ascoltavo le tue telefonate agli amici. A
quella ragazza, Nettie. Non era come origliare, Ben.
Non volevo violare la tua privacy. Per ho sentito la
sofferenza nella tua voce e ho sofferto per te, ricordando
me stesso alla tua et e una ragazza di cui ho
dimenticato il viso.
Capisci come stavano le cose? Ti conoscevo come
un padre conosce il proprio figlio e come un insegnante
conosce uno studente. E conoscevo anche
quello che un padre raramente conosce, i tuoi rapporti
con gli amici. Con Nettie. Pensavo che questo mi
aiutasse a capirti meglio, mi rendesse pi facile mettermi
nei tuoi panni.
Invece ci ha condotto sul ponte. E oltre.
Mettiti nei miei panni. Metti me nei tuoi.
Facciamo un patto, Ben? Forse, se ti mettessi nei
miei panni, potresti capire com'era.
Com'era quando ti convocai nel mio ufficio durante
quella terribile notte...
Mi chiedevo quanto dovessi raccontarti.
Avevamo aspettato una decisione da Washington,
e alla fine arriv: dovevamo garantire la sicurezza dei
bambini a qualunque costo... lo esigeva l'opinione
pubblica. Ma, ufficiosamente, l'ordine era di assaltare
il ponte e salvare i bambini. Profondo Delta aveva gi
definito le procedure necessarie a un'operazione del
genere. Erano stati selezionati anche i capri espiatori
ai quali addossare ogni responsabilit, compresa
quella di avere trasgredito agli ordini, nel caso che il
tentativo fosse fallito e parecchi bambini fossero morti:
sarebbero stati espulsi dall'esercito, forse sarebbero
addirittura finiti in prigione. Tutti gli ufficiali coinvolti
si erano offerti volontari per quel ruolo.  questo
il vero patriottismo: accettare il disonore per il bene
del tuo Paese. Il traditore come patriota.
Anche Giuda era un capro espiatorio?
La cattura del terrorista noto come Sedeete acceler
i nostri piani per salvare i bambini. Ma ci fu una complicazione.
Uno dei sequestratori, il mercenario Antibbe,
fu colpito e ucciso. Accidentalmente. Da un
cecchino troppo nervoso, forse, o troppo zelante. Chi
lo sa? La reazione fu immediata e diretta: un bambino
fu assassinato, il corpo piazzato sul tetto del furgone.
Ma le trattative proseguirono. E ti scegliemmo
come messaggero, Ben, con l'approvazione dei sequestratori.
Per questo ti avevo convocato nel mio ufficio.
Eri perfetto per quel ruolo. All'oscuro dei retroscena.
All'oscuro dei nostri piani. Impaurito, anche,
eppure cos coraggioso, cos ansioso di renderti utile.
- Cosa vuoi che faccia, pap? Riguarda il ponte,
vero? E i bambini tenuti in ostaggio?
- S - risposi. - Riguarda il ponte e i bambini.
Vorremmo affidarti un compito importante.
Dovevo dimenticare chi eri. Mentre parlavamo, mi
sembrava di condurre due conversazioni distinte:
una con mio figlio, l'altra con un agente al quale veniva
assegnato un incarico. Era importante che mi
mantenessi neutrale, oggettivo.
Ti spiegai qual era l'incarico. Dovevi consegnare la
pietra ai sequestratori perch si convincessero che il
loro capo era stato catturato, che l'operazione era fallita,
che ormai potevano soltanto rassegnarsi alla resa,
o almeno a negoziare. Ti dissi della morte del secondo
bambino. E dell'uomo di nome Antibbe.
-  una partita mortale, Ben - dissi. - E, come
messaggero, ci sarai dentro. La richiesta della pietra...
pu essere quello che sembra, oppure no. Potrebbe
essere una manovra.
- In che senso?
- Per ottenere un altro ostaggio. O per tentare di
scoprire i nostri piani... se vogliamo davvero negoziare
o se prepariamo un attacco. Sono stati accurati
nella selezione del messaggero. Abbiamo suggerito
vari nomi, ma li hanno respinti tutti.
- Ma perch il messaggero  cos importante,
pap?
- Perch vogliono qualcuno che per loro non rappresenti
una minaccia. Sanno che potremmo mandare
un agente perfettamente addestrato e non intendono
correre rischi; per questo hanno preteso qualcuno
che non sia un professionista, anche perch tenteranno
senz'altro di strappargli tutte le informazioni possibili.
Abbiamo suggerito un sacerdote... hanno risposto
che chiunque pu indossare la tonaca. Abbiamo
suggerito personaggi pubblici, ma hanno detto
che il mondo  pieno di sosia e che il nostro dipartimento
era probabilmente in grado di scovarli tutti.
Allora ho suggerito te. Mio figlio. Hanno accettato.
Un ragazzo della tua et pu essere soltanto quello
che sembra. E l'hanno capito, penso, anche dalla mia
voce quando ho fatto il tuo nome. L'uomo col quale
stiamo trattando, Artkin, mi ha detto: "O sei un grande
patriota, o un grande sciocco". E io ho replicato:
"Forse tutti e due". Cos, ha accettato.
E poi ti ho detto:
- C' la possibilit, Ben, che ti interroghino in maniera
approfondita, per stabilire se sei davvero quello
che sembri. In effetti, direi che  una certezza.
La parola chiave, naturalmente, era "approfondita".
"Tortura"  una parola cos antiquata, arcaica.
Ormai preferiamo evitarla. Ci sono altri termini: interrogatorio
approfondito, intervento metodico, ecc.
- Va bene, pap - dicesti. - Sono all'oscuro di
tutto, no?, perci non posso dirgli nulla.
In quel momento il telefono squill. A chiamare
era un ufficiale di collegamento da Washington, per
comunicarmi l'ora dell'attacco al ponte: 0930, ora
militare. Nove e mezzo del mattino, ora civile. Annotai
l'ora sull'agenda da tavolo. Non volevo dirla a
voce alta, non volevo che la sentissi. Risposi alle domande
senza chiacchiere superflue, assicurai che
eravamo pronti all'azione, i reparti speciali in attesa
dell'ordine.
Riattaccai il ricevitore.
Vidi i tuoi occhi fissare l'agenda. Avevi visto l'ora
scarabocchiata l sopra?
Quello era il momento di rinunciare, sostituirti,
cancellare gli accordi, prendere il telefono e avvertire
Washington che avevo cambiato idea. Ma esitai
per un istante, poi la porta si apr, entrarono altri ufficiali
e fummo entrambi afferrati da un meccanismo
che ci avrebbe condotti al momento culminante
del sequestro.
Fa freddo, qui.
Il sistema di riscaldamento  perfino peggiorato, rispetto
a quand'ero studente.
Quando l'uomo chiamato Artkin disse: "O sei un
grande patriota, o un grande sciocco" sapeva esattamente
che cos'ero. Che cosa sono. Proprio come io sapevo
esattamente che cos'era lui e fin dove si sarebbe
spinto. Ci conoscevamo; ci eravamo riconosciuti attraverso
il burrone, pur non essendoci mai incontrati.
Un veicolo militare ci port al ponte. Tu e io sul sedile
posteriore, un colonnello il cui nome non ha importanza
in mezzo noi. Dal momento in cui eri uscito
dal mio ufficio, per gli uomini di Profondo Delta avevi
smesso di essere mio figlio; e sapevo che, per tutta
la durata dell'emergenza, era necessario che tu smettessi
di esserlo anche per me.
Pensai a tua madre. Almeno lei era al sicuro, a Weston.
Mi chiesi se avrei mai avuto il coraggio di parlarle
di quella notte, del ruolo che tu e io avevamo
svolto. Tutto sarebbe andato bene, mi dissi. Artkin
avrebbe ricevuto la pietra. Avrebbe intuito che eri
esattamente quello che sembravi... Ma ci sarebbe stato
l'inevitabile interrogatorio, con l'inevitabile dose
di sofferenza. Non molta, per. Uomini come Artkin
non indulgono in crudelt inutili: sono professionisti,
come me.
Ti lanciai un'occhiata, Ben, e vidi il tuo pallore...
mi trattenni a stento dallo sporgermi oltre il colonnello per darti una pacca d'incoraggiamento.
Quando arrivammo al nostro quartier generale la
luce mattutina inondava la scena, rivelando il fagotto
sul tetto del furgone: il corpo del bambino, ancora
non identificato, ucciso come rappresaglia per la
morte del mercenario.
Ti facemmo entrare in fretta nell'edificio perch
non vedessi subito il piccolo cadavere.
Dentro, mi consegnarono un rapporto. Il messaggio
era breve:
Contatto stabilito.
Non ti dissi nulla del rapporto; era importante che
tu lo ignorassi. Ti portammo alla finestra che dava
sul burrone e verso il ponte, il furgone e il bus. Non
facesti commenti, anche se vidi i tuoi occhi guizzare
dappertutto.
Uno dei generali illustr la procedura da seguire.
Avremmo contattato Artkin e gli avremmo detto che
eri arrivato. Se la situazione non era cambiata, ti
avremmo dato una piccola scatola che conteneva la
pietra avvolta in un panno. Dovevi percorrere a piedi i
duecento metri fra i boschi, indossando solo scarpe,
calze, pantaloni corti, maglietta e jeans; la mattina era
fredda, ma Artkin aveva insistito perch non portassi
un giubbotto o altri indumenti sotto i quali si poteva
nascondere qualcosa. La scatola doveva restare sempre
in vista. Saresti stato solo, ma i cecchini ti avrebbero
coperto per tutto il tragitto.
- C' stato un cambiamento - disse il generale,
rivolto a me e non a te. - Artkin aveva detto che il
messaggero sarebbe stato rilasciato appena consegnata
la pietra, ma ora ci ha informato che sar trattenuto
fino alla conclusione delle trattative.
Questo non me l'ero aspettato. Oppure si?
- Va bene - dicesti tu con un filo di voce.
- Non sar per molto, Ben - affermai. - Vogliono
che questa faccenda finisca in fretta quanto lo vogliamo
noi.
Annuisti, il mento di nuovo fermo. Ero fiero di te.
Uscimmo mentre veniva stabilito il contatto finale
con Artkin, e quando fu dato il segnale, dissi:
-  ora, Ben.
La mattina era fredda, ma tu non tremavi. Neanch'io.
Niente poteva toccarci, ora lo so, tranne le emozioni
del momento.
- Adesso - annunci il generale, uscendo dall'edificio.
Tu e io ci scambiammo un'impacciata stretta di mano,
e dovetti resistere all'impulso di stringerti fra le
braccia. Poi rientrai. Non volevo vederti fare quella
lunga passeggiata sul ponte. Mi sedetti vicino alla ricetrasmittente.
Mi sforzai di non pensare, ma non potevo
evitare di ascoltare. E sapevo che presto avrei
ascoltato la tua voce dal furgone.
Contatto stabilito.
Significava che eravamo riusciti a stabilire un contatto
col furgone senza che Artkin lo sapesse. Sfruttando
la copertura delle tenebre, uno dei nostri si era
arrampicato sulle travi sotto il ponte e aveva allacciato
una linea diretta dal furgone al nostro quartier generale.
Il dispositivo di comunicazione avrebbe assorbito
i suoni all'interno del veicolo come una ventosa,
per ritrasmetterli fino a noi.
Aspettai, mentre superavi il ciglio del burrone e t'inoltravi
sul ponte. Eri parte dell'operazione, ormai,
del suo successo o del suo fallimento. L'ultimo dei
miei timori era diventare un capro espiatorio nel caso
avessimo fallito; il pi angoscioso dei miei timori eri
tu, Ben, mentre andavi verso il ponte. Seguii il tuo
percorso con gli occhi della mente. L'edificio era silenzioso,
e cos pure la ricetrasmittente.
Ma mezz'ora pi tardi il silenzio sarebbe stato infranto
dalle urla. Le tue urla.
Le sento ancora, quelle urla, perfino qui, in questa
stanza, dopo tanto tempo. Urla che ormai fanno parte
di me. Urla che non taceranno mai.
So, naturalmente, dove te ne sei andato.
Prima ho detto che ti conosco meglio di chiunque
altro, e avrei dovuto capire che volevi portarmi fuori
strada, scrivendo che non saresti andato al
Brimmler's Bridge prima di rivedermi.
 l che sei andato.
 l che devo andare.
Prima che sia troppo tardi.
 troppo tardi, Ben?
* * * Il ragazzo era nudo. Il primo istinto di Miro fu di distogliere
lo sguardo: appariva cos sperduto, patetico
e impaurito. Per lo affascinava, anche: era quasi il
suo doppio, a parte il fatto che era biondo e quasi
glabro, mentre Miro era bruno e aveva il petto gi coperto
da ciuffi di peli. Il ragazzo evit i suoi occhi e
incroci le mani davanti a s, per coprirsi alla meglio.
- Era necessario perquisirlo a fondo - disse
Artkin, in risposta alla domanda inespressa di Miro.
-  pulito. E ha portato questa.
Gli tese una liscia pietra grigia, grande pi o meno
quanto un uovo. Miro ci pass sopra un dito: una pietra
dalla sua patria. L'avrebbe mai conosciuta? Sembrava
cos lontana da quel ponte, da quel furgone.
- Dunque sappiamo che dicono la verit - prosegu
Artkin. - Hanno Sedeete. Per noi abbiamo i
bambini. E questo ragazzo. - Si volt verso di lui. -
Rivestiti.
Gli lanci i vestiti, ma il ragazzo fu troppo lento e
quelli caddero in un mucchio disordinato sul pavimento
del furgone.
Mentre il ragazzo si rivestiva con mani incerte, tenendo
il viso voltato, Miro studi Artkin. Sedeete era
stato catturato, perci il comando passava ad Artkin.
Si sarebbero mossi, finalmente? Ma la faccia di Artkin
era immobile, inespressiva.
Finalmente il ragazzo fin di rivestirsi. Aveva il respiro
affannoso, come se avesse corso, e le mani gli
tremavano. Miro pens che doveva avere un paio
d'anni meno di lui... ma del resto, ricord, lui non
conosceva la propria et.
- Ora - disse Artkin, piantandosi di fronte al ragazzo
- ho qualche domanda da farti. E le tue risposte
decideranno se vivrai oppure no.  chiaro? Devi
rispondere sinceramente, e alla svelta.
Il ragazzo annu, atterrito. Miro era ansioso che
l'interrogatorio avesse inizio. Quando Artkin gli aveva
detto che per consegnare, la pietra era stato scelto
un ragazzo pi o meno della sua et, si era chiesto
perch. Perch, gli aveva spiegato Artkin, non voleva
tra i piedi un professionista. Quando il generale aveva
proposto di mandare il suo stesso figlio come dimostrazione
di buona volont, Artkin era rimasto
colpito. Il suo stesso figlio? Di solito, in una situazione
del genere, il messaggero era una pedina sacrificabile,
in una partita dove si calcolavano al millesimo
vantaggi e svantaggi. Ma forse il generale non giocava
una partita. Forse voleva davvero trattare, non intendeva
rischiare la morte dei bambini. Forse l'uccisione
di Raymond non era servita solo alla vendetta.
Difficile a dirsi, con gli americani. Decise di accettare
la proposta. Per consigli a Miro:
- Osserva attentamente il ragazzo, studialo. Ha
pi o meno la tua et. Potresti notare qualcosa che a
me sfuggirebbe.
Ma Miro non riusciva a vedere altro che un adolescente
impaurito.
- Tuo padre  un generale? - chiese Artkin
- S - rispose il ragazzo. - Mi chiamo Ben Marchand,
e mio padre  il generale Mark Marchand.
La sua voce era flebile e tremante, come se a parlare
fosse un bambino piccolo nascosto dentro di lui.
- Dicci quello che sai della situazione, e perch
tuo padre ha scelto te per consegnarci la pietra - intim
Artkin in tono aspro, imperioso.
- Mio padre mi ha convocato nel suo ufficio a
Fort Delta. Mi ha detto che bisognava consegnare
un pacco ai... agli uomini sul ponte. Ha detto che a
consegnarlo doveva essere qualcuno come me...
inoffensivo.
- Ti ha informato che in questo modo metteva la
tua vita in pericolo?
- S. - Il ragazzo sembr riacquistare un minimo
di controllo. - Ha detto che era rischioso, ma che valeva
la pena di correre il rischio. Ha detto che secondo
lui siete disposti a negoziare.
- Cos tuo padre ti ha dato il pacco e ti ha mandato
qui senza dirti altro?
Il ragazzo annu.
- Esatto.
Artkin lanci un'occhiata a Miro, ma Miro non
aveva niente da dire, niente da chiedere.
- Dimmi quello che sai di questa... faccenda.
- So che tenete i bambini prigionieri sul bus. Ne
parlavano radio e televisione.  cos che l'ho saputo.
Mio padre  stato impegnato tutto il giorno... a Delta
e qui. Una volta  tornato per vedere come stavo, e
mi ha detto di non preoccuparmi e che avevano mandato
un soldato a sorvegliare la casa.
- E tu sei rimasto in casa finch tuo padre ti ha
convocato?
Il ragazzo annu, il mento tremante.
- Che altro ti ha detto?
Il ragazzo scosse la testa.
- Niente.
Aveva gli occhi lucidi.
"Lacrime in arrivo" pens Miro, sprezzante.
- Tuo padre ti ha detto se sono disposti a trattare,
o se hanno intenzione di attaccarci?
Di nuovo, il ragazzo scosse la testa.
Una vena prese a pulsare nella tempia di Artkin e
Miro si chiese:
"Ha visto qualcosa che a me  sfuggito?"
- Non sarebbe un bene, per te, se scoprissimo
che menti - disse Artkin con voce bassa, minacciosa.
- Abbiamo molti modi per scoprire le bugie. Vedi
questa mano? - Sollev la mano mutilata. - 
mutilata, ma pu fare ancora cose terribili a un corpo
come il tuo.
Il ragazzo trasal. Le lacrime erano raccolte agli angoli
degli occhi, ma ancora non sgorgavano.
- No... non so... niente - balbett.
- So che ti hanno mandato qui per uno scopo. Ma
lo scoprir, stanne certo.
Fece cenno a Miro, indicandogli di uscire.
- Pensaci su - disse al ragazzo, la voce ancora
bassa, letale. - Pensaci bene. Pi tardi parleremo di
nuovo.
Segu Miro fuori dal furgone. Anche se non aveva
piovuto, sui ciuffi d'erba che spuntavano fra le traversine
c'era una patina di rugiada mattutina. Artkin
lanci un'occhiata all'orologio.
- Sette e mezzo - disse. - Dobbiamo aspettare
un'altra ora e mezzo.
- Anche se Sedeete  stato catturato?
- S. I miei ordini sono di aspettare fino alle nove
e poi passare all'azione. La cattura di Sedeete non ha
importanza. Forse qualcun altro trasmetter il segnale.
Dobbiamo aspettare.
- E il ragazzo?
- Forse  davvero quello che sembra... Forse vogliono
davvero trattare. Tutto  possibile. Forse tengono
ai bambini pi che ai loro segreti.
Un trillo trafisse l'aria, un altro rispose. Uccelli o
segnali? Miro fiss Artkin.
- Quando torneremo nel furgone, mi lavorer un
po' il ragazzo. Non ci metter molto a dirci tutto
quello che sa.
"E dopo?" voleva chiedere Miro, ma non os. Aveva
gi fatto troppe domande.
Restarono fermi dov'erano, lasciandosi accarezzare
dall'aria mattutina. I trilli si moltiplicarono e si lev il
vento, scrollando cespugli e arbusti. O a scrollarli erano
mani nascoste? Miro avrebbe voluto essere lontano,
molto lontano da li.
Il ragazzo croll dopo trentadue secondi. Ma trentadue
secondi come quelli, Miro lo sapeva bene, potevano
essere lunghi quanto una vita intera. Anzi, era
sorpreso che il ragazzo avesse retto cos a lungo. Non
gli era sembrato particolarmente coraggioso, eppure
aveva resistito.
Miro aveva scandito ogni secondo mentalmente,
cercando di non ascoltare le urla e ricordando quando,
a scuola, avevano sperimentato la tortura l'uno
sull'altro, per imparare la tecnica. Appena un assaggio,
aveva detto l'istruttore. Ma un assaggio era pi
che abbastanza: cinque, sei secondi, un dolore lancinante
che toglieva il fiato e strappava le viscere.
Trentadue secondi e poi il ragazzo, scosso da conati
di vomito, la bava alla bocca, parl. Le parole uscivano
a stento, perch il dolore esigeva una pausa per riprendere
fiato. E poi disse quello che Artkin voleva
sapere. L'attacco progettato. Reparti speciali. Alle nove
e trenta.
Dopo un trattamento del genere tutti erano ansiosi
di collaborare, di dire tutto quello che sapevano, tutto...
Il ragazzo continuava a ripetere le stesse parole.
La telefonata. Nove e trenta. Reparti speciali. Lo
squillo del telefono nell'ufficio. Reparti speciali.
- Dettagli - ordin Artkin. - Dettagli.
Il ragazzo emise un gemito, come una bestiola che
vuole compiacere il padrone, ma non sa come.
- Verranno dall'alto? Dal basso? Dalle estremit
del ponte?
- Non lo so - disse il ragazzo, ritrovando le parole.
- Non lo so.
La sua voce era disperata.
E poi Artkin divent gentile, l'antica gentilezza
della cui sincerit perfino Miro dubitava.
- Rilassati - disse al ragazzo. - Mi dispiace
averti fatto male, ma era necessario. Ora, dimmi. Sta'
calmo e dimmi tutto.
Quel cambiamento di modi funzion all'istante: il
ragazzo sospir, si rilass.
- Non so altro. Non mi hanno detto niente. Mio
padre ha detto che, se ero all'oscuro di tutto, non potevo
lasciarmi sfuggire nulla. Ma  squillato il telefono.
L'ho sentito dire che i reparti speciali erano pronti.
Ho capito che era importante. Ha preso un appunto.
Ha cercato di nasconderlo con la mano, ma io l'ho
visto. Aveva scritto nove e trenta; e, subito dopo, a. m.
Ho fatto finta di non averlo notato.
- Elicotteri?
Il ragazzo scosse la testa.
- Verranno da sotto il ponte? Dalle estremit?
Scosse di nuovo la testa.
- Sei sicuro dell'ora?
- S, s.
Ansioso, cos ansioso d'essere utile.
- Sei sicuro d'aver letto bene? Forse ti sei sbagliato.
Forse l'hai letta al contrario, forse aveva scritto sei
e trenta.
Ma le sei e trenta erano gi passate.
Artkin non aggiunse altro; sembr soppesare la situazione,
poi guard Miro e fece un cenno d'assenso.
S: il ragazzo aveva detto la verit, non nascondeva
nulla. Miro sapeva che cosa sarebbe successo ora. Di
questi tempi, non ci si poteva fidare di nessuno.
Nemmeno dei bambini. Perfino i bambini potevano
non essere quello che sembravano.
Il ragazzo lesse il messaggio negli occhi di Artkin,
intu quello che stava per accadere e cominci a piagnucolare,
a farsi piccolo.
- Oh, no - gemette.
Miro si volt, concentrandosi sulla ricetrasmittente.
Come al solito, le urla furono forti, lunghe e penetranti.
Miro scand i secondi. Quindici, sedici.
Il ragazzo si afflosci, aggrappandosi alle ginocchia
di Artkin.
- Che altro? - chiese Artkin. - Che altro?
Diciassette. Diciotto.
Il ragazzo poteva solo ansimare, a bocca aperta come
un pesce fuor d'acqua che soffocasse nell'aria.
- Niente - ansim, la parola un grido strozzato
strappato dalle viscere.
- Bene.
Artkin lo lasci andare.
Miro guard il ragazzo e, per la prima volta, il ragazzo
lo fiss a sua volta. Miro non aveva mai visto
uno sguardo simile. C'era una parola, per uno sguardo
cos? Andava oltre il terrore, l'orrore, il dolore.
Uno sguardo di tale angoscia, di tale rimpianto. Come
se all'improvviso si trovasse davanti il proprio
destino. Uno sguardo che diceva: "Che cos'ho fatto?"
Lo sguardo d'un traditore.
Miro non riusc a guardarlo oltre. Mentre abbassava
gli occhi, si chiese perch provava un tale senso di
vergogna...
L'attacco arriv improvviso.
Alle 8,35.
Un momento prima che iniziasse, Kate stava pulendo
il naso d'una bambina in lacrime. Artkin sonnecchiava
dentro il furgone e Stroll stava sulla soglia,
all'erta come al solito, studiando lo spazio fra le traversine
ai suoi piedi. Il ragazzo si trovava sul pavimento
del furgone, la schiena appoggiata al portello
sul retro, fissando con occhi spenti qualcosa d'inafferrabile,
invisibile ma terrificante. Era cos che Miro li
aveva visti poco prima dell'attacco, quando era andato
nel furgone per chiedere a Artkin se la droga era
proprio finita: i bambini erano di nuovo inquieti e
Kate non riusciva a calmarli. Da quando era stato ucciso
il ragazzino grasso, era diventata una specie di
sonnambula che si muoveva meccanicamente. Artkin
aveva scosso la testa e Miro, sospirando, aveva scavalcato
Stroll ed era tornato sul bus. Una volta li, aveva
cominciato a risistemare una striscia di nastro adesivo
che si stava staccando.
Non reag subito allo strano rumore che gli arriv
alle orecchie: non un'esplosione, ma una sommessa
vampa sonora, incredibilmente vicina. Avrebbe reagito
all'istante a uno sparo, a un'esplosione, al sibilo
d'una pallottola. Stavolta, invece, s'immobilizz e tese
le orecchie: soltanto silenzio. Si rimise al lavoro,
cullato dalle parole del ragazzo: l'attacco sarebbe arrivato
alle 9,30. Mezz'ora troppo tardi, secondo il piano
di Artkin. Ma ecco un altro suono soffocato, e stavolta
il bus sembr muoversi leggermente, come una
nave che sobbalza urtando la banchina. Miro estrasse
la pistola, corse alla porta... e vide la nebbia.
Annasp intorno al lucchetto, apr i battenti, e la
nebbia turbin all'interno, pesante, densa, appiccicosa,
umida. Una sostanza chimica gli punse gli occhi.
- Artkin! - chiam.
E poi cominciarono gli spari, il rapido balbettio crepitante
delle mitragliatrici. Sirene. Il motore di un elicottero;
forse due. Esplosioni che scossero il bus.
Un'orchestra caotica, assordante, che stordiva. Miro
indietreggi e si volt verso Kate. Era a neanche un
metro, gli occhi di nuovo svegli, vivi. Non fidarti di
lei, si disse, ricordati come ha tentato di fuggire. Ma
ora gli serviva. Lei sola poteva tirarlo fuori di l. L'attacco
era cominciato. Il ragazzo li aveva ingannati,
aveva ingannato Artkin, e ora dovevano combattere
la battaglia del nemico, non la loro.
- Kate - url, brandendo l'automatica. Si slanci
verso di lei. I bambini strillavano, ma le loro voci erano
sommerse dal frastuono. Miro spinse la pistola fra
le costole di Kate e la sent trasalire. - Stammi vicino.
Una mossa falsa, e sei morta.
La spinse verso la soglia.
S'era levato il vento. Le raffiche violente delle pale
dell'elicottero dispersero la nebbia, stracciandola come
una coperta d'ovatta. Bioccoli bianchi galleggiavano
nell'aria. Miro strapp il nastro adesivo dal parabrezza:
doveva vedere che cosa succedeva l fuori,
ma senza uscire. Almeno per un po', il bus sarebbe
stato sicuro. I soldati sapevano che dentro c'erano i
bambini e non avrebbero osato sparare n lanciare
bombe. Per prima o poi sarebbero entrati, e Miro sapeva
di doverne uscire alla svelta. Guard oltre il parabrezza,
attraverso i varchi lasciati dalla nebbia che
si disperdeva, e vide il corpo di Stroll sui binari, davanti
al furgone: era raggomitolato, le braccia strette
al petto. Cap subito che era morto: un cadavere  inconfondibile.
Prima Antibbe, ora Stroll.
E Artkin? Ma Artkin aveva il ragazzo, proprio come
lui aveva Kate.
Si mosse verso la porta, stringendo a s la ragazza,
la pistola sempre affondata fra le sue costole. Un soldato
comparve davanti a loro, come scaturito dal frastuono,
una granata stretta in mano; Miro la riconobbe:
era di quelle stordenti... metteva fuori combattimento
chiunque fosse colpito dall'onda d'urto, per
un tempo breve ma sufficiente perch il nemico prendesse
il sopravvento.
Sollev la pistola ma, prima che facesse fuoco, il
soldato si afflosci e cadde all'indietro, la granata che
gli volava via di mano e rotolava sui binari. Guardando
di nuovo oltre il parabrezza, scorse Artkin sulla
porta del furgone, la pistola in una mano, l'altra mano
che sosteneva il corpo inerte del ragazzo. Ancora
una volta, Artkin l'aveva salvato.
Spinse la ragazza gi per i gradini e fuori dal bus.
Doveva allontanarsi da l. Proprio come Artkin aveva
lasciato il furgone. Ognuno di loro aveva un ostaggio,
il loro biglietto per la libert. Che si tenessero pure
i bambini. Lui aveva Kate, e Kate sarebbe morta
prima di lui.
La nebbia chimica ondeggi, pesanti fiocchi d'ovatta
che danzavano follemente, sollevati dall'elicottero.
Gli occhi di Miro sfrecciarono da un'estremit
all'altra del ponte.
Dov'erano gli attaccanti? Guard Artkin, ma anche
lui sembrava confuso. Il frastuono aument. Miro
alz gli occhi e vide i pattini d'un elicottero pugnalare
la nebbia turbinante. Volevano atterrare sul
ponte? O sul bus, per quanto assurdo fosse? O sarebbero
venuti dal basso? I suoi occhi guizzarono
sotto i binari, ma vide soltanto nebbia. Strinse a s la
ragazza, continuando a pungolarla con la pistola, e
si volt di nuovo verso Artkin.
E poi, all'estremit opposta del ponte, vide cinque
o sei soldati in tuta mimetica venire avanti coi fucili
spianati, alle spalle di Artkin, dietro il furgone. Fece
per gridare un avvertimento, ma cap che non avrebbe
potuto sentirlo. Artkin stava fissando l'elicottero
che emergeva dalla nebbia sopra di loro.
D'impulso, Miro sollev la pistola con l'intenzione
di agitarla per richiamare la sua attenzione, di andargli
incontro, ma appena la pressione dell'arma cess,
la ragazza si slanci in avanti. Miro scatt verso di
lei, l'afferr; non poteva rischiare di perderla. La
strinse a s, si volt e vide Artkin irrigidirsi, le braccia
diventate di pietra, i tendini del collo gonfi.
Cap che era stato colpito, per non vide sangue:
solo il corpo familiare diventare all'improvviso quellod'un estraneo. La stretta di Artkin si allent e il ragazzo
cadde, portandosi le braccia al petto. Artkin piroett
rigidamente su se stesso e la sua mano, quella
che reggeva l'arma, si tese; il braccio sussult all'indietro,
mentre la pistola faceva fuoco. Miro vide il
proiettile penetrare nella carne del ragazzo, vide un
marchio cremisi apparirgli sul petto. Il ragazzo cadde:
gli occhi vitrei, il corpo rigido, la bocca raggelata.
Anche Artkin cadde, proprio di fronte a Miro, lasciando
andare la pistola, gli occhi gi spenti. La sua
bocca zampillava sangue, denso e scuro come se la
lingua gli si fosse gonfiata a dismisura per poi esplodere.
Miro era pietrificato. Non aveva mai pensato
che Artkin potesse morire.
Fu allora che l'elicottero si schiant contro il furgone
in una vampata di fiamme e fumo, e il contraccolpo
scagli Miro e la ragazza lontano dal bus, sui binari,
a qualche metro di distanza. Mentre rotolavano
a terra fra polvere e nebbia, era conscio dei soldati
che li sorpassavano come se loro due fossero invisibili.
Si levarono delle urla:
- Cristo, l'elicottero  finito contro il furgone... Tirate
fuori il pilota... I bambini...
Si rimise in piedi a fatica e fece rialzare Kate con
uno strattone; poi guard verso l'estremit del ponte
e si rese conto che, incredibilmente, non era sorvegliata:
potevano fuggire nei boschi, lontano da quell'inferno
di fuoco e fumo e nebbia. Lo schianto dell'elicottero
aveva distratto i soldati, e la loro ansia per i
bambini aveva cancellato l'esistenza di Miro e della
ragazza. Stavano correndo tutti verso il bus.
- Vieni - ordin, spingendo Kate davanti a s.
Mentre la seguiva, un dolore atroce gli trafisse il
polpaccio sinistro. Abbass lo sguardo e vide il sangue
macchiargli i pantaloni. Un proiettile? Una
scheggia di granata? Strinse i denti e segu Kate conficcandole
la pistola nelle costole e poggiandole l'altra
mano sulla spalla, non tanto per prevenire la sua
fuga quanto per sorreggersi. Il dolore era terribile,
per non poteva permettere che la ragazza se ne accorgesse:
ne avrebbe approfittato per liberarsi.
Inciampando, lottando, raggiunsero la fine del
ponte. Qui la nebbia era pi densa, le pale dell'elicottero
non l'avevano raggiunta. Miro si volt, strizzando
gli occhi: elicottero e furgone erano avvolti dalle
fiamme, le pale spiccavano contro il cielo come le ali
spezzate d'un uccello. Il bus era intatto, i bambini salvi.
Ma Artkin era morto. Artkin, che valeva pi di
tutti quei bambini.
- Muoviti - bisbigli frenetico a Kate. - Andiamo
nei boschi.
La voce suon strana alle sue stesse orecchie, la voce
d'uno sconosciuto.
Erano cos stretti che il loro fiato si mischiava come in
una bizzarra respirazione artificiale: Kate non avrebbe
saputo dire dove terminava il suo respiro e iniziava
quello di Miro. Aveva le cosce bagnate e il resto
del corpo madido di sudore denso e muschioso. O
forse era il sudore di Miro. E di Miro, questo lo sapeva,
era il sangue che le macchiava i jeans: quando si
era strappato i pantaloni per mettere a nudo la gamba
ferita, aveva visto lo squarcio. Era sicura che soffrisse,
glielo leggeva negli occhi. Lanci un'occhiata
al sangue che continuava a sgorgare e pens:
"Forse riuscir a scamparla, forse morir dissanguato."
Erano dentro un nascondiglio fatto di cespugli e rami,
una specie di nido scoperto da Miro in mezzo al
bosco, probabilmente il fortino abbandonato d'un
bimbo. Non era fatto per ospitare due persone, perci
si trovavano stretti in un abbraccio feroce. Miro l'aveva
spinta dentro e per un momento Kate aveva pensato
che volesse lasciarla li, ma poi l'aveva seguita, spingendo
e tenendole la pistola puntata contro. Adesso
erano avvinti insieme, le gambe intrecciate, le facce a
pochi centimetri di distanza, le bocche che alitavano
l'una nell'altra... e la pistola ancora fra loro, che le
premeva dolorosa sotto il seno sinistro. Si augur che
non partisse un colpo accidentale. Il cuore le batteva
sordamente. O forse era il cuore di Miro. Sospir,
esausta, scoraggiata. Per sapeva di dover tentare.
- Non puoi farcela - disse. - Siamo circondati.
Parlare era uno sforzo e la sua voce risuon vuota,
come se provenisse da una caverna.
- Sta' zitta - le ordin Miro in un ansito roco.
"Almeno i bambini sono salvi" pens Kate. No,
non almeno. I bambini erano stati la cosa pi importante,
fin dall'inizio. E adesso erano al sicuro, salvi,
forse tra le braccia dei genitori. "E i miei genitori? E
io? Gi, e io?"
Non doveva cedere al panico. Non poteva cedere.
Quando il fumo sul ponte si fosse diradato e la confusione
placata, avrebbero perlustrato i boschi. Miro
non sarebbe riuscito a fuggire.
- Mi fa male la caviglia - disse Kate. - Me la sono
storta prima che ci fermassimo. Forse  slogata.
Perch non mi lasci qui? Da solo ti muoveresti pi rapidamente.
Era sbalordita dalla propria capacit di mentire, di
improvvisare. Pens a tutte le ore passate nel bus. Si
era comportata bene? Era stata abbastanza coraggiosa?
Il tentativo di fuga era fallito. Le sarebbe piaciuto
parlarne con qualcuno, magari coi suoi genitori... le
avrebbero detto, come sempre quando tentava e falliva:
"Be', almeno ci hai provato, Kate". Era gi qualcosa,
no? Avrebbe voluto che qualcuno la rassicurasse.
Non si era mai sentita cos sola in vita sua, una solitudine
disperata, venata di amarezza.
- Tu resti con me, Kate. Senza di te, mi ammazzerebbero
come un cane. - Le affond la pistola nelle
costole. - Ti sparer, se devo. Era il mio compito fin
dall'inizio: ucciderti.
Kate lo fiss inorridita.
- Perch non l'hai fatto, allora?
- Ci eri utile. Per badare ai bambini. Ma Artkin
aveva detto che, prima di lasciare il ponte, avrei dovuto
spararti. - Gli sfugg un respiro affannoso e fece
una smorfia di dolore. Si guard la gamba. - Il
sangue - disse. - Si sta fermando.
- A che servirebbe, comunque? - chiese Kate, radunando
tutte le sue forze per recitare una parte, per
farlo parlare, per raggiungerlo come era riuscita a fare
un paio di volte sul bus. Ma era cos stanca.
- Basta parole, Kate, basta trucchi.
- Nessun trucco. Guarda i fatti: sei ferito, i boschi
son pieni di soldati, sei in un Paese straniero. Non hai
via di scampo. - Miro non rispose, e lei incalz: -
Forse, se ti consegnassi, non sarebbero troppo duri.
In fin dei conti non hai fatto niente. Non l'hai ucciso
tu, Raymond. I bambini sono salvi. Perfino la morte
di Kevin McMann  stata un incidente. Testimonier
a tuo favore. Dir che sei stato gentile coi bambini e
con me. Non ci hai maltrattati.
Le labbra di lui si contrassero in un sorriso senza
allegria, senza significato.
- Ah, Kate. Non hai capito niente. Proprio niente.
Abbiamo parlato tanto, nel bus, ma tu non hai capito.
- Capito che cosa?
- Che non importa se riesco o no a salvarmi. Se
vivo o se muoio. Se chiunque altro vive o muore. Ho
fatto quello che dovevo.
- E che diavolo c'entra, con vivere o morire?
Come poteva superare le sue difese? Ricord il suo
sguardo sul bus e si vergogn, sapendo a che cosa
doveva ricorrere. Ci si riduceva sempre a questo, fra
un ragazzo e una ragazza, un uomo e una donna?
Si sforz di addolcire la propria voce.
- E che mi dici di tutte le cose che potresti fare?
Non sogni di innamorarti, di avere figli? Che c' di
male, in un po' d'amore? Invece di uccidere e combattere...
La sua voce si affievol, mentre notava lo sguardo
spento di Miro. Erano tutte cose che andavano oltre
la sua comprensione: amore, figli... forse perfino il
sesso. Ancora una volta si rese conto di quanto fosse
innocente, di un'innocenza terribile: l'innocenza d'un
mostro. Per doveva insistere.
- Insomma, che cos'hai ottenuto? Cosa ci guadagni,
a scappare? Sei solo al mondo. I tuoi compagni
sono morti... Chi ti rimane? Nessuno. Tuo fratello 
morto. E adesso tuo padre.
Miro la guard sbigottito.
Il suo respiro stantio, rancido, le penetr nella bocca,
nelle narici.
- Mio padre? Adesso mio padre?
L'aveva detto d'istinto, quasi senza rendersene
conto, come quando, a scuola, trovi la soluzione d'un
problema difficile senza sapere come ci sei arrivata.
Ma ora la possibilit che Artkin fosse il padre di Miro
le sembr assolutamente concreta; ed era evidente
che Miro non lo sapeva, non aveva mai sospettato.
Poteva essere vero? E come poteva usare la cosa a
proprio vantaggio?
- Artkin. Era tuo padre, giusto? - chiese scrutandolo,
valutando la sua reazione.
- Come fai a dirlo? Non sai niente di noi.
- Sembravate padre e figlio - replic Kate, improvvisando
rapidamente. - L'ho intuito fin dalla
prima volta che vi ho visto con la maschera. Le labbra,
gli occhi: identici. Mi ero chiesta perch non lo
chiamassi padre.
- Non  possibile - gemette Miro, tentando di allontanarsi
da lei.
Ma non c'era nessun posto dove andare...
- Perch no? - Si costrinse a parlare, ad andare
avanti. Aveva segnato un altro punto, guadagnato
tempo, ancora una volta l'aveva sorpreso con la guardia
abbassata. - Non hai detto che vi aveva trovato
in un campo-profughi e poi vi aveva portato in quella
scuola? L'avrebbe fatto un estraneo? Forse vi cercava
da anni. E perch  tornato a prenderti, anni dopo?
L'avrebbe fatto, se non fosse stato tuo padre?
- Mio padre era morto. Con mia madre. Su una
mina - insist Miro, ma il dubbio gli incrinava la
voce.
- Per non li hai visti morire. Qualcuno lo ha detto
a tuo fratello, e lui lo ha detto a te.
Artkin... suo padre? Non poteva accettarlo... sempre
che fosse la verit. Perch c'era un tarlo che gli divorava
il cuore, e gli diceva che era lui il responsabile
della morte di Artkin. Aveva pensato solo ad afferrare
Kate, invece di avvertirlo dei soldati sul ponte.
Aveva scelto la ragazza, e preferito la propria salvezza
perfino ad Artkin, che era stato tutto per lui...
Sollev il viso e gett indietro la testa, urlando la
sua disperazione, come un animale ferito a morte che
annunciasse la propria fine.
Kate lo cull gentilmente, spostando un braccio per
stringerlo a s, come aveva cullato i bambini sul bus,
cantilenando sottovoce una nenia confortante, rassicurante,
senza ritmo n significato. Chiuse gli occhi,
avvolgendolo, racchiudendolo nel proprio corpo, nel
proprio calore e respiro, sudore e urina.
Quando Miro premette il grilletto, il proiettile le
schiant il cuore. Mor nel giro di pochi secondi.
Quando Kate Forrester aveva nove anni, era quasi
morta soffocata per un boccone di carne che le era andato
di traverso. Per un momento terribile era rimasta
irrigidita dal terrore, incapace di muoversi o di respirare.
E mentre stava li, paralizzata e ammutolita,
aveva pensato: "Sto morendo e mia madre e mio padre
non lo sanno, anche se sono qui a tavola con me".
E poi, proprio quando gi la stanza s'era fatta confusa
e lontana, chiss come, miracolosamente, il boccone
si era mosso, Kate aveva tossito e poi vomitato e
l'aria era tornata a riempirle i polmoni. E con l'aria
era arrivato un senso di sollievo, la dolce sicurezza
che non stava per morire, che sarebbe vissuta. Era
salva. Salva.
Ma non stavolta.
Stavolta ogni cosa si ferm come si ferma un orologio,
il dolore divent il suo corpo e il suo corpo divent
il dolore e Kate seppe esattamente cos'era successo
e che cosa stava per succedere. La pistola aveva
sparato. Ancora una volta le si blocc il respiro. Il dolore...
toglie il fiato... muoio mamma pap non posso
respirare e nessuno mi dir se sono stata corag...
* * *
Ciao, pap.
Ben, sei qui. Sei tornato.
S, sono qui. Mi cercavi, giusto?
Da tanto tempo, Ben.
Quanto, pap? Settimane? Mesi?
Troppo, troppo tempo.
Ma io ero sempre qui. Non lo sapevi, pap?
A volte l'ho pensato.
 solo che non guardavi abbastanza a lungo.
Ci ho provato, Ben.
Non abbastanza.
Ho fatto il possibile, Ben.
Davvero volevi che tornassi?
S, naturalmente.
Forse ingannavi te stesso. O me. Ma c' una differenza?
Non scherzare, Ben.
Non scherzo, pap. Solo, mi chiedevo se davvero
volevi che tornassi. Ero gi tornato, prima.
Ma non lo sapevo.
S che lo sapevi. Guarda quei fogli, l, vicino alla
macchina da scrivere. Visto? Ero io.
Ma non ti vedevo. Vedevo soltanto i fogli.
Dovevo andarmene, ma ora sono tornato.
E ne sono felice, Ben, felice.
Non vuoi sapere dove sono stato?
Non devi dirmelo, Ben.
Perch gi lo sai, giusto?
Non dirlo, Ben.
Voglio che lo dica tu.
Dire cosa?
Dove sono stato. Da dove vengo.
Non posso dirlo.
S che puoi.
Non voglio.
Peccato, peccato. C' voluto tanto per farmi tornare.
Tanto tempo. Cos tanto tempo passato a guardare
fuori dalla finestra e cos tanto tempo a restare sveglio
di notte, quando neanche le pillole riuscivano a
farti dormire. Tanto tempo, e ora non vuoi dirlo.
Non posso.
S che puoi. Provaci, almeno.
Perch dovrei?
Perch almeno questo me lo devi. Allora: da dove
sono venuto?
E va bene.
Da dove?
Da me. Da me.
Da te, dove?
Dal profondo.
Cos profondo che era difficile farmi tornare, giusto?
S, era difficile.
Ma ora sono qui, giusto?
Ti prego va' via, Ben. Va' via.
Ma sono appena arrivato. E c' voluto tanto, cos
tanto per farmi tornare. E ora sono qui. E tu sei qui.
Finalmente.
Va' via, Ben.
Perch dovrei andarmene, quando ti sei tanto sforzato
per farmi tornare?
Perch sono stanco, Ben. Cos stanco.
Perch volevi che tornassi, pap?
Lo sai perch, Ben. Lo sai.
Lo so?
S.
Dimmelo. Voglio sentirtelo dire.
Volevo chiederti perdono. Per quello che ti ho fatto.
Sul ponte.
E che cos'hai fatto?
Servivo il mio Paese. Sono un patriota, Ben. L'ho
fatto per il mio Paese. Non per me stesso.
Lo so che l'hai fatto per il tuo Paese, pap. Ma io
sono tuo figlio.
E io ti voglio bene.
Dimmi, che cos'hai fatto per il tuo Paese?
Ti ho mandato sul ponte. Nel furgone. Tu rappresentavi
la scelta migliore.
Perch io, pap? Perch non qualcun altro?
Perch ti conoscevo meglio di chiunque altro. Sapevo
che cosa sarebbe successo sul ponte, che cos'avresti
fatto.
E che cos'avrei fatto, pap?
Te l'ho gi detto. All'ospedale. Ricordi?
S, ma tu ridimmelo. E per questo che sono qui,
giusto?
Sono venuto a trovarti all'ospedale. Eri privo di
conoscenza, il proiettile ti aveva trapassato il braccio
e il petto. Noi, tua madre e io, siamo venuti a
trovarti ogni giorno. E poi finalmente sei uscito dal
coma. Eravamo soli, tu e io. Mi sono chinato su di
te. Non ti ho mai amato tanto come in quel momento.
Hai cominciato a parlare. Hai detto che ti dispiaceva.
Ti dispiaceva d'aver parlato dell'attacco. L'attacco
alle nove e trenta. Hai detto che ti dispiaceva
di avermi deluso, di non essere stato abbastanza coraggioso.
Ti ho stretto fra le braccia. Ti ho detto che
non dovevi essere dispiaciuto, che eri stato coraggioso.
Coraggioso per quanto ti era possibile. Nessuno
poteva chiederti niente di pi. Era previsto
che tu parlassi dell'attacco alle nove e trenta. Rientrava
nei nostri piani. Eri stato scelto apposta. Volevamo
che qualcuno glielo dicesse. La telefonata che
avevi ascoltato nel mio ufficio rientrava nel piano. E
cos l'agenda e l'ora che scarabocchiai perch tu la
vedessi. Volevamo che tu ascoltassi la telefonata,
che leggessi l'ora scritta sull'agenda. Cos avresti
potuto riferirglielo, loro ti avrebbero creduto e noi
avremmo potuto attaccare prima, prenderli di sorpresa
e salvare i bambini.
E io?
Non era previsto che non ti rilasciassero. Non era
previsto che Artkin avrebbe avuto il tempo di spararti.
Era stato calcolato come un rischio minimo.
Non mi riferisco a questo.
E a che cosa?
Insomma... e io? Non solo avevo tradito, ma era
previsto che lo facessi. Era previsto che agissi da vigliacco,
che non fossi capace di sopportare un po' di
dolore.
Non un po'. Molto. Molto pi di quanto avessimo
calcolato. Tanti altri avrebbero ceduto.
Ma sono stato io, a cedere. Era previsto che cedessi.
Che il dolore fosse insopportabile o no, sapevi che
avrei ceduto. Contavi sulla mia vigliaccheria.
Non vigliaccheria.
Che cosa, allora?
Vulnerabilit. Sensibilit.
Vigliaccheria.
Hai servito il tuo Paese. A modo tuo, come io l'ho
servito a modo mio.
Vale cos tanto un Paese, pap? Come potevo continuare
a vivere, sapendo che la mia vigliaccheria aveva
servito il Paese? Che scelta avevo, pap?
Mi dispiace, Ben. Non avrei dovuto dirtelo. Mi sono
illuso di poter rimettere le cose a posto. Anche se
ci fossero voluti mesi, anni. Ho pensato che mi sarei
guadagnato il tuo perdono.
E poi sono morto.
Oh, Ben.
Un altro ponte, un altro giorno.
Ho tentato di fermarti, Ben.
Ma troppo tardi, giusto? E mi hai sepolto.
S.
Due volte.
S.
Una volta nella terra, nel cimitero militare di Fort
Delta. E un'altra dentro di te. In fondo al cuore.
S. Ho tentato di dimenticare, di fuggire.
Per continuavi a farmi tornare.
Lo so. Per dirti che mi dispiace, per chiederti perdono.
Allora perch non me lo chiedi?
Perch ho paura.
Di che cosa?
 difficile dirlo, per me.
Lascia che lo dica io: hai paura che non ti perdoner.
S.
 per questo che continui a farmi tornare e poi mi
scacci.
S.
Allora te lo dir.
Davvero?
S. Lo dir. Ti perdono.
Grazie, Ben.
Vedi? L'ho detto. Ora non c' pi bisogno che mi
mandi via. Ora posso restare.
Credo che dovresti andare, Ben.
Mi piace, questa clinica. Non  male. Somiglia alla
tua vecchia scuola, Castleton, giusto? E il dottore.
Non ti ricorda il preside Albertson? Mi raccontavi
tutto, di lui. Un chiacchierone, cos prolisso.
Penso proprio che dovresti andare, Ben.
E gli altri. I tuoi vecchi amici, Martingale e Donateli.
Sono sempre li, vero? Nel tuo annuario.
Vattene, Ben.
E Nettie Halversham. Te ne ho parlato io, giusto? O
mi spiavi mentre ne parlavo? Appartiene a me, o a
te? Conoscevi una ragazza come lei, un tempo?
Ti prego, Ben, smettila.
No. Non credo che smetter. E nemmeno che me
ne andr. Una volta hai detto: "Mettiti nei miei panni,
Ben".  esattamente quello che sto facendo, pap.
Non puoi.
Perch no?
Perch non puoi restare.
S che posso. Mi piace, qui.
Devi andartene. Ti ordino di andartene.
Sai che ti dico, pap? Vattene tu.
Non posso.
Perch no?
Non voglio.
S che vuoi.
Ti prego, Ben.
Sei stato tu a farmi tornare, ma questo non significa
che puoi mandarmi via. Prima mi hai fatto tornare e
poi mi hai scacciato, ma stavolta ho intenzione di restare.
Stavolta te ne vai tu. Non io.
Non posso.
S che puoi.
Non voglio.
S che vuoi. Meglio che te ne vai, pap.
Ti prego...
Sono qui, e ci rester.
No...
Addio, pap.
* * * Aveva smesso di piovere, ma l'asfalto era ancora
bagnato. Faceva caldo, nonostante il temporale, e
col calare della sera l'afa e l'umidit erano aumentati.
Miro aveva i vestiti zuppi, la stoffa incollata alla
pelle. La pioggia era iniziata nel pomeriggio ed era
aumentata rapidamente, le nuvole simili a dighe
squarciate, per poi diminuire. Miro aveva continuato
a spostarsi durante l'acquazzone, sapendo di non
potersi permettere il lusso di riposare o riprendere
fiato. Procedeva piegato in due, sfrecciando da un
cespuglio all'altro. Due volte si era arrampicato su
un albero per sfuggire ai suoi inseguitori; e una volta
si era tolto la maglietta e l'aveva fatta a pezzi per
bendare la gamba ferita. Non sentiva dolore. O forse
tutto il suo corpo era cos spezzato dal dolore da
non sapere pi dove cominciava lui e finiva la sofferenza.
Non aveva fame, n sete. Non si sentiva debole,
n forte. Esisteva e basta.
Seduto fra i cespugli sul margine dell'autostrada,
osserv i fari delle auto di passaggio trafiggere l'oscurit.
Poteva arrischiarsi a chiedere un passaggio?
Certo che no. La sua descrizione doveva gi essere
stata diffusa nella zona, nello stato, in tutto il Paese.
Sapeva anche di avere un aspetto terribile, fradicio e
insanguinato com'era.
Si guard alle spalle. I boschi erano scuri e silenziosi.
C'era un tanfo, nell'aria: il suo. Per sfuggire alle ricerche
aveva attraversato a nuoto un fiume denso di
rifiuti, che scorreva accanto ad alcune vecchie fabbriche
e a una discarica. Ce l'aveva fatta per un pelo,
usando le conoscenze acquisite nei campi-profughi e
nella scuola d'addestramento, e l'istinto.
A un certo punto si era chiesto: "Perch fuggo?
Perch desidero fuggire? Dovevo morire insieme a
Artkin sul ponte: un esempio, perch tutti mi vedessero."
E poi si ricord quello che Artkin gli aveva insegnato,
un giorno dopo l'altro, un anno dopo l'altro, e
si rese conto che l'aveva addestrato per uno scopo.
Proseguire la loro opera era pi importante che morire
con Artkin sul ponte. Cos aveva continuato a fuggire,
costringendosi a vincere dolore e stanchezza.
C'era poco traffico, ormai; solo qualche auto di tanto
in tanto. Un camion pass e svan nella notte. L'autostrada
era buia, senza lampioni. Il buio era suo
amico, poteva approfittare della notte per raggiungere
Boston; una volta in citt, poteva nascondersi in
una dozzina di posti e riallacciare i contatti con calma.
La soluzione era semplice: fermare un'auto, uccidere
il guidatore, gettarne il corpo da qualche parte e
proseguire. Aveva ancora la pistola infilata alla cintura:
carica, a parte il proiettile usato per la ragazza.
Ripens alla ragazza. E a Artkin. E all'ultima immagine
che aveva di loro. Artkin che cadeva e moriva.
La ragazza raggomitolata fra i cespugli, il viso nascosto.
Le sue vittime. Sapeva di avere ucciso Artkin
lanciandosi dietro la ragazza, invece di avvertirlo dei
soldati in arrivo. Era responsabile della sua morte. E
dunque era stato Artkin la sua prima morte, non la
ragazza. Poi Kate. Aveva tentato di giocarlo, come gi
aveva fatto sul bus. Era impossibile che Artkin fosse
suo padre, eppure per un momento era riuscita a farglielo
credere. E quel momento l'aveva trafitto con...
che cosa? Qualcosa. Lo stesso qualcosa che aveva
sentito quando gli aveva toccato il braccio sul bus.
Ricord la sua carne, luminosa nella penombra. Si era
sentito colmare da qualcosa cui non sapeva dare un
nome. Non lo sapeva. Non gli importava. Mai pi
avrebbe permesso a un sentimento qualsiasi di invaderlo.
Si sarebbe mantenuto vuoto, come prima.
Un'auto si ferm li vicino. Una station wagon. Ne
scese il guidatore: un uomo basso, grasso, che si
guard intorno e si diresse verso gli alberi armeggiando
coi calzoni, alla ricerca d'un posto appartato.
Miro sapeva riconoscere un colpo di fortuna. Decise
di non sprecare un proiettile, ma di usare le mani.
Emerse dai cespugli e avanz nel mondo che lo
stava aspettando.
...
.
...
FINE.